All'immanorata Selene ...

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Selene ed Endimione, dipinto di V. F. Pollet
[Selene ed Endimione, dipinto di Victor-Florence Pollet del 1850c, al Victoria & Albert Museum di Londra]

All’innamorata Selene
(nell’eclissi di stasera 27 luglio 2018)

Per quattro notti, splendida Selene, [1]
ad ogni ciclo abbracci Endimione
la sua beltà rapì la tua passione
poi che dormiente lo baciasti lene.

Da Pan fuggivi allor per il suo inganno:
qual pecora in manto s’era mostrato
e a forza il piacere t’avea rubato;
nella grotta entrasti con grande affanno

l’addormentato eroe vi scovristi,
da Ipno sopito a palpebre schiuse,
e senza remore le membra ottuse
nell’intimo abbraccio l'amor fruisti.

Dall'amato torni anche ad ogni eclisse;
del diciotto oggi, ventisette luglio,
nella sua tana entri in gran subbuglio
stasera ardente qual braci affisse.

Non ti coprir di nembi onde mirarti
in quel momento clou, o mia Splendente,
non obnubilarmi sì gran frangente,
ch’io possa goder la scena ed esaltarti.

Talché d’amor per me sarai foriera
incessantemente da mane a sera.

Andria, 27 luglio 2018

da "I pensieri del Folletto" sdt

   

Selene ed Endimione, mosaico di Pompei  Pan e Selene-Diana, di Annibale Carracci (Palazzo Farnese Roma)
[Selene ed Endimione, mosaico di Pompei - Pan e Selene-Diana, di Annibale Carracci (Palazzo Farnese Roma)]

   

l'eclissi fotografata da Giuseppe D'Ambrosio     Selene ed Endimione, dipinto di G. F. Watts - 1869
[l'eclissi fotografata da Giuseppe D'Ambrosio - Selene ed Endimione, dipinto di George Frederic Watts del 1869 circa]

Nota sui miti richiamati nei versi
[1] Negli autori greci antichi troviamo solo pochi riferimenti al mito del rapporto amoroso tra Selene ed Endimione. Il racconto che più evidenzia tale innamoramento è un dialogo tra Afrodite e Selene “Ἀφροδίτης καὶ Σελήνης”, scritto nel 2° secolo dopo Cristo da Luciano di Samosata (città della Siria): è un breve testo facente parte della raccolta ironica e briosa dei “Dialoghi degli Dei“Θεῶν διάλογοι”.
Esiodo precedentemente (nella sua Teogonia) aveva ipotizzato Selene (Luna) con i fratelli Elios (Sole) ed Eos (Aurora), nata dall’amore tra Theia ed Iperione; altrove egli racconta anche di Endimione il quale, figlio di Ætlio e di Calice, aveva avuto da Zeus il dono di poter morire quando volesse, e che poi salito all’Olimpo, vi sarebbe stato scacciato per le sue insistenti profferte a Hera e per le quali precipitato nell’Ade, o, secondo una versione più tarda, sarebbe stato condannato al sonno eterno.
Omero, in un suo Inno, immagina Selene come uno degli amori di Zeus; la vede in sfavillanti vesti emergere tersa dall'Oceano, aggiogare al tramonto i lucenti destrieri alla sua biga e percorrere splendente il cielo. Eccone uno stralcio:

[trascrizione del testo di Omero]

Εἰς Σελήνην


ἧς ἄπο αἴγλη γαῖαν ἑλίσσεται οὐρανόδεικτος
κρατὸς ἀπ' ἀθανάτοιο, πολὺς δ' ὑπὸ κόσμος ὄρωρεν
αἴγλης λαμπούσης· στίλβει δέ τ' ἀλάμπετος ἀὴρ
χρυσέου ἀπὸ στεφάνου, ἀκτῖνες δ' ἐνδιάονται,
εὖτ' ἂν ἀπ' ᾿Ωκεανοῖο λοεσσαμένη χρόα καλὸν
εἵματα ἑσσαμένη τηλαυγέα δῖα Σελήνη
ζευξαμένη πώλους ἐριαύχενας αἰγλήεντας
ἐσσυμένως προτέρωσ' ἐλάσῃ καλλίτριχας ἵππους
ἑσπερίη διχόμηνος· ὅ τε πλήθει μέγας ὄγμος,
λαμπρόταταί τ' αὐγαὶ τότ' ἀεξομένης τελέθουσιν
οὐρανόθεν· τέκμωρ δὲ βροτοῖς καὶ σῆμα τέτυκται.
τῇ ῥά ποτε Κρονίδης ἐμίγη φιλότητι καὶ εὐνῇ·

[da “ Voci del mondo antico”, sito web del Prof. Giuseppe Frappa, consultato il 26/09/2018, nella sezione "testi della poesia greca – Inni omerici – Alla Luna"]

 

[traduzione di Gabriele D'Annunzio]

A Selene


[la Luna] da ’l cui capo immortale una luce pe ’l cielo
circonfunde la terra: sorride una queta bellezza
da la raggiante luce. Risplende per l’aurëo serto
l’etere bruno intorno, scintillano candidi i raggi,
quando da l’Oceàno, detersa il bel corpo, ricinta
di radiöse vesti, la diva Selene, e congiunti
i giovini cavalli di altera cervice lucenti,
abbia prima agitati i corsier da le belle criniere
ne’ vespri, a mezzo il mese, allor ch’è completo il gran solco,
e, cresciuta ella, via pe ’l cerulo cielo splendori
puri ne piovon, nivei, segnale ed indizio a’ mortali.
Con essa un dì il Saturnio li amplessi mesceva e l’amore.

[da “ Humanities”, Anno III, n.5, 2014, pp. 120-123]

Successivamente il latino Virgilio (nei vv. 391-393 del 3° libro delle Georgiche) scrive che ai suoi tempi si raccontava l’inganno amoroso subito da Selene (Luna) ad opera di Pan: questi mascheratosi con un innocente vello di bianca lana l’aveva attratta nel fitto bosco seducendola. Ecco i versi virgiliani:

Munere sic niveo lanæ (si credere dignum est)
Pan deus Arcadiæ captam te, Luna, fefellit
in nemora alta vocans: nec tu aspernata vocantem.
[ Con un niveo dono di lana (se ciò è degno di fede)
Pan, Dio dell’Arcadia, te circuita, o Luna, ingannò
inducendoti negli alti boschi: né tu disdegnasti l'invito.
]
Ritengo infine opportuno trascrivere qui il suddetto splendido dialogo composto da Luciano di Samosata, sia nell’originale greco che nella traduzione italiana, non tanto perché concorre a comprendere il mito richiamato nei miei versi, quanto soprattutto affinché il lettore resti, come me, affascinato dalla bellezza estetica del testo, dalla lieve ironia e briosità che emana, dalla delicata sensualità sottesa nel vivace battibecco tra le due Dee.

[trascrizione del testo originale in greco]

Θεῶν διάλογοι
Ἀφροδίτης καὶ Σελήνης

Ἀφροδίτη
Τί ταῦτα, ὦ Σελήνη, φασὶ ποιεῖν σε;
ὁπόταν κατὰ τὴν Καρίαν γένῃ, ἱστάναι μέν σε τὸ ζεῦγος ἀφορῶσαν ἐς τὸν Ἐνδυμίωνα καθεύδοντα ὑπαίθριον ἅτε κυνηγέτην ὄντα, ἐνίοτε δὲ καὶ καταβαίνειν παρ' αὐτὸν ἐκ μέσης τῆς ὁδοῦ;

Σελήνη
Ἐρώτα, ὦ Ἀφροδίτη, τὸν σὸν υἱόν, ὅς μοι τούτων αἴτιος.

Ἀφροδίτη
Ἔα· ἐκεῖνος ὑβριστής ἐστιν·
ἐμὲ γοῦν αὐτὴν τὴν μητέρα οἷα δέδρακεν, ἄρτι μὲν ἐς τὴν Ἴδην κατάγων Ἀγχίσου ἕνεκα τοῦ Ἰλιέως, ἄρτι δὲ ἐς τὸν Λίβανον ἐπὶ τὸ Ἀσσύριον ἐκεῖνο μειράκιον, ὃ καὶ τῇ Φερσεφάττῃ ἐπέραστον ποιήσας ἐξ ἡμισείας ἀφείλετό με τὸν ἐρώμενον·
ὥστε πολλάκις ἠπείλησα, εἰ μὴ παύσεται τοιαῦτα ποιῶν, κλάσειν μὲν αὐτοῦ τὰ τόξα καὶ τὴν φαρέτραν, περιαιρήσειν δὲ καὶ τὰ πτερά·
ἤδη δὲ καὶ πληγὰς αὐτῷ ἐνέτεινα ἐς τὰς πυγὰς τῷ σανδάλῳ· ὁ δὲ οὐκ οἶδ' ὅπως τὸ παραυτίκα δεδιὼς καὶ ἱκετεύων μετ' ὀλίγον ἐπιλέλησται ἁπάντων.
ἀτὰρ εἰπέ μοι, καλὸς ὁ Ἐνδυμίων ἐστίν; ἀπαραμύθητον γὰρ οὕτως τὸ δεινόν.

Σελήνη
Ἐμοὶ μὲν καὶ πάνυ καλός, ὦ Ἀφροδίτη, δοκεῖ, καὶ μάλιστα ὅταν ὑποβαλλόμενος ἐπὶ τῆς πέτρας τὴν χλαμύδα καθεύδῃ τῇ λαιᾷ μὲν ἔχων τὰ ἀκόντια ἤδη ἐκ τῆς χειρὸς ὑπορρέοντα, ἡ δεξιὰ δὲ περὶ τὴν κεφαλὴν ἐς τὸ ἄνω ἐπικεκλασμένη ἐπιπρέπῃ τῷ προσώπῳ περικειμένη, ὁ δὲ ὑπὸ τοῦ ὕπνου λελυμένος ἀναπνέῃ τὸ ἀμβρόσιον ἐκεῖνο ἆσθμα.
τότε τοίνυν ἐγὼ ἀψοφητὶ κατιοῦσα ἐπ' ἄκρων τῶν δακτύλων βεβηκυῖα ὡς ἂν μὴ ἀνεγρόμενος ἐκταραχθείη -
οἶσθα· τί οὖν ἄν σοι λέγοιμι τὰ μετὰ ταῦτα; πλὴν ἀπόλλυμαί γε ὑπὸ τοῦ ἔρωτος.

[da “ Voci del mondo antico”, sito web del Prof. Giuseppe Frappa, consultato il 26/09/2018, nella sezione "testi della prosa greca - Lucianus - Dialogi Deorum"]

 

 

[traduzione piuttosto libera]

DIALOGHI DEGLI DEI
Afrodite e Selene

Afrodite.
Che si va chiacchierando di te, Selene?
Ogni volta che giungi sulla Caria fermi la tua biga per guardare giù Endimione, il quale, essendo cacciatore, dorme all'aperto; e che talvolta discendi da lui lasciando a mezzo il corso del cielo?

Selene.
Domandalo, Afrodite, al figliuol tuo; egli per me è la causa di tutto questo.

 

Afrodite.
Ahimé! [Eros] è un cattivello!
Infatti quante cose fa anche a me che sono sua madre; ora mi fa scender sull’Ida per il troiano Anchise; ora sul Libano presso quel giovane Assiro [Adone], e avendolo fatto innamorare di Proserpina, ha portato via per metà il mio amante.
diverse volte l’ho minacciato di rompergli l’arco e la faretra, e di togliergli anche le ali:
e già gli diedi sculacciate col sandalo: egli piange, dice che non lo farà più, ma poco dopo dimentica tutto.
Ma dimmi, è bello Endimione? ... perché così almeno la colpa ha una piacevole scusa.

Selene.
Per me, cara Afrodite, è tanto ma tanto bello, specialmente quando, gettata la clamide su la rupe, vi si addormenta, avendo nella mano sinistra i dardi che gli cadono tra le dita; la destra poi, ripiegata in su intorno il capo, incornicia il suo bel volto: e così dormendo espira un alito come ambrosia.
Allora io senza far rumore m’appresso, camminando in punta dei piedi per non spaventarlo destandolo ...
sai: che altro ancora debbo dirti? ... se non che mi sento morire d’amore.

Endimione addormentato, sarcofago (Metropolitan Museum di NY)
[Endimione addormentato, sarcofago 3° sec. d. C. (Metropolitan Museum di New York)]

Il bassorilievo del sarcofago del 3° secolo qui sopra riprodotto (attualmente presente al Metropolitan Museum of Art di New York) illustra egregiamente il mito raccontato da Luciano.
Selene, quasi centrale nella scena, è rappresentata appena scesa dal suo cocchio celeste; parzialmente discinta, appressandosi sta mirando il suo amato cacciatore-pastorello addormentato sulla roccia, mentre il cane osserva vigile quanto accade al suo padrone.
Endimione, quasi nell’angolo destro dell’insieme, recumbente, il braccio destro ripiegato in alto intorno al capo reclinato sulla spalla sinistra e le gambe in tenue apertura, nonché con l’arma ormai sfuggente dalle dita della sua sinistra immota sulla sottostante roccia, esalta il totale indifeso abbandono, la sua vulnerabilità e l'incosciente disponibilità all’imminente amplesso.