L’Apulia romana del 30 a.C. poeticamente osservata da Orazio

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L'Apulia romana del 30 a. C.
poeticamente osservata da Orazio

Premessa

Si ritiene opportuno trascrivere, in originale e tradotte, tre realistiche ed argute composizioni di Quinto Orazio Flacco (65 a. C. – 6 a. C.), in quanto, nel suo elevato stile poetico e vena satirica, evidenziano luoghi, caratteristiche e usanze della Puglia sulla fine del I° secolo a. C., Puglia da lui dichiaratamente amata, insieme alla sua limitrofa Venosa.


– Si riporta per primo uno stralcio della 5ª satira del 1° libro dei “Sermones” (Conversazioni cordiali con gli amici quali Mecenate, Virgilio, Cicerone, Vario, ...).
Negli eleganti esametri di questa satira odeporica egli racconta l’avventuroso viaggio da Roma a Brindisi compiuto nel 37 avanti Cristo, deliziandoci con gustosi aneddoti sul percorso e sulle tappe; in Puglia, certamente per la via Minucia [1]  (su gran parte della quale, oltre un secolo dopo, sarà lastricata la via Traiana), attraversa diversi luoghi e nomina Canosa, Bari Ruvo, Egnazia e Brindisi.
Tra Benevento e Canosa, dopo una delusione erotica in una affumicata locanda di una tenuta di Trevico, nella tappa successiva, forse ad Ausculum, gusta dell’ottimo pane, tanto buono che, afferma, tutti i viandanti ne fanno provvista. Trova poi pessimo, deteriorato dalle piogge, il tratto di strada che attraversa il nostro territorio fino a Bari; Brindisi pone termine sia al viaggio che al suo racconto in rime.

Nella sottostante cartina, edita nell’ “ Atlante del Patrimonio Ambientale, Territoriale e Paesaggistico della Regione Puglia”, è stata colorata (in rosa) la Via MINUCIA, gran parte della quale (forse da Herdonia a Brindisi) agli inizi del 2° secolo dopo Cristo fu ampliata e lastricata da Traiano, assumendo conseguentemente il nome di Via TRAIANA.

Il tracciato della Via Minucia nella Puglia Romana del I sec. a. C.
[Il tracciato della Via Minucia segnato ( in rosa) su una cartina edita in Atlante del Patrimonio Ambientale, Territoriale e Paesaggistico della Regione Puglia]


[trascrizione del testo in latino]

Q. Horatii Flacci

Sermones
Liber I – Satura V

... ... ...

Tendimus hinc recta Beneventum, ubi sedulus hospes
pæne macros arsit dum turdos versat in igni;
nam vaga per veterem dilapso flamma culinam
Volcano summum properabat lambere tectum.
Convivas avidos cenam servosque timentis
tum rapere atque omnis restinguere velle videres.   75

Incipit ex illo montis Apulia notos
ostentare mihi, quos torret Atabulus et quos
nunquam erepsemus, nisi nos vicina Trivici
villa recepisset lacrimoso non sine fumo,
udos cum foliis ramos urente camino.     80
Hic ego mendacem stultissimus usque puellam
ad mediam noctem exspecto; somnus tamen aufert
intentum veneri; tum immundo somnia visu
nocturnam vestem maculant ventremque supinum.

Quattuor hinc rapimur viginti et milia redis,   85
mansuri oppidulo, quod versu dicere non est,
signis perfacile est; venit vilissima rerum
hic aqua, sed panis longe pulcherrimus, ultra
callidus ut soleat umeris portare viator
:
nam Canusi lapidosus, aquæ non ditior urna,   90
qui locus a forti Diomedest conditus olim.
Flentibus hinc Varius discedit mæstus amicis.

Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum
carpentes iter et factum corruptius imbri.

Postera tempestas melior, via peior ad usque   95
Bari moenia piscosi; dein Gnatia Lymphis
iratis exstructa dedit risusque iocosque,
dum flamma sine tura liquescere limine sacro
persuadere cupit. Credat Iudæus Apella,
non ego; namque Deos didici securum agere ævum, 100
nec, siquid miri faciat natura, Deos id
tristis ex alto cæli demittere tecto.

Brundisium longæ finis chartæque viæque est.

 

[tratto da “ Q. Horatii Flacci Opera” - a Mauricio Hauptio recognita, Lipsiae, apud S. Hirzelium, MDCCCCVIII, pp. 205-209]

[mia traduzione (con annotazioni tra parentesi)]

Quinto Orazio Flacco

I Sermoni
Libro I – Satira V

... ... ...

Quindi andiamo dritti a Benevento, ove il premuroso ospite
per poco non arse [tutto] girando i magri tordi sul fuoco;
sparsosi infatti questo per la vecchia cucina
la vagante fiamma era per lambire il tetto.
Dovevi vedere gli ingordi commensali e i servi,
tutti impauriti di perder la cena, affannarsi a spegnere.

Da lì la Puglia inizia a mostrarmi
i noti monti, che lo Scirocco inaridisce,
e che mai valicato avremmo se presso a Trevico
accolto non ci avesse una tenuta, ma lacrimanti
pel fumo degli umidi sterpi nel camino ardenti.
Qui stoltissimo attendo una ragazza mendace
fino a mezza notte, allorché pensando all’amore
mi coglie il sonno; e in erotico sogno immerso
il pigiama imbratto e l’eretto ventre.

Indi in carrozza corriamo per ventiquattro miglia
per fermarci a un borgo che non può dirsi in versi [2],
ma ad indicarsi facile; qui tra le più comuni cose
l’acqua vendesi; ma di gran lunga il migliore
è il pane sì che l’accorto viandante suol portar via
;
duro infatti qual pietra è a Canosa, povera d’acqua,
borgo un tempo dal valoroso Diomede fondato.
Qui Vario triste si separa dagli amici in lacrime.

Arriviamo poi stanchi a Ruvo, per aver percorso
un lungo tratto e ancor più deteriorato dalla pioggia.

Il dì dopo il tempo fu migliore, peggior la via
in fin alle mura della pescosa Bari. Egnazia poi,
contro alle irate ninfe eretta, celie e risa ci offrì,
allorché abbindolarci bramò con l’incenso fumante
senza fiamma alla soglia del tempio. Lo creda Apella [3]
il Giudeo, io no: so infatti che serena è degli Dei
la vita, e sé alcunché di prodigioso la natura compie,
non son essi ad inviarlo irati dall’alto dei cieli.

Brindisi pon fine sia al lungo viaggio che alla satira.


– Dai “Carmina” si trascrive il 6° Carme del 2° libro (per la sua brevità lo si riporta per intero).
È un’ode dal metro saffico, nella quale Orazio dolcemente, senza alcun intento satirico, esprime il desiderio di venire in Puglia a soggiornare e finirvi i suoi giorni, se gli sarà negata Tivoli; progetta di raggiungere pertanto il Tarantino, dove un tempo regnò Falanto, vi scorre il Galeso e vi pascolano pecore dal vello pregiato.
Descrive il luogo come un angolo ridente di Puglia, dove si produce del miele migliore di quello pregiato proveniente dalle pendici del monte Imetto (presso Atene), nonché olive tanto buone da gareggiare con le liciliane di Venafro.
Non trascura poi di lodare il clima, mite più che altrove, e l’ottimo vino, che nulla ha da invidiare a quello estratto dalle uve falerne del territorio a nord di Caserta.

Come traduzione di pone quella realizzata nel 1897 da Mario Rapisardi, in quanto, sia pur liberamente, riproduce il ritmo poetico dell'ode.

[trascrizione del testo in latino]

Q. Horatii Flacci

Carmina
Liber II – VI.

Septimi, Gades aditure mecum et
Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et
Barbaras Syrtes, ubi Maura semper
  Æstuat unda;

Tibur, Argeo positum colono,   5
Sit meæ sedes utinam senectæ,
Sit modus lasso maris et viarum
  Militiæque.

Unde si Parcæ prohibent iniquæ,
Dulce pellitis ovibus Galæsi    10
Flumen et regnata petam Laconi
  Rura Phalanto
.

Ille terrarum mihi præter omnes
Angulus ridet, ubi non Hymetto
Mella decedunt viridique certat
  15
  Baca Venafro
:

Ver ubi longum tepidasque præbet
Iuppiter brumas, et amicus Aulon
Fertili Baccho minimum Falernis
  Invidet uvis
.    20

Ille te mecum locus et beatæ
Postulant arces; ibi tu calentem
Debita sparges lacryma favillam
  Vatis amici.

 

[tratto da Q Horatii Flacci ,“ Carmina” - iterum recognovit Lucianus Mueller, Lipsiæ, in ædibus B. G. Teubneri, MDCCCLXXXI, pp.35-36]

[traduzione di Mario Rapisardi (1844-1912)]

Quinto Orazio Flacco

Le Odi
Libro II – ode VI.

Settimio, che con me verresti a’ Gadi [4]
e al Cantabro non anco al giogo avvezzo
ed alle Sirti barbare, ove l’onda
Maura ognor bolle,

Tivoli, eretta dall’argèo colono,
della vecchiezza mia fosse la sede,
fosse riposo a me di terre e mari
e d’armi stanco!

Ma se maligne il vietino le Parche,
vedrò il Galesio fiume, a le impellate
pecore dolce, e il suol cui lo spartano
Falanto resse
:

più di tutte le terre a me quel caro
angolo ride, ove all’Imetto il miele
non cede, e a gara col Venafro viene
verde l’oliva
.

Quivi una lunga primavera e verni
tiepidi manda il cielo; Aulon, vestito
di fertil bacco, non invidia in nulla
l’uve falerne
.

E te quel loco e quei beati colli
chiamano meco: là d’una pietosa
lagrima spargerai la cener calda
del vate amico.

[tratto da ,“ Opere di Mario Rapisardi” ordinate e corrette da esso, vol. V, Le odi di Orazio. ..., Catania, Niccolò Giannotta ed., 1907, p.75-76]

Campagna delle pre-Murge pugliesi, siepi con selvatico ed olivi
Campagna delle pre-Murge pugliesi, siepi con selvatico ed olivi - foto Sabino Di Tommaso, 2006]


– Per ultimo si riporta per intero dagli “Epodon”, l’epòdo III. È un breve carme composto da 11 distici giambici, nel quale, con piglio altamente satirico ma scherzoso, Orazio “inveisce” contro l’aglio, ortaggio che giudica adatto a punire un parricida in quanto è più mortale della cicuta; infatti a lui brucia talmente lo stomaco da pensare che, o nel cibo propinatogli sia stato inserito veleno di vipera, oppure sia stata la strega Canidia a prepararlo.
Afferma che certamente Giasone, per poter aggiogare i tori ad un loro inusuale gioco sia stato unto d’aglio dall’innamorata Medea, la quale poi per liberarsi della rivale Glauce, secondo Orazio, dovrebbe aver intriso del velenifero aglio il mantello, suo mortale dono nuziale.
Ricorda poi la morte di Ercole, la cui pelle bruciò per il mantello avvelenato, il quale certamente bruciava più di quanto non sia riarsa l’assetata Puglia dal gran caldo.
In fine augura al gioviale amico Mecenate di “andare in bianco” a letto con l’amata, se ardirà mangiare dell’aglio.

[trascrizione del testo in latino]

Q. Horatii Flacci

Epodon liber
III.

Parentis olim si quis impia manu
senile guttur fregerit,
edit cicutis alium nocentius.
O dura messorum ilia!
Quid hoc veneni sævit in præcordiis?
Num viperinus his cruor
incoctus herbis me fefellit, an malas
Canidia tractavit dapes?
Vt Argonautas præter omnis candidum
Medea mirata est ducem,
ignota tauris illigaturum iuga
perunxit hoc Iasonem;
hoc delibutis ulta donis pælicem
serpente fugit alite.
Nec tantus umquam Siderum insedit vapor
siticulosæ Apuliæ,
nec munus umeris efficacis Herculis
inarsit æstuosius.
At si quid umquam tale concupiveris,
iocose Mæcenas, precor,
manum puella savio opponat tuo,
extrema et in sponda cubet.

[tratto da “ Q. Horatii Flacci Opera” - a Mauricio Hauptio recognita, Lipsiae, apud S. Hirzelium, MDCCCCVIII, pp. 160-161]

[mia traduzione (con annotazioni tra parentesi)]

Quinto Orazio Flacco

“Libro degli Epòdi
III.

Se alcuno mai con mano scellerata
avrà rotto il collo al vecchio padre,
che mangi l’aglio, nocivo più della cicuta.
Quanto robuste son le viscere dei contadini!
Qual veleno è questo infierente nello stomaco?
Forse cotto con tali erbe mi si propinò
sangue di vipera? O forse fu Canidia [la strega]
a preparar l’orrenda vivanda?
Quando, fra tutti gli Argonauti, Medea
fu affascinata dal radioso capitano,
unse Giasone con l’aglio, perché riuscisse
a porre i tori a un giogo ad essi ignoto;
punita poi la rivale ungendo con l’aglio i doni,
fuggì su un serpente alato.
Né altrettanta gran calura dal Cielo
è mai scesa sull’assetata Puglia,
né dono più ardente infiammò mai
le spalle del possente Ercole.
E se mai, o scherzoso Mecenate, tu desidererai
gustarlo, mi auguro che la tua amata
respinga con la mano il tuo bacio
e si corichi sulla sponda del letto.

Aglio selvatico: Allium Neapolitanum Cirillo, osservato sulle Murge
Aglio selvatico: Allium Neapolitanum Cirillo, osservato sulle Murge - foto Sabino Di Tommaso, 2006]


NOTE

[1] Orazio nella XVIII epistola del 1° libro, nomina le due vie Minucia e Appia, dove, simulando consigliare l'amico Lollio, nei versi 19-20 scrive:
“Ambigitur quid enim? Castor sciat an Docilis plus,
Brundisium Minuci melius via ducat, an Appi. ...”
cioè:
“Di cosa discuteremo? Se sia più istruito Castore o Docile,
se la via di Minucio porti a Brindisi più agevolmente di quella di Appio. ... ”
Anche Cicerone accenna alla via Minucia nella lettera del 12 marzo del 49 a.C. inviata da Formia all'amico Tito Pomponio Attico. Nella epistola CCCXLVII delle “ Epistulae ad Atticum” scrive:
“Formiis, A[nno] U[rbe] C[ondita] DCCIV, IV id Martii.
Cicero Attico S[alutem dicit] ...
Nos adhuc Brundisio nihil. Roma scripsit Baldus, putare iam Lentulus consulem trasmisisse, nec eum a minore Balbo conventum; quod is hoc iam Canusii audisset; inde ad se eum scripsisse; cohortesque sex, quae Albae [Fucensis] fuissent, ad Curium via Minucia transisse; id Caesarem ed se scripsisse, et brevi tempore eum ad urbem futurum. ...”
cioè
“da Formia, IV idi di Marzo del 704 dalla fondazione di Roma.
Cicerone saluta Attico,
E tuttavia nulla da Brindisi. Mi scrisse Balbo da Roma, se credere che il console Lentulo sia passato di là, se non che Balbo il minore si sia unito a lui, poiché aveva sentito dire che questi fosse in Canosa, e di là mandatagliene la notizia; e che le sei coorti che erano in Alba Fucente [presso Massa d’Albe (AQ)], erano passate a Curi [Cures Sabini, presso Tivoli] per la via Minucia. Ciò aver a lui scritto Cesare; e come entro poco tempo sarebbe a Roma.”
Questo passo della lettera fa intendere che la via Minucia, nel tratto da Benevento a Roma, toccasse Alba Fucente in Abruzzo e Cures Sabini presso Tivoli.
 
[2] Il Romagnoli, nelle note della sua traduzione (a pag. 218 dell'edizione del 1939), scrive:
“Si è molto discusso quale fosse questo borgo il cui nome non si inquadrava in un esametro.
Gli antichi dicevano Equum tuticum, Lucilio aveva detto (Sat. VI): Servorum est festus dies hic – Quem plane hesametro versu non dicere possis”.
Io ritengo molto improbabile che tale borgo, da Orazio (e da Lucilio) non denominato, sia Æquum tuticum;
non vedo infatti plausibile che Orazio, ripartito da Benevento per Brindisi, dopo aver soggiornato a Trevico, torni indietro a Æquum tuticum, per diverse miglia.

[3] Il Romagnoli, nelle stesse note suddette, scrive: “Apella, nome comune dei liberti, sta qui a designare in genere gli Ebrei, reputati dai Romani credenzoni e superstiziosi”.
 

[4] - Gadi: si tratta di Cadice, città della Spagna;
- Cantabro: è il mar Cantabrico e la Cantabria, una regione a nord della Spagna;
- Sirti: zona marina della Libia tra il Sahel tunisino e la Cirenaica;
- Maura, della Mauritania.