Ferdinando Fellecchia e il suo poema

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FERDINANDO FELLECCHIA
Dottor Fisico e poeta del Seicento

Gli storici locali scrivono che Ferdinando Fellecchia, vissuto tra la metà del Seicento e il primo quarto del Settecento, sia stato validissimo medico e provetto poeta. Nella sua famiglia si rinvengono almeno due fratelli colti: Geronimo, anch'egli Dottor Fisico, e Carlo, sacerdote.

Come esimio poeta di lui si conserva un corposo poema narrativo della vita di San Riccardo, in ottave di endecasillabi rigorosamnte rimati: "La vita del gloriosissimo S. Riccardo primo vescovo, e padrone d'Andria", del quale si trascrivono, a seguire, alcune ottave di rilievo.
Nel suo prologo "Al saggio lettore" egli dichiara quale evento l'ha spinto a comporre l'opera:

"... perche la gran divozione, che tengo infissa nel core di questo Santo mio particolare divoto, e protettore, liberandomi da gravissimo, e letalissimo morbo, in tempo, ch'io era applicato ne gli studi medicinali in Napoli, non hà saputa contenersi frà i limiti del silenzio, con viva forza hà spinto me à propolare al Mondo l'obbligo, che gli conservo indelebile per mezzo di questo mio picciolissimo segno, e riverentissimo ossequio, animandomi à soggiogarlo al torchio, acciò con questo soggiaccia sempre, ed eternamente l'anima mia alla venerazione del Santo, senza badare alle lingue malefiche, che avvezze a lacerare, sogliono sempre incanirsi co i loro inutili abbaiamenti contro la Luna ...
per esser molto antica la memoria di questo Santo, appena, appena confusamente hò possuto dal suo ufficio scieglierne qualche memorabile fatto. La fabbrica bensì delle allegorie è tutta appoggiata al fondamento della sua Vita con qualche utile, e piacevole digressione fondata sopra le sentenze de' Santi Padri, e d'altri Scrittori, così antichi, come moderni, come potrà l'intendere da per se stesso ... . E Dio ti guardi."

Che il Fellecchia fosse rinomato "Dottor Fisico" non è da dubitarsi se fu scelto dalla casa ducale di Andria, come pricipale medico di famiglia; ce lo assicura la Duchessa di Andria D. Margherita Sangro, de' Prinipi di Sansevero [moglie del duca Ettore Carafa], nel titolo del suo sonetto posto, con altri, a introduzione del poema.

L'ECCELLENTISSIMA SIGNORA

D. MARGHERITA SANGRO

DE' PRENCIPI DI SANSEVERO
DUCHESSA D'ANDRIA

Ritrovandosi in Napoli, honorò il Dottor Fisico Ferdinando
Fellecchia Medico dell'Eccellentissima sua Casa,
co'l susseguente

SONETTO

FERDINANDO, i tuoi famosi, e dolci accenti
L'occhiuta Dea, à propalar, se'n vola
Con cento lingue, e al Tempo rio l'invola;
Onde ribomba il Ciel de' tuoi concenti.

A tuo prò Sebeto odo presenti
Le Sirene formar musica scola,
E le Ninfe cõ lor canora gola
Sento essultar gli metri tuoi possenti.

Qual'hor tu di Riccardo à l'Etra estolli
I preggi invitti, e i portentosi vanti,
Sembrando haver nel cuor ben mille Apolli.

E se lete, al tuo dir, tu leghi, e incanti,
Già canonizza, in sù i splendenti colli
L'Empiro i tuoi miracolosi canti.

Lo storico D’Urso nella sua " Storia della Città di Andria", nel 1841 scrive:

"Ferdinando Fellecchia, Medico di rinomanza, e Poeta, nacque in Andria nel 1653. da famiglia di second’ordine, ossia appartenente alla classe dei Civili. Dopo avere nella Capitale succhiata a larghi sorsi la più limpida letteratura; alla fine si addisse alla Medicina nell’esercizio della quale acquistossi alta celebrità. Essendo stato sorpreso da un morbo letalissimo, com’egli registrò, ne fu immediatamente libero mercè un voto fatto al nostro Protettore S. Riccardo. Volendo esternargli la sua riconoscenza, compose un dotto Poema in suo onore, raggirandosi ne’ limiti della sua vita, e miracoli. Quest’opera fu stampata in Napoli nel 1685. dai tipi di Castaldo. Fin che visse, fu sempre caro ai dotti, ed ai Grandi del Regno."

[tratto da "Storia della Città di Andria ...", di R. D'Urso, Tipografia Varana, Napoli, 1842, pag. 196]

Nulla aggiunge l'Agresti nel 1911 a quanto detto dal D'Urso.

"Ferdinando Fellecchia, nato in Andria nel 1653, fu valente Medico e distinto poeta.
Studiò lettere in Napoli, indi dedicossi alla medicina, dove riuscì celebre.
Pubblicò in Napoli, pei tipi del Castaldo nel 1685 un Poema sulla vita e miracoli di S. Riccardo, che riscosse la generale ammirazione.
"

[tratto da "Il Capitolo Cattedrale di Andria ed i suoi tempi", di Michele Agresti, tip. F. Rossignoli, Andria, 1912, vol.II, pag. 215].


da "La vita del gloriosissimo S. Riccardo primo vescovo, e padrone d’Andria"
Poema sacro

del Dottor Fisico Ferdinando Felecchia, andriese (1653 - ____)

risguardo del libro
[copertina fotografata nella Bibl. "G.Ceci" di Andria]

(stralcio delle stanze iniziali del poema, trascritte dall’ originale della Biblioteca Comunale di Andria)

Argomento primo

Da che nasce Riccardo, il mondo infame
Lascia, e trionfa glorioso, e altiero
De lo stuol de’ suoi sensi empio, e severo;
Sol fisse havendo al suo Signor le brame.

Canto primo

1
Canto la vita, e canto ancor la morte
(Se morto si può dir, chi eterno vive)
Del Sacro Eroe, che, qual campion più forte,
Vinse d’infedeltà forze eccessive.
Canto, come restar di stigia corte
Le falangi d’ardir, d’orgoglio prive;
E come al suon di sua celeste voce
Fè trionfar la vittoriosa Croce.


... ... ...

(stralcio di alcune stanze del III Canto

Riccardo gli occhi suoi mentre soggetta
Al sonno, Pier gli appar di Dio messaggio,
Ch’animandolo à lungo, e stran viaggio,
La Fede in Andria à predicar lo affretta.

Canto terzo


... ... ...
5
Da quì Pietro il fratel ne l’Asia spinse,
Di fè l’inespugnabile bandiera
Per spiegar trionfante, ove pur vinse
L’ardir superbo d’una gente fiera.
Ed ei di santo zelo il cuor si cinse,
E vers’Andria drizzò la sua carriera,
Dove, annunziando à tutti il vero Dio,
Gli occhi di quelli al vero lume aprìo.

6
De sant’acque al prezioso fonte
Le macchie à cancellar de l’alma impure
Tirò più teste, ad inchinar già pronte,
De le colpe à fugar le nubi oscure.
Le genti al fin di vita lor pur gionte,
Principio eterno d’empie lor sciagure,
Godean di grazia un lucid’ Oriente,
Perche nascea di Fede Alba ridente.

7
Sollennizò di Santa Messa il pìo
Vfficio accetto al gran Signor, divoto;
E svegliò tosto il cuor di quei restìo
A la divotione, ond’era immoto.
Destò à tutti tal brama, e tal desio
Ad obliar lor sacrificio ignoto;
Che posti in abbandon gli empi artifici,
Attendevano solo à i sacri uffici.

8
Dove Pietro l’Apostol celebrasse,
In honore di cui la Chiesa eresse
L’Andrese gente, e dove fabricasse
Nota mai s’osservò, nè mai si lesse,
Quella Porta bensì, per dove entrasse
Pietro, ove pria le sue sant’orme impresse,
Fù convertita in Chiesa, ed hoggi vanta
Titol ben degno ancor di Porta Santa.

9
Dopò le degne, e sante opere pie,
Che Pietro in Andria esercitò fervente,
E vinte le superbe fellonìe
De la Nazione infida, e miscredente.
Forte trionfator d’empie eresie
Di Roma ripigliò la via sovente,
Per goder lieto, in santa pace il soglio,
Fuor d’ogn’impaccio, e fuor d’ogni cordoglio.

... ... ...

(stralcio di alcune stanze del VI Canto)

Giunge in Andria Riccardo; à la cui porta
La vista à un Cieco, e’l moto ancora dona
A una Donna convulsa; e mentre sprona
Questi à la Fè, tutti à la Fede esorta.

Canto sesto

1
Doppo tant’opre sue miracolose
Giunse RICCARDO già lieto, e felice
Dove sua santa volontà dispose,
Del gran voler divino esecutrice.
Sembravagli Andria un bel giardin di rose,
Quando d’angui crudeli ell’era altrice;
Nè fia stupor, perche il licor vitale
De la sua Fè portava schermo al male.

2
Sotto l’Etrusco Ciel, nel suol pugliese,
Nel Regno, ov’hà Partenope sua Reggia,
Ne la Provincia ancor detta Barese,
Frà quell’altre Cittadi Andria pompeggia.
Da cinque mila passi ella s’estese
Dal mare Adrian, che da lontan v’ondeggia;
E sette mila ancor lungi l’Aufido
Gode in sereno Ciel tranquillo il nido.

3
In piano, e ameno sito erge il suo letto;
E in forma oval giace la sua figura;
E del luogo, ove spande ella il ricetto,
S’estende a un miglio sol la sua misura.
D’intorno s’alza un muro forte eretto,
Fortificato ancor cò l’antemura;
Che segni son de la Città pur veri,
Che di guerre soffrì gli assalti fieri.

4
Numer perfetto ancor contien di Porte,
Ch’una guarda vers’Austro, e vien chiamata
Del Castello, perche munita, e forte
Vicina ad un Castel fu fabricata.
Già ludibrio del Tempo, e de la sorte
Fatta la Rocca appena in piè restata;
Ivi ad onta del Vecchio ingordo, e infame
Si trita il grano sol per l'altrui fame.

5
L’altra vien detta Porta de la Barra,
Che ver’ Settentrion volge la mira;
D’onde si dica tal, la gente narra,
Perche al pagar la Mercanzia si tira,
E perche serve a trattener la Sbarra
Colvi, che non pagando, i passi aggira;
E à questo fine ancor frà quelle mura
Lapide incisa ivi il pagar misura.

6
Perche vicina a picciol Tempio alzata
Del Apostol Andrea l’altra si guarda,
Porta di Sant’Andrea viene chiamata,
Che in Occidente il Cauro ancor risguarda.
Piccola questa pria fù fabricata,
Ampliossi poi, perche da un miglio sguarda
La Chiesa, per honor di quella eretta
Santa Maria, ch’è de Miracol detta.

7
Su’l Ciel di questa Porta registrato
Un Esametro sol si mira, e legge,
Che fù da Barbarossa ivi intagliato,
Quando abborrito fù dal fedel Gregge.
Fù suo segno d’amor, perche inchinato
Dal Popol fù frà Imperiali segge:
E’l latino s’esprime in questa guisa,
Andria fedel nel nostro cuore assisa.

8
Chi fù l’Autor de l’edificio Andrese,
Certamente affermar quì non si puote,
Perche mai ciò si lesse, e mai s’intese;
Ne vi son chiari segni, ò espresse note.
Diomede all’hor che giunse al suol pugliese
Da le greche contrade assai remote,
Che fù figlio a Tideo Rè d’Etolia,
D’Andria bensì l’Autor dir si potria.

9
Questi fù d’Arpo in Puglia il conditore,
E questi ancor molt’altre Terre eresse,
E che d’Andria sia stato ancor l’Autore,
Frà tant’horror, note son quasi espresse.
Vanta Diomede antico il suo splendore,
Antica è Andria, e le memorie istesse
Del greco nome; onde vuol dir fortezza,
Dan di Diomede Autor chiara contezza.

10
Dal greco nome Andria chiamar lui volle,
Perche greco lui fù, perche fù forte,
E per far più le voglie sue satolle
Altre illustri Città volle per scorte.
La chiamò tale, ò perche questa estolle
Come quelle pomposa il capo, ò accorte
Volle le genti far, perche frà tante
Questa in Puglia fastosa erge le piante.

11
Entrò RICCARDO, e da qual Porta entrasse,
Certezza tal non v’è, ch’arguir si possa;
Potriasi dir, un che dal Mar sbarcasse,
Al luogo più vicin drizzar la mossa.
Se là dal Mare il suo camin ritrasse
Del Brittanico Eroe l’ardente possa,
Del Castello a la Porta il Mar guardante,
Dritt’è che lui drizzasse ancor le piante.

12
Quivi prima d’entrar la porta avanti
Ritrovò duoi, ch’a lui dolenti, e mesti
Avvolti in vili, ed in cenciosi ammanti
Chieser mercè con mendicanti gesti.
Un era Cieco, e l'altra havea piombanti
Gli membri tutti al moto lor molesti,
Perche gli nervi suoi già contrafatti,
Verso il principio lor eran contratti.

13
Pian pian RICCARDO a questi duoi meschini
A predicar principiò sovente,
Ed esponendo à lor dogmi divini,
Era inteso da quei con voglia ardente.
Stavano ad ascoltar divoti, e chini,
In atto humile assai, mà riverente,
Perche di Teologia avea possesso,
Era RICCARDO un Agoslino islesso.

14
Stava quel Cieco d’occhi, e cieco ancora
Di mente, ad ascoltar con gran desio
Ciò, che da bocca di RICCARDO fuora
A la salute lor l’adito aprio.
RICCARDO, a cui ogni momento ogn’hora
Sembrava eternità, per presto à Dio
L’alme condurre; in questi grati accenti
Al cieco propalò sue voglie ardenti.

... ... ...

19
Se caminar non vuoi frà tanti orrori,
Camina appresso a questa fida scorta;
Così di vita in sempiterni albori
L’alma tua cieca ancor vedrai risorta:
Efimeri non son gl’alti splendori,
Che l’acqua del Giordan a gl’occhi apporta:
Sù via, che fai? se battezzar ti vuoi,
Duoi Soli sorgeran’già gli occhi tuoi.

20
A queste voci immantinente il cieco
S’intese riempir di gran dolcezza,
E rispondendo, io credo à quel, che meco
Predichi tu, sol per la mia salvezza.
Tirami tu da questo oscuro speco,
Dove mi trovo; hor, hor tu mi battezza:
E genuflesso al suo divin Pastore
Chinò la testa, e cò la testa il core.

21
Ciò detto, il buon Pastor cò la sua mano
Fè sù gl’occhi del cieco il segno invitto
Di santa Croce, ov’'il Signor sovrano
Pagò la pena del human delitto.
In un istante a quel fedel Pagano
Sù gl’occhi il lume fù tosto prescritto;
E della colpa rea dal Occidente
Sorse di Grazia al fulgido Oriente.

... ... ...

30
A queste voci, a quel gran fatto intenta,
Restò la donna assiderata, astratta,
Senza moto a la lingua, e quasi spenta;
In tutto si vedea tutta contratta.
Stupida palpitar l’alma non tenta,
Fuori di sè da lo stupor già ratta;
E quel, ch’esprimer non può ben la bocca;
Da gli occhi il cor mutoli accenti scocca.

31
Fiammegiante d’amor, di Fè ripiena
Brillar gli si vedeva il cor nel petto,
E gli spirti gelati in ogni vena
Correan sù’l capo à prender altro aspetto.
Da quì, de’ nervi ancor l’aspra catena
Ch’ogni membro tenea ligato, e stretto
Si sciolse, e dando à i spirti aperto il passo;
Tornò di carne lei, ch’era di sasso.

32
RICCARDO, che scorgea la Fede viva
Di quella Donna, al di cui cor s'accese
Da la focosa sua persuasiva
Del suo bel dir, ch’ell’anelante intese,
Cò la sua man prodigiosa, e diva
La benedì, la sollevò, la prese,
E in nome de la Santa Trinitade
Diede al curvo suo piè la libertade.

33
Tutta fastosa, e tutt’allegra sorse
Esclamando la Donna ad alta voce;
Un è il Signor, per cui salvezza porse
RICCARDO al mal mio fiero aspro, ed atroce.
A queste grida il Popol tutto accorse,
Ed a toccar cò man corse veloce
Quel, che la vista ingannar suol tal volta,
Per discifrar la lor credenza stolta.

... ... ...

36
Accorser tutti i disperati infermi,
Putridi avanzi d’invecchiati mali;
Altri con piaghe, ove rodenti vermi
Milantavan antichi i lor natali;
Altri con duri, e forti palischermi,
Ch’evitavan del duol colpi letali;
Altri Tabidi; ed altri in lepre avvolti;
Altri ciechi; altri sordi; ed altri stolti.

... ... ...

38
Di RICCARDO al cospetto uniti insieme
Pregaro il Santo, e gl’ammalati, e i sani,
Ch’imponga à ogn’un di lor, ch’afflitto geme
Le Sante, e sacratissime sue mani.
Tutti piangono, un grida, e l’altro freme,
Ed assordan il Ciel, non che que’ piani;
E confusi fra lor, non odi, ò miri
Fuor che grida, dolor, pianti, e sospiri.

39
Sanità, sanità gridavan tutti,
Santo Pastor, la sanità c’imparti;
De la perduta sanitade i lutti
Tolgan à noi le tue mirabil arti.
A i nostri corpi scontrafatti, e brutti
Co’l tuo valor natìa beltà comparti;
Degnisi di concederci salute
Del tuo santo poter l’ampia Virtute.

40
RICCARDO quì con sant’amor ripiglia,
E del Santo Evangel la forza espone
A questi, ch’hanno il cor cò meste ciglia
Tutto intento à la sua divozione.
Intendami ciascun, ogni famiglia
Venghi à certar quì meco in questo agone,
Che conoscer farogli apertamente,
Che appresso à Dio il saper nostro è un niente.

... ... ...

43
Hor se sapete voi ch’ogni ruina,
Che vi travaglia, ed è sopra di voi
Riconosce la causa à lei vicina
De l’empia colpa; onde v’affligga, e annoi,
Pronta à rimediar la Medicina,
Sovente imprimerà gl’effetti suoi;
E togliendo la causa, ch’è il peccato,
Cò l’alma il corpo resterà sanato.

... ... ...

50
Questa vi può sanar, guarir vi puote;
Che senza questa ogni dimanda è vana;
E me quì da contrade assai remote
Spedì di Dio la mente alta, e sovrana.
Medico à voi spedimmi, e Sacerdote,
Acciò co’l corpo l’alma ancor sia sana;
E’l Pontefice ornommi à questo fine
La man del Pastoral, di Mitra il crine.

[tratto da "La vita del gloriosissimo S. Riccardo primo vescovo, e padrone d'Andria" di Ferdinando Fellecchia, per Salvatore Castaldo reg. stampatore, Napoli, 1685, Canto VI, pagg. 91, 107
( originale della Biblioteca Comunale di Andria)]