Rosa Marina

Contenuto

Rosa Marina

(rime odeporiche)

(con la leggerezza del ditirambo)

Torre San Leonardo, spiaggia Il Pilone

Torre San Leonardo

San Leonardo, torre altera,
Veglia a sud ridente spiaggia
Che tra scogli e bionda sabbia
Vi spumeggia fino a sera.

Ros(a) Marina ell’è chiamata
Già dai tempi dei Templari;
Questa grangia a trenta tari
Da Siponto fu acquistata. [1]

Una ronda siciliana
Posta qui nel Cinquecento
Fu a nomarla, nell’intento
La Trinacria sua lontana

Torre San Leonardo: probabile antica masseria teutonica

Ricordare con la conta
Della Bella trafugata,
Dallo zufol poi destata
Del suo Re, contro ogni onta.

Era sorta nell’Aurora:
Da Rugiada madre amata
E da Febo indorata
Coi suoi Rai alla prim’ora. [2]

  

Giglio delle dune presso la spiaggia di torre S. Leonardo

Dune dall’argentea chioma
Qual capelli delle fate [3]
Dai ginepri profumate
E dal timo il tenue aroma:

Presso il lido tal gariga
Addolcisce la calura,
Rende l’aria ancor più pura,
Del tuo gaudio se ne briga.

Ares, Artemide ed Eros, incisione rinascimentale  di Marcantonio Raimondi

È Riviera sotto Ostuni
Dal Pilone a Monticelli:
Le battigie son gioielli
Ben protette dai suoi numi;

Ares cogli nel maroso,
Afrodite nella spuma:
L’arco d’Eros ti consuma,
Sei possente e ancor focoso.

Più non scordi Ros(a) Marina
Né l’incanto del suo lido,
Qual rondone il prisco nido,
Ché Eudemonia è sua vicina.

Spiaggia de "Il Pilone" verso sera presso Torre San Leonardo

Le Càriti o Grazie, incisione rinascimentale  di Marcantonio Raimondi

[chiusa solenne]


e sia nel bosco che presso il mare
Con le Càriti godrai ristare: [4]
Gioia, Splendore e Prosperità
Largiranno la felicità.

lì, “Il Pilone”, 13 luglio 2018

da "I pensieri del Folletto" sdt
Alcune note chiarificatrici
[1] Questa zona della riviera all’inizio del secondo Millennio apparteneva ai Canonici regolari di S. Agostino dell’antica abbazia di San Leonardo di Siponto. Quando tra gli anni Trenta e i Sessanta del Duecento quel monastero ebbe un tracollo finanziario, questo territorio, come altri possedimenti degli Agostiniani, passò nella disponibilità dei cavalieri Teutonici (Ordo fratrum domus hospitalis S. Mariae Theutonicorum Jerosolymitanum); nella composizione si è scritto “Templari” invece di “Teutonici” per esigenze di rima, anche se potrebbe effettivamente essere appartenuta per un certo tempo ai Templari. (È da approfondire la storia locale). Inoltre: trenta tarì d’oro erano al tempo la somma usuale data in fideiussione di un contratto.
esempio di Tarì d'oro
[2]
Che il nome di questo litorale "Rosa Marina" provenga dalla seguente fiaba siciliana è probabilmente solo una fantasiosa ipotesi richiamata in questa poesia.
Ecco la fiaba palermitana, nella rilettura di Italo Calvino (1923-1985):
“Una volta c’era un Re e una Regina che non avevano figli.
Passeggiando nell’orto la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno. E disse: — Guarda un po’: quella lì che è pianta di rosmarino ha tanti figlioli, e io che sono regina non ne ho neanche uno! Dopo poco, la Regina diventò anche lei madre. Ma non fece un bambino, fece una pianta di rosmarino. La mise in un bel vaso, e l’annaffiava col latte.
Venne a trovarli un nipote, che era Re di Spagna, e chiese: — Maestà zia, cos’è questa pianta? La zia gli rispose: — Maestà nipote, è mia figlia, e l’innaffio col latte quattro volte al giorno.
Al nipote questa pianta piaceva tanto, che pensò di rapirla. La prese col vaso e tutto e la portò sul suo bastimento, comprò una capra per il latte, e fece levar le ancore. Navigando, mungeva la capra e dava il latte alla pianta di rosmarino, quattro volte al giorno. Appena sbarcò alla sua città, la fece piantare nel suo giardino.
Questo giovane Re di Spagna aveva la gran passione di suonare lo zufolo, e tutti i giorni girava per il giardino zufolando e ballando. Zufolava e ballava, e tra le fronde del rosmarino compare una bella fanciulla dai lunghi capelli, e si mette a danzare accanto a lui. — Donde venite? — lui le chiede. — Dal rosmarino, — lei risponde. E finita la danza tornò tra le fronde di rosmarino e non si vide più.
Da quel giorno il Re sbrigava in fretta gli affari dello Stato e andava in giardino con lo zufolo, suonava e la bella fanciulla usciva di tra le foglie, e insieme ballavano e discorrevano tenendosi per mano.
Sul più bello, al Re fu intimata una guerra, e dovette partire. Disse alla fanciulla: - Rosmarina mia, non uscire dalla tua pianta fin quando non son tornato. Quando tornerò suonerò sullo zufolo tre note, e allora tu uscirai.
Chiamò il giardiniere e gli disse che la pianta di rosmarino andava innaffiata col latte quattro volte al giorno; se al ritorno la trovava avvizzita, l’avrebbe fatto decapitare della testa. E partì.
Bisogna sapere che il Re aveva tre sorelle, ragazze curiose, che da un pezzo si domandavano cosa faceva il loro fratello per tante ore in giardino con lo zufolo. Appena lui fu partito per la guerra, andarono a frugare in camera sua e trovarono lo zufolo. Lo presero e andarono in giardino. La più grande si provò a suonarlo e le uscì una nota, la seconda glielo tolse di mano, soffiò e fece un’altra nota, e la più piccina a sua volta suonò una nota lei pure.
Sentendo le tre note, e pensando che il Re fosse tornato, Rosmarina saltò fuori di tra le foglie. Le sorelle: - Ah! Ora capiamo perché nostro fratello non usciva più dal giardino! — e, malevole com’erano, acciuffarono la fanciulla e gliene diedero quante poterono. Quella meschina, più morta che viva, scappò nel suo rosmarino e sparì. Quando venne il giardiniere trovò la pianta mezz’avvizzita, con le foglie gialle e tutte giù. — Ahi, povero me! Come faccio, quando viene il Re! — Corse a casa, disse alla moglie: — Addio, devo scappare, innaffia tu il rosmarino col latte, — e fuggì.
Il giardiniere camminò e camminò per la campagna. Era in un bosco quando venne sera. Per paura delle bestie feroci s’arrampicò su un albero. A mezzanotte, sotto quell’albero s’erano dati appuntamento una Mamma-draga e un Mammo-drago. E il giardiniere rannicchiato in cima all’albero rabbrividiva a sentire i loro sbuffi. — Che c’è di nuovo in giro? — chiese la Mamma-draga al Mammo-drago. — E che vuoi che ci sia?Non sai mai raccontarmi niente di nuovo!Ah sì, la pianta di rosmarino del Re è avvizzita.E com’è andata?È andata che ora che il Re è alla guerra le sorelle si sono messe a suonare lo zufolo, e dal rosmarino è uscita la ragazza incantata, e le sorelle l’hanno lasciata più morta che viva dalle botte. Così la pianta sta appassendo.E non c’è modo di salvarla?Il modo ci sarebbe …E perché non me lo dici?Eh, non è cosa da dire: gli alberi hanno occhi e orecchi.Ma va’; chi vuoi che ti senta in mezzo al bosco!Allora ti dirò questo segreto: bisognerebbe prendere il sangue della mia strozza e il grasso della tua cuticagna, bollirli insieme in una pignatta; e ungere tutta la pianta di rosmarino. La pianta seccherà del tutto ma la ragazza ne uscirà fuori sana e salva.
Il giardiniere aveva sentito tutto quel discorso col cuore in gola. Appena il Mammo-drago e la Mamma-draga si addormentarono e lui li sentì russare, staccò dall’albero un ramo nodoso, saltò giù e con due colpi ben assestati li mandò all’altro mondo. Poi cavò fuori il sangue dalla strozza del Mammo-drago, il grasso della cuticagna della Mamma-draga, e corse a casa. Svegliò la moglie, e: — Presto, fa’ bollire questa roba! – E ne unse il rosmarino rametto per rametto.
Uscì la ragazza e il rosmarino seccò. Il giardiniere prese la ragazza per mano e la portò a casa sua, la mise a letto e le diede un bel brodo caldo.
Torna il Re dalla guerra, e per prima cosa va in giardino con lo zufolo. Suona tre note, ne suona altre tre, ma sì! aveva voglia di fischiare! S’avvicina al rosmarino e lo trova secco stecchito, senza più una foglia. Furente che pareva una belva, corse alla casa del giardiniere. — Sarai decapitato della testa oggi stesso, sciagurato!Maestà, si calmi, entri un momento in casa e le faccio vedere una bella cosa!Bella cosa un corno! Sarai decapitato della testa!Entri soltanto, poi mi faccia quel che vuole!
Il Re entrò e trovò Rosmarina coricata, perché era ancora convalescente. Alzò il capo e gli disse, coi lucciconi agli occhi: - Le tue sorelle m’hanno battuta, e il povero giardiniere m’ha salvato la vita! Il Re era pieno di felicità per aver ritrovato Rosmarina, pieno d’odio per le sorelle, pieno di riconoscenza per il giardiniere.
Appena la ragazza si fu ristabilita volle sposarla, e scrisse al Re suo zio che il rosmarino da lui rapito era diventato una giovane bellissima e lo invitava con la Regina per il giorno delle nozze. Il Re e la Regina che erano disperati non sapendo più nulla della pianta, quando l’ambasciatore portò loro quella lettera, e seppero che la pianta era in realtà una bella ragazza loro figlia, divennero come pazzi dalla contentezza. Si misero subito in viaggio e "bum! bum!" spararono cannoni a salve arrivando al porto, e Rosmarina era già lì ad aspettare i genitori.
Si fece il matrimonio e ci fu un banchetto con una tavola lunga per tutta la Spagna.”
[tratto da “Fiabe Italiane”, di Italo Calvino, fiaba n.161]
Si trascrive la fiaba anche nell'originale "gustoso" dialetto palermitano, registrata da Giuseppe Pitrè (1841-1916) in "Fiabe novelle e racconti popolari siciliani" del 1875 (sulla base di questo testo poi Calvino scrisse la su riportata versione in italiano):
"‘Na vota cc’era un Re e ‘na Riggina, ch’ ‘un avianu figghi. ‘Na jurnata la Riggina scinni ‘nta la sò fiuretta e vidi un pedi di rosamarina ch’avia tanti figghiulina. Dici: — «Talià’! idda ch’è rosamarina havi li figghiulina, e io ca sugnu Riggina, ‘un haju nuddu figghiu!»
Ddoppu jorna nesci e nesci gràvita. ‘Nta lu cuntu prestu s’arriva: a li novi misi parturisci e fa un pedi di rosamarina; e sta rosamarina l’abbivirava cu lu latti, e ‘nta ‘na grasta la minteva sempri supra la tavula.
Succedi ca cala un niputi sò, figghiu di lu Re di Spagna; vitti sta grasta cu stu pedi di rosamarina: — «Maistà, dici, chi è sta rosamarina?» La zia cci cunta lu trattatu: — «Haju parturutu; haju fattu stu pedi di rosamarina, e l’abbiviru cu lu latti quattru voti lu jornu.» Lu picciottu dissi ‘nta iddu: «Io cci l’hê pigghiari sta rosamarina …» Pripara ‘na bella grasta ‘nta lu sò bastimentu, s’accatta ‘na crapa pi lu latti, pigghia dda rosamarina e spirisci. Quattru voti lu jornu abbivirava sta rosamarina. Arrivannu a la sò cità, si fici chiantari ‘nta la sò fiuretta stu pedi di rosamarina.
Stu Re di Spagna avia tri soru, e iddu s’allianava di suonari lu friscalettu. ‘Na jurnata mentri sunava si vidi cumpàriri ‘na dunzella. Iddi cci dici: – «D’unni viniti?» – «Io sugnu ‘nta lu pedi di la rosamarina». Vulistivu vidiri a lu re! ‘Un niscìu cchiù: finia l’affari di lu Regnu,e scinnia ‘nta la fiuretta, sunava lu friscalettu, e idda niscìa, e s’allianava a discurriri cu idda.
A lu Re ‘nta lu megghiu cci veni ‘ntimata ‘na guerra, e cci dici a la dunzella: — «Senti, Rosamarina mia, quannu io tornu di la guerra, sonu tri voti lu friscalettu, e allura tu veni». Si chiama a lu giardineri e cci dici ca vulia abbiviratu stu pedi di rosamarina quattru voti lu jornu cu lu latti; ca si a l’aggirata la truvava mùscia, cci facia dicapitari la testa. Lassò lu friscalettu ‘nta la sò cammara, addumannò licenzia a li so’ soru, e partíu.
Li soru, curiusi, dici: — «Mè frati chi fa cu stu friscalettu?» Pigghia la granni e lu sona; pigghia la mizzana e lu sona; veni la nica e lu sona puru. A li tri voti cumparisci la dunzella. Li soru: — «Ah! pi chistu nun cci spirciava cchiù di nesciri a mè frati, e stava jittatu ‘nta sta fiuretta!» L’hannu affirratu, e ddocu cci nni dettiru ca la ficiru stari cchiù modda ca dura. Chidda mischina si susi e si nni torna a la rosamarina, e spiríu. Veni lu giardineri, e trova la rosamarina ammusciuta: — «Ah! mischina mia, e si veni lu Re chi nni fa di mia!» Addimannò licenzia a la mugghieri: — «Io mi nni vaju; abbivira tu la rosamarina ogni mumentu.» E si nni scappau.
Metti a caminari pi li campagni; cci scurò la prima siritina ‘nt’ôn voscu. Vidi un arvulu; si nn’acchiana ‘nta st’arvulu p’ ‘un essiri manciatu di quarchi armali firoci. A menzannotti veni un Mammu-drau e ‘na Mamma-dràa, e si jettanu sutta dd’arvulu: e ddocu ciatatini ca facianu scantari. — «Chi cc’è di novu?» cci spija la Mamma-dràa a lu Mammu-drau. — «E chi cci havi ad essiri! Chi vô’ sapiri?» — «Nenti hai di cuntàrimi?» — «Haju ‘na cosa di cuntàriti: cc’è lu poviru giardinèri di lu Re c’un piriculu di vita.» — «E pirchì?»
— «Tu nun sai ca lu Re iju a pigghiari la Rosamarina nni sò ziu, e ‘nta dda rosamarina cc’è ‘ncantata ‘na dunzella? Lu Re la iju a chiantari ‘nta lu sò fiuretta, e l’abbivirava quattru voti lu jornu cu lu latti, e friscannu cu lu friscalettu, la dunzella niscía di la rosamarina. Tuttu chistu lu sai. Ora lu Re si nn’appi a jiri a la guerra; cci cunsignò a lu giardineri stu pedi di rosamarina, e partíu lassannu lu friscalettu ‘nta la sò cammara. Vinniru li soru, sunaru; quannu la dunzella niscíu di la rosamarina, la lassaru cchiù morta ca viva a forza di vastunati. E la rosamarina addivintò muscia, e lu giardineri pi lu scantu di lu Re scappò.»
— «Ma nuddu rimèddiu cc’è pi sta cosa?» —— «Cci saría lu rimèddiu; ma nun ti lu vogghiu diri, pirchì li macchi hannu occhi, e li mura hannu oricchi.» — «E bonu! chi cc’è! Cu’ nni senti ccà?» — «‘Nca senti: Lu sangu di li me’ vini e lu grassu di lu tò cozzu si vugghi ‘nta ‘na pignatedda. Ddoppu vugghiutu si unta tuttu lu pedi di la rosamarina. Accussì la dunzella nesci di la rosamarina, e si nni va nni lu giardineri.» — «Ah! dissi allura lu giardineri, Sorti, ajutami!».
Comu lu Mammu-drau e la Mamma-dràa s’addurmisceru, scinni di l’arvulu, pigghia ‘na varra, cafudda, e l’ammazza; cci pigghia lu sangu a iddu, lu grassu a idda, curri a la casa, li vugghi, e poi metti a untari tuttu lu pedi di rosamarina. Comu lu unta, nesci la dunzella, e la rosamarina siccau. Iddu, prontu, la pigghia ‘mmrazza, e si la porta a la casa. La curca, e cu vrodu e midicamenti la misi a risturari. Quann’era tanticchia migghiulidda, veni lu Re di (da) la guerra. Veni lu Re e va a la fiuretta, sona lu friscalettu: avía vogghia di friscari! ‘ncugna nna la rosamarina, e la trova sicca.
Poviru giardineri ‘un cci vinía àlicu di diricci nenti a lu Re, pirchì Rosamarina era ancora malatedda. Lu Re furminava: — «O tu mi dici chi nn’è di Rosamarina, o io ti fazzu dicapitari la testa!» — «Maistà, cci dici lu giardineri, vinissi a la mè casa, ca cci fazzu vidiri ‘na cosa buona.» — «E io chi cci hê vèniri a fari a la tò casa, gran birbanti? Io vogghiu a Rosamarina!» — «Ma Sò Maistà veni, e poi di mia nni fa zoccu nni voli.» Lu Re ‘n vidennu accussì, scinníu. Comu trasi nni la casa di lu giardineri e vidi a idda curcata, cu li larmi all’occhi cci dici: — «E comu fu sta cosa?» Rispunni la dunzella: — «Li to’ soru m’hannu firutu; poviru giardineri, vidennu ca io stava pirennu, mi untò un certu ‘nguentu, e io arrivinni». Cunsiddirati lu Re quali òddiu cci misi a li so’ soru! Cunsiddirati qual’amuri cci pigghiò a stu giardineri, iddu ca cci avia datu la vita a la Rosamarina! Quannu idda si ristabiliu, lu Re cci dissi ca iddu la vulia pi mugghieri. Scrivi a sò ziu, a lu Re, e cci dici ca già lu pedi di rosamarina avia addivintatu ‘na giuvina bedda a vidìri e bedda a guardari; si iddu vulía vèniri cu la Riggina a lu matrimoniu, ca già s’avia fattu l’appuntamentu, e iddu si l’avia a ‘nguaggiari. Partíu lu ‘mmasciaturi; comu lu Re appi sta ‘mmasciata, cunsiddirati la cuntintizza pinsannu ch’avia asciatu ‘na figghia.
Si misiru ‘n viaggia lu Re e la Riggina; arrivannu a lu postu: bbuhm! bbuhm! — «Cu’ veni?» — «Veni lu Rignanti». Comu lu Re e la Riggina vittiru la figghia, si l’abbrazzaru e si la vasaru. La figghia fici l’arricanuscenza di lu patri e la matri; e si fici lu matrimoniu, e cci fu un gran fistinu pi tutta la Spagna.

Iddi arristaru filici e cuntenti,
Nuàtri ccà nni munnamu li denti.

[3] È questo lo sparto pungente della sabbia (Ammophila arenaria), erba graminacea perenne che cresce spontanea nelle dune di questa zona mediterranea. Nella sabbia presso la riva fiorisce inoltre il “Pancratium maritimum”, il profumatissimo giglio di queste dune costiere (foto in alto a destra).
 

[4] L'incisione raffigurante "Ares, Artemide ed Eros", scolpita da Marcantonio Raimondi (1480-1534) intorno al 1508, è immagine dell'originale presente alla National Gallery di Victoria, Melbourne;
quella raffigurante "Le Cariti", incisa anch'essa da Marcantonio Raimondi tra il 1510 ed il 1527, è immagine dell'originale presente alla National Gallery di Praga.