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RELAZIONE STORICA
SULL’IMMAGINE
INVENZIONE SANTUARIO E PRODIGII
DI
MARIA SS. DE’ MIRACOLI D’ANDRIA

operetta del P. Antonino M.a di Jorio, agostiniano
Stabilimento Tipografico del Dante, Napoli, 1853

Capo X.
Assassinio e spogliamento del Santuario di Andria. — Mirabile scoperta del Ladro — Riacquisto di tutt’ i tesori.

Lo Spirito di abisso, che non aveva lasciato sforzo alcuno per opporsi allo splendido ristabilimento di questo Santuario , non si tenne mai umiliato abbastanza nella mala riuscita di sue imprese a questo scopo dirette; poichè di tanto in tanto rinnovò i crescenti suoi colpi per distruggerne l’edifizio. Ecco la disgrazia del primo Angelo caduto e di tutti coloro che lo seguirono e lo sieguono nella ribellione contro del Creatore, vivere cioè una vita di eterna morte, nella orribile ed incomprensibile pena di odiare fieramente quel Sommo Bene, che non vollero teneramente amare. Necessitato l’empio Satana per la sua impenitenza finale a quest’odio esecrando, per eccesso di furore irreprimibile vedesi ancora necessitato ad opporlo, nonchè per l’immutabile sua volontà orgogliosa e folle nell’aspirare agli onori divini, viene spinto di continuo a contrastare a Dio le adorazioni, la gloria, e le anime. Iddio d’altronde, dopo di aver provveduto i suoi Servi di sostegni e di conforti per resistergli permette al suo nemico l’adoperarsi secondo la malizia di lui, e ciò per mostrare, nella inutilità di tali sforzi contro le sue disposizioni, e nel trionfo del suo braccio, qual è l’onnipotente energia della sua virtù, e quanto malamente si appigliano coloro che si oppongono agli adorabili suoi voleri. Questa è la lezione pratica che il Lettore devoto deve ricavare dagli avvenimenti riferiti nel presente e succedente capitolo, e da quanti altri gli occorrerà leggere altrove, ne’ quali si vede il furore infernale, ora alquanto ingigantito e fastoso, e poscia umiliato e confuso.
Volgendo l’anno 1600, val quanto dire 23 anni dopo la invenzione descritta, e 19 anni dopo lo stabilimento de’ PP. Benedettini nel Santuario, si presentò all’Abate della Madonna de’ Miracoli un Gio-vine Anconitano di 26 in 27 anni di età e d’aspetto vantaggioso e robusto, e supplicò di essere ammesso tra i serventi di Comunità, offrendosi in qualità di oblato. L’Abbate, vedendolo atto alla fatica e di un esteriore alquanto colorato di pietà, volontieri l’accolse senza altro documento, che una falsa carta di buona condotta, nella quale testificavasi un buon servigio prestato ad una Comunità di Religiosi men-dicanti.
Ma egli era tutt’altro che semplice servo. Da fan¬ciullo era stato dai Genitori suoi consacrato a Dio in un Ordine Venerabile, che la storia sapientemente tace, vi aveva fatta la solenne professione religiosa, e dopo pochi anni, apostata e disertore, pentendosi del Sacrifizio immolato a Dio, ritolse villanamente la vittima dall’altare e fuggissene pei fatti suoi, mutando il nome di Marco Finò in quello di Marco Montella, a fine di sottrarsi delle perquisizioni.
Privo di abito religioso e di mezzi di sussistenza, si trovò assai più del Figliuol Prodigo male per alimentare sè ed i vizii suoi. Il Demonio che gli aveva occupato mente e cuore, e lo aveva spinto all’eccesso enorme dell’apostasia, gli aveva forse posto nell’animo di spogliare il Santuario di Andria, opinando anche il P. de Franchi, che nel volgere de’ quattro anni ne’ quali lo scellerato aveva dimorato nel monastero, non avesse ad altro pensato, se non all’orrendo misfatto che poscia commise.
Intanto, perchè ammesso al servizio della Chiesa in qualità di semplice servente non avrebbe giammai potuto esser posto alla custodia di chiavi ed altri oggetti necessarii ai fini suoi, pensò mascherarsi ben bene d’ipocrisia onde ottenere l’abito Religioso, e seppe tanto bene sostenere il suo carattere, che finalmente giunse ad ingannare lo sguardo sagace di quei Padri sapienti, e di ottenere non solo l’abito di S. Benedetto, ma anche di essere destinato tra i dipendenti immediati del P. Sagrestano.
Dalla sua entrata in cotesto Monastero fino alla consumazione del suo sacrilegio, decorsero quattro anni. Finalmente, stanco di tollerare l’enorme peso del gran pensiero che lo agitava, la sera de’ 29 Novembre del 1604 invece di chiudere la Chiesa e darne la chiave al Superiore, la lasciò socchiusa, e passò al riposo in uno stanzino accanto al forno, la cui finestra si elevava dal suolo da circa 12 palmi. Intorno alle 6 ore della sera, mentre la Comunità sopivasi nel primo sonno profondo, per la finestra discese nella pubblica via, agiatamente penetrò nella Chiesa maggiore, quindi nel Santuario inferiore, che oggi forma il più bel succorpo di cui si abbia idea; e poichè questo era custodito da porte che la dividevano dalla gran Chiesa in fabbrica, egli dal Tugurio della passione, che è una Cappella posta tra il Coro superiore e la Santa Grotta della Vergine, per un apertura laterale all’Organo destinata a dar luce in questo Tugurio, discese con l’aiuto di una fune.
Prima sua operazione fu, scassare la banca delle messe e toglierne 250 ducati di danaro effettivo. Poscia con una forza infernale, mercè l’aiuto di una spranca di ferro, svolgendo i ferri di vigoroso cancello che difendeva ed ornava il Sacro Altare di Maria, giunse a far luogo al suo corpo e spogliò l’Altare de’ copiosi suoi voti d’oro e d’argento; ruppe quindi la lastra innanzi la Sacra Immagine, e questa denudò di tutte le gioie ed ornamenti preziosi, non escluse le corone che fregiavano le tempia della divina Madre e del Figliuolo di Dio. Finalmente per la stessa fune arrampicandosi tornò per lo stesso sentiero prima battuto, e dopo di avere ben custodito il suo ricco bottino, tornò a riposare le stanche sue membra, dormendo placidamente fino all’alba novella.
Spuntò finalmente l’aurora de’ 30 Novembre, e spuntò apportatrice di desolazione e di lutto per i Religiosi e pel popolo. L’orrendo assassinio gittò tutti nella costernazione, Marco Finò comparve con faccia intrepida ed imperterrita innanzi al suo Superiore insieme con gli altri Religiosi, ed all’annunzio della triste nuova seppe fingersi percosso come da un fulmine, ed addolersene come se ne fosse disperato. Volò in Andria l’infausta notizia, e chiamò alla Santa Grotta insieme col popolo anche le Autorità Ecclesiastica e Secolare, e mentre gli altri versavano lagrime di cordoglio nel vedere l’Altare e la Vergine ridotte nello stato di squallore e di miserie nel quale si videro nel primo giorno della prodigiosa invenzione, Marco era insieme con gli altri inconsolabile. L’Abate fulminava la scomunica al ladro, riguardo ai sudditi suoi; il Vescovo parimente l’estese in tutta la sua Diocesi. Il Governatore della Città ordinava rigorose perquisizioni, e ‘l Vicerè dalla Capitale, informato dal Duca allora in Napoli, spediva in tutto il Regno editti col premio a chi l’avesse imprigionato o scoperto. Nella Chiesa de’ Miracoli, ed in tutte quelle della Diocesi facevansi pubbliche preghiere pel riacquisto degli oggetti, e la devozione dei Religiosi e del popolo spiccavano a gara considerandosi lo spogliamento di Maria come un pubblico flagello. E Marco? gemente sotto il peso della comune sciagura, piangeva, si mortificava, e pregava tutto unito ai voti comuni; anzi all’uopo con ispeciale pietà fece la Novena dell’Immacolata, e nel dì 8 Decembre con tanti eccessi nell’anima si accostò con singolare devozione alla Mensa Eucaristica. È questo un prodigio di mariuoleria la pia famosa e consumata? Ma la possente Vergine lo raggiunse con la sua destra, e lo umiliò nel più bel punto de’ suoi trionfi.
Condotto finalmente questo novello Giuda da eccesso in eccesso dal perfido demone che lo possedeva, dopo 17 giorni stimò essere bene il tempo di andarsene altrove e godere il frutto dei suoi delitti. All’uopo, colse il destro d’un leggiero pretesto, ingrandito da Lui ad argomento di grave disgusto, e si partì dal Monastero. La seguente notte fu a disotterrare le sue care speranze dal luogo ove le aveva custodite, e se ne passò a dimorare in Barletta, aspettando un comodo per imbarcarsi. In fine, il giorno 26 Decembre, mentre egli con la sua bisaccia accodavasi al mare per passare con un comodo in Bari, quindi da Bari trovare per passare oltremare, s’incontrò per caso con una pattuglia, la quale andava in cerca d’un Uomo, che nella precedente notte del Natale aveva commesso un barbaro omicidio. Marco, credendosi che andassero in traccia di lui, si perdè interamente di coraggio, e senza essere nè interrogato, nè guardato, impaurito e tremante incominciò ad implorare misericordia e perdono. I Soldati, a queste inaspettate parole fermaronsi a lui d’intorno, mirandolo da capo a piedi si avvidero, che dalla sacca del calzone sporgevano alcune punte di stoffa ricamata in oro, che appunto erano due veli, o sopracalici di ricco apparato. Allora l’afferrarono per la gola, ed obbligandolo a dir chi ei fosse, intesero dal suo labbro essere l’assassino della Madonna d’Andria.
La gioia de’ Soldati pel premio da dividersi fu grande; il gaudio dei Magistrati fu grandissimo per la scoperta d’un reo contro del quale s’eran dichiarate le due Potestà non solo, ma anche i malvagi stessi imprecavano la morte; incomprensibile fu la gioia de PP. Benedettini, degli Andriesi e degli altri popoli pel riacquisto dei sacri tesori di Maria. Il Giudice di Barletta D. Giambattista de Stefano da Napoli, la notte stessa de’ 26 Decembre, senza timore delle acque copiose e dei gelidi venti che fieramente giocavano, colse l’occasione di adempiere un voto verso la Vergine, e volò in Andria a recarne la fausta novella, che fu accolta in soavi rapimenti. Il giorno poi sei del seguente Gennaio, in cui cotesti sacri tesori vennero riportati sani ed interi nel Santuario, fu celebrato con solenni azioni di grazie. Non così la rugiada mattutina cadendo dal Cielo ravviva i fiori di già languenti pel lungo sferzare del Sole estivo, come cotesto avvenimento scese propizio negli animi esacerbati, vi sgombrò l’amarezza, e vi ricondusse la gioia.
Non appena compito il processo, il reo infelice fu condannato ad essere prima trascinato, poscia appiccato, e finalmente diviso a quarti; acciò la sua morte fosse stata di spavento a tutti gli empii. Ma poichè egli confessò essere Laico professo, non si potè più eseguire la detta sentenza, mentre essendosi presentato l’atto di sua professione, passò la sua causa al Giudice Ecclesiastico, e la sua pena venne immu-tata in perpetua prigionia. Così evitando una morte, che per quanto obbrobriosa sarebbe stato uno balsamo all’obbrobrio suo medesimo; passò miseramente la vita esecrato da tutti, col solo vantaggio, che la sua umiliazione ha potuto essere per lui di espiazione e di salvezza.
Ora, acciocchò non si creda essere stato nostro genio dare a questo avvenimento l’aspetto d’insidia infernale contro del Santuario di Maria, riporteremo qui brevemente alcune risposte del reo stesso, fatte nei processi.
Domandato; come mai avesse potuto dare il suo consentimento e determinarsi ad un tanto eccesso, rispose: Essendo io apostata, e perciò nello stato di peccato mortale e di riprovazione, il Padre della mensogna mi aveva persuaso, non potermi altrimenti riconciliare con Dio ed ottenere la remissione di mie colpe, se non commettendo un qualche altro grave delitto, pel quale, venendo condannato alla morte della giustizia mondana, avrei col sangue espiato i miei falli e soddisfatto alla giustizia divina. Assicurava parimente, che questo interno convincimento era in lui tanto energico, che ne teneva sempre presente l’idea, e che la notte nella quale erasi determinato a compiere il suo delitto, era stato più volte destato dal sonno da una voce sensibile, la quale lo premurava a sollecitare il furto per non trasferire di vantaggio i mezzi per ottenere la remissione de’ suoi peccati.
Il Magistrato soggiunse: Devi tu confessare i tuoi compagni con le buone, o sarai sottoposto alla tortura e li manifesterai con le cattive. A questo Marco rispose: Signore, il mio compagno è stato il Diavolo solo, né ho avuto alcun uomo che mi avesse prestato il suo braccio. Che ciò sia vero, ne rendono testimonianza gli oggetti involati. Essi sono interi in numero, qualità e quantità, la qual cosa non potrebbe verificarsi, se mai avessi avuto compagni coi quali avessi dovuto dividere.
La verità appariva da per se stessa; non pertanto il Magistrato insistendo diceva: Ed in qual modo tu solo hai potuto in poche ore compiere una si gran fatica? A questa domanda subito Marco soddisfece assicurando, che sentivasi un coraggio ed una forza insolita tanto, che egli stesso ne maravigliava, e che il suo braccio agiva come per un impulso comunicato, sembrandogli che altro braccio spingesse il suo a guisa di un istrumento. Or chi mai poteva destarlo dal sonno e coadiuvarlo al delitto, se non colui che s’era impossessato del cuor suo e l’aveva spinto a tant’altri delitti?
Finalmente, non avendo il processo bisogno di pruove ulteriori, il pio Magistrato esclamò: E come hai avuto coraggio, perfido uomo, e non hai tramortito per lo spavento, nel calpestare coi sozzi tuoi piedi quell’Altare Sacrosanto, ove in ogni giorno s’immola all’Eterno Padre la Vittima incruenta, e di stendere la tua mano indegna fin sul capo di Gesù e di Maria per toglierne le corone! All’una ed all’altra parte di questa giusta ammirazione del Giudice soddisfece prontamente Marco Finò.
Per la prima parte disse, che egli per rispetto prima di salir su l’Altare, avevasi denudati i piedi, e che ivi genuflesso innanzi l’Immagine augusta di Maria, le aveva domandata perdono con effusione di cuore pel furto che andava a commettere, ed erasi secolei scusato, che egli non intendeva di offenderla in modo alcuno, ma solo di riparare ai casi suoi e vivere altrove più tranquillo ed agiato.
Quest’ è la stolta frase di tutti i dissoluti che hanno fede. Quelli poi che non hanno fede dicono, che i loro eccessi non sono colpe, ma naturalezze innocenti. Ma se in questi v’è commiserevole follia; in quelli poi i quali riconoscono la colpa nelle loro indegne operazioni, e se ne scusano col dire, che non intendono fare alcun oltraggio alla Divinità a cui professano alta stima e profondo rispetto, ma intendon solo divertirsi e godersi quelle soddisfazioni senza le quali vivrebbero infelici, vi è una consumata empietà inescusabile. Per godersi una falsa pace sacrificano l’anima e Dio, e non si avveggono gli sciagurati, che questa massima è la più perniciosa che sia mai uscita dalla gran malizia del nemico infernale per ben maneggiare la malizia umana! Ed invero: intendere divertirsi e non offendere Dio, e tendere contro Dio l’arco per distruggerne la Maestà: credere di vivere più tranquillo senza offesa di Dio, ribellarsi contro l’Onnipotente negandogli servitù ed omaggio; pretendere infine godersi i piaceri proscritti della vita senza disgustare la Divinità, e calpestare tutti i divini precetti; non è certo una illusione nefanda, ed un burlarsi altamente del Creatore, simile a quella di colui, che assassinando un amico gli dicesse: Non intendo farti del male con l’ucciderti, ma solo intendo saziare la mia sete di sangue? Con questo inganno il Demonio sedusse lo sciagurato Marco Finò e lo ha precipitato nelle più luttuose sventure. Con questo inganno seduce tutto dì tanti altri Cristiani, li fa invecchiare nella colpa, e li trascina alla perdizione. Voglia Dio, che la storia di questo infelice apostata, sia di grande esempio per tutti coloro che la leggeranno.
Alla seconda parte finalmente Marco soggiunse, che a togliere le corone preziose dalla Sacra Immagine venne incoraggiato dal che vide Gesù e Maria che chinando verso di Lui il capo, volentieri ce le offrirono. Se ciò fu vero come lui assicurava, e non vuol credersi un gran miracolo della Vergine, che per convertirlo avesse staccato il capo venerando dal muro come se avesse voluto dirgli: Prendi scellerato e sazia le sfrenate tue voglie. Giacché mi spogliasti di tutto, anziché farne vendetta col fulminarti, voglio contentarmi che mi privi anche della corona che mi fregia le tempia e perdonarti la vita, acciò un giorno possa piangere il tuo errore e meritarne perdono; la qual cosa sarebbe tutto conforme alla bontà ineffabile del materno cuor di Maria; pare che debba tenersi per novella illusione del nemico infernale a fin d’indurlo ancora a quest’altro delitto. Questo è ancor conforme alla pratica del Tentatore, che dopo avere indotto l’uomo a menare il primo passo per la via della iniquità, con più furore lo spinge da abisso in abisso, consapevole qual’ egli è, che quando più profondo l’immerge nel male, tanto più per lui è difficoltoso l’uscirne, e men timoroso è per sè lo smarrirne la preda.
Impariamo a guardarci semprepiù dalle insidie dello Spirito maligno, e cerchiamo con ogni sforzo evitare i suoi lacci; poiché una volta che vi si cade; agevolmente ci avviluppa, e ci rende strumenti del suo furore contro Dio, ed a nostro danno irreparabile, se mai un prodigio della divina Bontà, che spesso manca, non isquarcia le indegne reti per liberarci.