Dolze meo drudo-Federico II

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Dolze meo drudo eh vatène

“Dolze meo drudo, e[h]!  vatène?
Meo sire, a Deo t’acoman<n>o,
chè ti diparti da mene,
ed io tapina rimanno.
Lassa! La vita m’è noia,
dolze la morte a vedire,
ch’io non pensai mai guerire
membrando me fuor di gioia.

Membrandome che  ten vai,
lo cor mi mena gran guerra;
di ciò che più disiai
mi tolle lontana terra.
Or se ne va lo mio amore,
ch’io sovra gli altri l’amava;
biàsmomi de la Toscana,
che mi diparte lo core.”

“Dolcie mia donna, lo gire
non è per mia volontate,
ché mi convene ubidire
quelli che m'ha in potestate.
Or ti conforta s'io vado,
e già non ti dismagare,
ca per null'altra d'amare,
amor, te non falseragio”.

Federico II: affresco

“Lo vostro amore mi tene
ed hami in sua segnoria,
ca lealemente m'avene
d'amar voi senza falsìa.
Di me vi sia rimembranza,
no mi agiate 'n obria:
ch'avete in vostra balìa
tuta la mia disianza”.

“Dolze mia donna, 'l commiato
domando senza tenore:
che vi sia racomandato,
ché con voi riman lo core.
Cotal è la 'namoranza
de gli amorosi piaciri,
che non mi posso partire
da voi, donna, in leanza”.

sigla di Federico II
Federico (Ruggero) II di (Hohenstaufen) Svevia

Trascriviamo qui uno stralcio dello studio che lo storico e scrittore Francesco Babudri (1879-1963) effettuò nel 1962 su "Federico II nella tradizione culturale e popolare pugliese"; esso riguarda le relazioni filologiche tra questa poesia attribuita a Federico e quella pugliese del tempo.

Molto ... importante è la trascrizione di un altro breve componimento di Trani o forse di Barletta, o comune a entrambe le fiorenti città, nel quale il rimatore ha evidentemente copiato idee e frasi del canto di separazione «Dolze mio drudo, e vatène?», tecnicamente detto «dipartita», di Federico II, in 5 strofe, attribuito dai critici amche a Federico d'Antiochia, re di Toscana, figlio dell'imperatore, e altresì a Ruggerone di Palermo e a Jacopo Mostacci ... .
Vatèn, dolze mia druda,
che injusta mi dai noia,
s'io, ciò che niun refuda,
chieggo a te amore e gioia.

S'io vo crociato in guerra,
remano in tua balia,
chè avrò in lontana terra
amor senza falsia.

Cotal ennamoranza,
sì come al sol lo fiore,
per te, donna, in leanza
distrigne mente e chore.
La dipartita federiciana è in ottonari e in cinque strofe di 8 versi, questa è in settenari e in 3 strofe di 4 versi. In entrambi i componimenti è «lui» che parte, ma il commiato presso Federico lo dà «lei»: qui invece «lei» non appare e il commato lo dà «lui» che parte crociato. Là la donna si rivolge al suo «drudo», cioè al suo amante, qua l'uomo si rivolge alla sua «druda», cioè alla sua amante. Là il «vatène», te ne vai, secondo alcuni editori è interrogativo: «tene vai?», secondo altri è incitativo «vàttene», qua è soltanto incitativo e anche ha senso di rimprovero. ...
Questo confronto è stato qui fatto, perché meglio si vedesse come la tradizione federiciana in poesia trovò diretto alimento nella versificazione siciliana: il che insegna che i riflessi della Magna Curia in Puglia ebbero un fondo di verace realtà, che si può documentare, di consenso, di comprensione, di imitazione. ...

[Tratto da " Federico II nella tradizione culturale e popolare pugliese" di Francesco Babudri, in “ Archivio Storico Pugliese”, Ed. A. Cressati, Bari, 1962, Anno XV, fasc.I-IV, pagg.47-48