La Valle del XX e XXI secolo

Contenuto

Andria

Escursione nella valle di S. Margherita in lamis
e la Grotta delle Rose

dell’Ing. Riccardo Ruotolo


- A -
La “Valle di Santa Margherita in lamis”
e l’ “Inventio” della Madonna dei Miracoli

La Valle del XX e XXI secolo

Fino agli anni trenta del Novecento la Valle di S. Margherita, limitatamente ai due fianchi della Lama, era un luogo quasi selvatico dal punto di vista vegetazionale; per gran parte adibita a pascolo, con la presenza di alcuni alberi di mandorlo, qualche ulivo e cespugli di capperi sulle pareti rocciose dove il calcare è affiorante.

Diversamente il fondo valle, letto dell’antico torrente perchè, raccogliendo sia le acque meteoriche che scendono dai fianchi, sia le acque torrenziali provenienti dalle pre Murge, era e tutt’ora ancora è una zona umida, ricca di humus e quindi fertile; qui la vegetazione è stata sempre rigogliosa con la presenza di alberi da frutto quali il mandorlo, il melograno, il fico, il noce, l’ulivo e il carrubo e piante spontanee quali la canna comune di fiume, il gigoro dal fiore lilla, la senape, la mentuccia, l’asparago e l’asfodelo, la malva, l’erba parietaria, l’ombelico di Venere, il caprifoglio e tante altre.

Al di là delle poche indicazioni innanzi riportate, prima del 1930 non abbiamo altre testimonianze di come era la Valle; sappiamo che agli inizi del Novecento pascolavano le pecore e in alcune grotte i pastori erano dediti a fare formaggi e, successivamente, negli anni Cinquanta e Sessanta, producevano anche latticini che vendevano al dettaglio.

Le testimonianze che abbiamo di com’era la Valle prima del Novecento sono solo quelle riportate nei precedenti paragrafi, scritte dall’inizio del Seicento alla fine dell’Ottocento dagli storici che hanno raccontato del ritrovamento dell’immagine della Madonna, però sono testimonianze simboliche, contaminate da sentimenti religiosi che così ho già riassunto: al tempo degli anacoreti dediti alla preghiera ed alla contemplazione la Valle era florida, cacciati questi religiosi la Valle diventa indemoniata ed arida e spaventosa, subito dopo la scoperta dell’immagine della Madonna “la divina Provvidenza, volle che la Valle divenisse tutta bella, fruttifera e gioconda”, come afferma il di Franco. Questo e nient’altro in questi secoli si è scritto sulla Valle.

Da quando però l’uomo ha cominciato ad intervenire sullo stato dei luoghi (a partire dagli anni Trenta del Novecento) si cominciano ad avere notizie più precise che riguardano le opere eseguite nella Valle e come la stessa è stata trasformata e in parte sfigurata.

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Alla fine del Cinquecento i Benedettini si stabilirono in Andria perché fu loro affidata la cura del “Sacro speco”, e già nel Seicento i Monaci avevano un patrimonio consistente fatto di terreni tutt’intorno al Santuario ed al Convento. Con la soppressione napoleonica degli Ordini monastici e delle Congregazioni religiose, a seguito del Decreto del 13 febbraio 1807, tutti gli immobili passarono alle Università locali (Comuni) o furono venduti: sopravvissero soltanto le Chiese conventuali; pertanto, all’inizio dell’Ottocento il grande Monastero benedettino della Madonna dei Miracoli e tutti i terreni circostanti passarono al Comune di Andria.

Nell’anno 1872 lo stesso Comune cedette in uso alla Provincia di Bari il Monastero per “ospitare la nascente Stazione Agraria” e nel 1877 fu inaugurato l’“Ospizio Agricolo Umberto I”, come riferisce il prof. Giuseppe Boccardi di Noci (che è stato Preside dell’Istituto Tecnico Agrario “Umberto I” dal 1957 al 1985) nella sua storia delle “ Origini, vita e sviluppo dell’Istituto”, edito da ZEMA – Bari, 2004.

Proprio dall’opera completa ed esaustiva del preside Boccardi apprendiamo che tra i terreni già appartenuti ai Benedettini c’erano quelli del fianco destro della Valle di S. Margherita, a retro prospetto sia del grande Monastero sia del Santuario, e quelli ubicati al di sopra del fianco sinistro, mentre quelli del fianco sinistro appartenevano alla famiglia Ceci; successivamente anche questi terreni furono acquisiti dall’Istituto Agrario.

Negli anni 1929-1931 cominciano le trasformazioni del territorio della Valle. Racconta il Boccardi che in tali anni furono effettuati lavori sul fianco sinistro della valle per realizzare dei terrazzamenti nei poderi ex Ceci al fine di ottenere zone di terreno quasi pianeggiante e coltivabile una volta eliminate le pietre. Furono effettuati degli sbancamenti e realizzate murature a secco per diverse centinaia di metri; così operando tutto il fianco sinistro della Valle cambiò radicalmente aspetto: da scosceso, accidentato e naturale, divenne un terreno sagomato a gradoni, come mostrano le foto (Foto 19 -Foto 20) riportate dal Boccardi nella sua opera.

Con questa trasformazione furono estirpati i mandorli esistenti e, dopo aver realizzato i terrazzamenti, il Consiglio Direttivo dell’Istituto acquistò “piantoni di peri e peschi per la creazione di un frutteto sui terrazzamenti del podere ex Ceci”.

Foto -19-.
Foto -19-.

Foto -20-.
Foto -20-.

Un’altra radicale trasformazione dello stato dei luoghi, questa volta del fondo valle e, quindi, proprio del letto della Lama, è stata eseguita nell’anno 1963 perché, come riferisce il Boccardi, “Per una ulteriore dotazione nelle attività ricreative della scuola, e pensando in particolare ai giovani che soggiornavano nel Convitto per l’intera settimana e nei giorni festivi, si provvide alla creazione di un ampio Campo Sportivo….Per il campo di calcio non fu possibile l’acquisto di un suolo nelle immediate adiacenze dell’Istituto, per le esose richieste dei proprietari, si dovette ripiegare con l’adattamento del terreno vallivo denominato ex Ceci. Per colmare la vasta zona depressa fu concesso lo scarico del materiale di risulta ad alcune ditte Edili di Andria[23].

Ritorna in mente la colmata effettuata a Largo Grotte nel 1958 quando le imprese edili, dopo la demolizione degli edifici fatiscenti e pericolanti della zona centrale del rione, furono autorizzate a sversare in quel luogo per diversi mesi i rifiuti delle demolizioni che si operavano nella città di Andria, operazione intrapresa per risanare un luogo malsano in cui gli abitanti vivevano in “ambienti particolarmente angusti, oscuri, con un senso di opprimente miseria e squallore,…con fabbricati addossati fra loro, con vani superaffollati, impressionanti per il disordine interno e per la sporcizia che, se è difetto di una educazione igienica degli abitanti, la carenza di spazio e la miseria ne sono i fattori determinanti”. Così si esprimeva il dott. Salvatore Liddo nella sua inchiesta di igiene sociale su Largo Grotte prima che una parte di detto rione fosse abbattuto e colmato.

Per la Valle di S. Margherita invece, l’esigenza di colmarne una parte nasceva dal desiderio e/o necessità di realizzare un campo di calcio, un campo da tennis ed uno per il gioco delle bocce (Foto 21).

Foto -21-.
Campo sportivo e terrazzamenti di Cicaglia
Foto -21-.

L’intervento stravolse completamente il letto dell’antico torrente perché fu tutto colmato per una larghezza di oltre cento metri e per una lunghezza di quasi duecento, coprendo del tutto la Lama fino ad arrivare ai terrazzamenti effettuati nell’ex podere Ceci. Al termine del campo sportivo, verso valle, fu realizzato un muraglione in calcestruzzo armato per contenere la colmata di terreno e per realizzare un collegamento tra la parte destra e quella sinistra della Valle, senza impegnare il nuovo campo sportivo; in questo modo la parte a monte perdette ogni suo connotato naturalistico, diventando una spianata senza vegetazione.

Per far sì che le acque meteoriche e soprattutto quelle alluvionali provenienti dalla Murgia fossero smaltite, fu realizzato un canale largo circa 80 cm., alto circa 220 cm, con voltina a botte, che partendo dal muraglione raggiunge il fondo valle dove prospetta il Santuario della Madonna dei Miracoli (Foto 22).

Cunicolo di collegamento tra le due zone della Lama per far defluire le acque.
Foto -22- Cunicolo di collegamento tra le due zone della Lama per far defluire le acque.

Però, accanto a questo vero e proprio scempio, il Consiglio Direttivo dell’Istituto, quasi a farsi perdonare, nell’anno 1971 deliberò la realizzazione di un parco chiamato “Orto Botanico”, che doveva essere ubicato nelle vicinanze della scuola in modo da poter essere motivo di studio per gli studenti. Era necessario avere a disposizione almeno tre ettari di terreno per realizzarlo e si pensò di utilizzare quello di proprietà del Comune, sovrastante il fianco sinistro della vallata e rinveniente dall’ex proprietà dei Monaci benedettini, anche perché questo terreno era “incolto e selvatichito con vecchi sporadici tronchi di mandorlo tra enormi mucchi di pietre e rocce affioranti”.

Il Comune di Andria, a cui fu chiesto l’uso di questo terreno esteso per circa tre ettari, con Deliberazione n. 479 del 2 agosto 1971 “concesse l’uso del terreno per due anni”; successivamente, la concessione fu prolungata a trent’anni.

I lavori di realizzazione dell’”Orto Botanico” iniziarono nell’anno 1973 “con scasso totale e recinzione della zona con mura perimetrali. Si procedette all’acquisto delle piante: arbustivi, cespugli, rampicanti, tuie, conifere, carnaciparis, alberi da fiore e varietà di pini, cipressi, cedri, abeti, diverse varietà di agrumi e di piante esotiche per la nostra zona come betulle, ginco, nonché rosai di varietà antiche e moderne, bulbose, etc.”, come riportato nel Registro delle Deliberazioni del Consiglio dell’Istituto Agrario in data 30 maggio 1972.

Come riferisce il preside Boccardi “L’Orto botanico è una pregevole e vasta raccolta di piante ed essenze nazionali ed esotiche e per la solita mancanza d’acqua, non è possibile incrementare e allargare la collezione”.

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All’inizio degli anni Settanta, quando ho eseguito il rilievo del Convento ottocentesco dei Frati Agostiniani, ho visitato la Lama limitatamente alla zona retrostante il soccorpo del Santuario: erano ancora in piedi i pilastrini che sorreggevano un pergolato e che individuavano il percorso dalla porta della facciata esterna della Chiesa inferiore fino alla parete di fondo, distante poco più di trenta metri, munita di un’esedra dipinta: però, tutto era abbandonato (Foto 23).

Foto -23- Facciata posteriore del Santuario che prospetta sulla Lama.
Foto -23- Facciata posteriore del Santuario che prospetta sulla Lama.

Poiché nelle mie escursioni porto sempre la macchina fotografica, ho rintracciato alcuni fotogrammi di quell’epoca da cui si evince come il luogo presentava allora un aspetto di totale abbandono e la Valle era tutta piena di arbusti, muretti a secco e macchioni di capperi sotto le pareti delle costruzioni esistenti sul versante destro della Lama (Foto 24 - Foto 25).

Foto -24- Versante destro della Lama, in aderenza al Santuario.
Foto -24- Versante destro della Lama, in aderenza al Santuario.

Foto -25- Versante destro della Lama, in prosieguo della foto precedente.
Foto -25- Versante destro della Lama, in prosieguo della foto precedente.

La prima e fino ad oggi unica descrizione piuttosto accurata della Valle di S. Margherita, è quella pubblicata nel 1999 dalla Tipolitografia Miulli di San Ferdinando di Puglia, dal titolo “La Lama di Santa Margherita e il Santuario della Madonna dei Miracoli” a cura di Nicola Montepulciano e Vincenzo Zito. Gli autori Annalisa Lomuscio, Riccardo Losito, Benedetto Miscioscia, N. Montepulciano e V. Zito, con i loro saggi coprono tutte le peculiarità presenti nella Valle: la Lomuscio si sofferma sugli aspetti archeologici e storico-artistici, il geologo Losito illustra gli aspetti geologici del territorio, il Miscioscia parla della storia e tradizioni del Santuario, l’architetto Zito si sofferma sull’edificazione del Santuario arricchendo il suo saggio con piante, sezioni e fotografie, mentre il naturalista Montepulciano parla degli “aspetti vegetazionali e faunistici” della Lama.

Proprio dal saggio di Montepulciano apprendiamo che nella Valle crescono ben 37 tipi di piante erbacee di 19 specie, 23 piante arboree ed arbustive di 15 specie. Per quanto riguarda la fauna presente, il Montepulciano afferma “Nelle giornate più favorevoli, quando c’è calma quasi assoluta con pochissime persone nella Valle, si può ascoltare un continuo dolce canto di uccelli”. Pur non essendo un ornitologo, l’autore parla della presenza di questi uccelli: taccola, gazza, merlo, capinera, cardellino, cinciallegra, passero comune, civetta, rondone, upupa, tortora comune, rigogolo, fringuello, pettirosso e il pipistrello.

L’aspetto più importante è quello vegetazionale: le piante autoctone presenti sono essenzialmente il mandorlo, l’olivastro, il carrubo, il fico, il melograno e il noce; tra queste ce n’è una che è importata e che, a detta del naturalista, ha già infestato la Valle: è l’ailanto, che “non appartiene alla macchia mediterranea ed è un disastro per la nostra natura”.

Una pianta molto diffusa nella Valle è il cappero, Capparus spinosa L. come la chiama il Montepulciano, perché presenta due spine ricurve alla base delle foglie.

Una descrizione del Montepulciano riferita al cappero mi ha affascinato: “I fiori, di straordinaria bellezza, delicatamente profumati, sono assai grandi, composti da quattro petali appena rosati e da numerosi e appariscenti stami violetti, quasi lilla. (Foto -26-). Guardando i fiori del cappero si ha l’impressione di essere al cospetto di una nuvola di farfalle dai colori delicati.

Foto -26- Fiore di cappero della Valle di S. Margherita.
Foto -26- Fiore di cappero della Valle di S. Margherita.

La trattazione più completa sull’aspetto vegetazionale della Lama è riportata in un apposito paragrafo del progetto di restauro della “Grotta delle rose”.

Conoscendo la competenza e la passione di Nicola Montepulciano, nel mese di agosto dell’anno 2005, previa autorizzazione della Provincia BAT il cui Consiglio si era installato nell’ex Convento benedettino, ho effettuato una escursione all’interno della Valle per conoscerla meglio, alla luce di quanto riportato nella pubblicazione di cui sopra. Per difficoltà di accesso, ho potuto visitare solo in parte la Lama, sia dal lato sinistro che da quello destro del Santuario; mi sono inerpicato su entrambi i fianchi e da quello sinistro ho potuto accedere anche all’orto botanico.

Nella Valle si riscontra una vegetazione rigogliosa e variegata (Foto 27), a volte diventa impossibile penetrare nel sottobosco. In alcuni punti si avanza lungo un sentiero con a sinistra un’alta parete di roccia calcarenitica conchiglifera e a destra filari di alti alberi rigogliosi (Foto 28); ho notato la presenza di piante di ligustro con foglie molto grandi (Foto 29), rare a trovarsi, come afferma il naturalista Nicola Montepulciano.

Foto -27- Vegetazione spontanea nel sottobosco della Lama.
Foto -27- Vegetazione spontanea nel sottobosco della Lama.

Foto -28- Valle di S. Margherita. Sentiero interno.
Foto -28- Valle di S. Margherita. Sentiero interno.

Foto -29- Valle di S. Margherita. Piante di ligustro a foglia larga.
Foto -29- Valle di S. Margherita. Piante di ligustro a foglia larga.

Sul fianco destro della Valle, ad Ovest del Santuario, bellissimi erano i grandi cespugli di capperi e i loro fiori-farfalle, nati tra le fessure delle rocce affioranti (Foto 30) e i loro fiori: uno spettacolo naturale affascinante.

Foto -30- Fianco destro della Valle di S. Margherita. Cespuglio di cappero.
Foto -30- Fianco destro della Valle di S. Margherita. Cespuglio di cappero.

Ci sono zone in cui sono presenti contemporaneamente, stretti uno con l’altro, il melograno, il fico ed il cappero in un unico abbraccio (Foto 31).

Foto -31- Melograno, fico e capperi molto presenti nella Lama.
Foto -31- Melograno, fico e capperi molto presenti nella Lama.

Sempre sul fianco destro della Valle, ma ad Est del Santuario, ci sono grotte naturali ampliate dall’uomo e dotate di una muratura di facciata in blocchi di tufo; questi ambienti fino agli anni Settanta erano utilizzati come stalle ed anche per la lavorazione del latte, mentre ora sono abbandonati e la vegetazione spontanea se ne sta appropriando: la facciata in tufo e la contigua parete in roccia calcarea favoriscono la nascita di grossi cespugli di capperi ed alberi di fico (Foto 32 - Foto 33).

Foto -32- Versante Nord della Lama, sotto l’antico Convento benedettino.
Foto -32- Versante Nord della Lama, sotto l’antico Convento benedettino.

Foto -33- Versante Nord della Lama, sotto l’antico Convento benedettino.
Foto -33- Versante Nord della Lama, sotto l’antico Convento benedettino.

Sul pendio sinistro della Valle, nella zona dell’ex podere Ceci dove negli anni 1929-1931 furono eseguiti gli sbancamenti per i terrazzamenti con la costruzione di murature in pietrame a secco, con mia sorpresa ho trovato solo una fitta piantagione di pini e non di piante autoctone: credevo che il terrazzamento dovesse servire per realizzare un frutteto o un uliveto-mandorleto! (Foto 34).

Foto -34- Versante Sud della Lama, zona alta. Pineta, pianta non autoctona.
Foto -34- Versante Sud della Lama, zona alta. Pineta, pianta non autoctona.

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Quando nell’anno 2005 ho visitato per la prima volta l’orto botanico, sono rimasto meravigliato per la presenza ad Andria di un parco naturalistico attrezzato così grande, bello, curato, ricco di fiori, piante e profumi: un fiore all’occhiello per la nostra città, forse unico in Puglia. In quell’anno sembrava essere poco curato, ma pur sempre molto bello a vedersi e piacevole a percorrere perché, essendo nella stagione estiva, molti arbusti e cespugli erano in fiore.

Foto -35- Un vialetto dell’orto botanico.
Foto -35- Un vialetto dell’orto botanico.

Foto -36- Palme di varie famiglie nell’orto botanico.
Foto -36- Palme di varie famiglie nell’orto botanico.

Era un parco che con le necessarie manutenzioni e cure specifiche poteva diventare una grande risorsa naturalistica per la nostra città; le piante menzionate nella pubblicazione del preside Boccardi erano tutte munite di cartelli che riportavano il loro nome scientifico, quello volgare e la nazione di origine (Foto 35 - Foto 36 - Foto 37- Foto 38).

Foto -37- Un cedro maestoso nell’orto botanico.
Foto -37- Un cedro maestoso nell’orto botanico.

Foto -38- Albero ornamentale con rami ricadenti: Sophora japonica.
Foto -38- Albero ornamentale con rami ricadenti: Sophora japonica.

Lungo le murature di recinzione dell’orto botanico ci sono le bouganville alternate ad alberi di bergamotto (Foto 39) e, subito all’interno, una grande estensione di vivai recintati, quasi del tutto abbandonati (Foto 40).

Foto -39- Bouganville e bergamotti lungo la recinzione dell’orto botanico.
Foto -39- Bouganville e bergamotti lungo la recinzione dell’orto botanico.

Foto -40- Vivai abbandonati nell’orto botanico.
Foto -40- Vivai abbandonati nell’orto botanico.

Sul confine tra orto botanico e zona ubicata sul retro del Santuario dove è collocata la parete ninfeo, un gruppo maestoso di tre alberi vicini tra loro attira l’attenzione per la sua bellezza e rigogliosità: sono tre alberi di “Ceratonia Siliqua della famiglia delle Fabaceae – originaria della Siria e Asia Minore” come è scritto sul cartello: detto in volgare, sono tre maestosi Carrubi (Foto 41), come quelli che ancora si trovano nella Valle.

Foto -41- Maestoso carrubo sul confine tra l’orto botanico e la sottostante “Grotta delle rose”.
Foto -41- Maestoso carrubo sul confine tra l’orto botanico e la sottostante “Grotta delle rose”.

Foto aerea dell’orto botanico alla fine degli anni Settanta.
Foto aerea dell’orto botanico alla fine degli anni Settanta.

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Se si percorre il versante destro della Valle, a partire dalla zona del campo sportivo e fino a tutto il tratto di strada che dal Convento dell’Ottocento porta verso Barletta, fino al termine della Lama, un profondo sconforto pervade l’animo: in parecchi tratti il versante sta diventando una discarica e il degrado si allarga sempre più.

Bisogna intervenire con urgenza per evitare che la Valle ritorni ad essere “orrida”, come l’hanno descritta gli storici prima dell’Inventio della Madonna. Certo gli storici hanno esagerato con il termine “orrida”, però ora, siamo noi che stiamo esagerando, deturpando un bene che per la città di Andria ha un grande valore: la Lama di Santa Margherita è per noi andriesi un luogo simbolo.

Da anni la Lama e l’Orto Botanico sono, si può dire, abbandonati. E’ come abbandonare la storia e la cultura del territorio: così operando finirà tutto nell’oblio, lasciando un bene così bello ad un triste destino che è la sua scomparsa, e noi diventeremo sempre più poveri di valori.

È auspicabile che le autorità preposte possano predisporre per tale area un progetto di risanamento, recupero e rinaturalizzazione, scongiurando tassativamente il pericolo che diventi una discarica incontrollata, un luogo di rifiuti ed altri materiali pericolosi illecitamente collocati, soprattutto nelle aree private. Chi è preposto alla salvaguardia del nostro patrimonio naturalistico attivi le azioni necessarie per rimuovere le situazioni di criticità ambientale ora esistenti. Per l’orto botanico, è necessario che si torni a farlo rivivere, avviando anche un progetto di ampliamento dell’area naturale in questione.

Per fare questo è anche necessario far capire ai cittadini, ed in particolare agli abitanti del luogo, che è necessario un cambiamento di stile di vita, che dovrà prediligere la cura, la manutenzione ed il rispetto di ciò che la natura ci ha elargito gratuitamente; che conservare un bene ricco di memoria storica, di valori agro-paesaggistici, antropologici, geologici, archeologici e cristiani significa anche salvare la nostra storia ed il nostro territorio, per trasmettere anche a chi verrà dopo di noi quei valori che hanno costituito la nostra forza nel passato, valori che arricchiscono la nostra vita, valori che la natura ci ha regalato.

La Lama non è solo un bene che va preservato per la tutela della memoria storica, che è importantissima, ma anche nell’ottica della valorizzazione di tutto il territorio circostante: questi sono luoghi che hanno fatto la storia della nostra città.

Ricordando l’Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco, sulla cura della casa comune in cui viviamo, evitiamo di costruire un ambiente pieno di ferite prodotte dal nostro comportamento molte volte irresponsabile, ma cerchiamo di cantare come fece San Francesco: «Laudato sì, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».

Non permettiamo che il degrado modelli la nostra cultura. La Lama di Santa Margherita con le sue grotte e gli insiemi di elementi naturali oltre ad avere grande valore dal punto di vista della nostra storia, è anche eccezionale dal punto di vista scientifico. Nella cartografia dei Piani ufficiali il territorio della Valle è zona protetta e vincolata; nella realtà, invece, è una zona fuori controllo.

Cerchiamo di tenere bene a mente quanto affermato nella “Convenzione per la protezione del patrimonio culturale e naturale” del 1972: “Il patrimonio culturale e naturale rappresenta il punto di riferimento, il modello, l’identità dei popoli e costituisce l’eredità del passato da trasmettere alle generazioni future”.

Nel Piano di Assetto Idrogeomorfologico (PAI) la Lama di Santa Margherita è “zona protetta di Alta Pericolosità”, come è riportato nella carta idrologica ufficiale dell’Autorità di Distretto dell’Appennino Meridionale (già Autorità di Bacino) qui sotto riportata.

Carta idrologica ufficiale del Piano di Assetto Idrogeomorfologico (PAI).


Note

[23] Dal Registro delle Deliberazioni del Consiglio, VII, del n. 174, 8 febbraio 1963) apprendiamo che “Fu indispensabile, dopo l’appianamento delle zone a nuova superficie, la costruzione di un canale cementizio lungo il campo per consentire lo smaltimento delle acque piovane, convogliandole nella vallata. Si sbancò il terreno anche sotto dei terrazzamenti per allargare la superficie del Campo Sportivo e del campo da tennis. Il progetto fu realizzato dall’Ing. Fernando Palladino, Insegnante dell’Istituto”.