altare maggiore in S.Nicola, di A. Corradini

Contenuto

altare maggiore
[altare maggiore della Chiesa di S. Nicola ad Andria, di A. Corradini - elab. elettr. su foto di "Michele Monterisi" - 2010]

Altare maggiore della Chiesa di S. Nicola ad Andria
di Antonio Corradini

Percorso museale virtuale

Qui di seguito si enucleano descrizione e storia dell'altare, poi, cenni sulla figura dello scultore Antonio Corradini.
In un'altra pagina è possibile leggere documenti su come venivano realizzati nel Settecento i commessi di pietre policrome a Firenze e Napoli.

Il meraviglioso altare

Al centro del presbiterio della Chiesa di San Nicola ad Andria troneggia, bellissimo, l'altare maggiore, opera in commesso di marmi policromi con numerose stupende sculture in marmo di Carrara del rinomato artista estense Antonio Corradini, scolpito nel 1750 su legato testamentario del canonico Ponzio di Bari.

Quando l'altare fu commissionato e poi eretto in chiesa ce lo riferisce il Prevosto Pastore:

"In quest'anno 1748 trovandosi presso il Deposito di questo Collegg.o congregata, e custodita una somma di più migliaia di ducati, ritratto del Territorio della Taverna legata al pred.o Colleggio dal fu Canonico della Real Chiesa di S. Nicola di Bari D. Nicolo Francesco Ponzi, come sopra si riferì, sin dall'anno 1731, e volendosi applicare ad una nuova fabrica della chiesa, ed un nuovo altare di marmo, si stabilì per conclusione capitolare, di costruirsi un nuovo coro, con demolirsi il vecchio non capace a contenere il numero de' Colleggiali, cresciuto vantaggiosamēte sopra il numero sin allora aggregato. Se ne formò il disegno, e nel dì 21 7brē si pose mano alla demolizione, ed al nuovo lavoro, si che per tutto l'anno 1749 si diè termine alla fabrica: e mentre a tall'opra si attendeva, si commise in Napoli il travaglio dell'altare maggiore, regolato dall'assistenza d'un Deputato, ivi spedito.
... ... ...
Nel mezzo di questo tempo
[a metà del 1751], trasportati li materiali dell'altare maggiore di marmo, travagliato in Napoli, si stiè badato alla costruz.e del medesimo, situandolo nel luogo, ove gia si vede eretto, essendosi prima trasportata quella macchina di legno indorato, ch'ivi era piantata per altar maggiore nell'alto del fondo del nuovo costruito coro, come si osserva, col permesso dell'Eccellentiss.o Sig.r Duca, cui d.a macchina apparteneva, fabricata da' suoi antenati."

[dal manoscritto  “Origine, erezione e stato ... di S. Nicola..” delPrevosto Pastore, fogli 59r e 59v.]

Una accurata analisi sia storica che artistica ci perviene da uno studio dell'arch. Gabriella Di Gennaro sugli "Altari marmorei settecenteschi ad Andria" del 1994-95.

"L’interno della Chiesa conserva il suo decoro barocco nella ricchezza di marmi policromi, soprattutto dell’altare maggiore, pezzo davvero eccezionale per esecuzione e per contenuto iconografico, che, a detta del Borsella che ci fornisce una sua prima descrizione, a «rimirar questo altare ben s’intravede, che la fantasia erasi accostumata a meditare ed ispirarsi sopra i massimi momenti dell’eterna Roma, nonché sopra i miracoli di Michelangelo».
Nel 1748 il duca Ettore II Carafa permise al Capitolo canonicale di ampliare la parte absidale di detta chiesa di S. Nicola e di sostituire il precedente altare maggiore in legno con uno in marmo, usufruendo delle rendite (ammontanti a parecchie migliaia di ducati), provenienti da lascito testamentario di mons. Nicola Francesco Ponzio, canonico della Basilica di S. Nicola di Bari, morto nel 1731.
... ... ...
Precisamente, però, è un fortunato ritrovamento documentario da parte di Eduardo Nappi che permette di restituire con certezza tale opera alla mano del famoso scultore veneto Antonio Corradini, che lo eseguiva a Napoli tra il 1749-50. Alla Pasculli, inoltre, si deve il merito di aver inquadrato storicamente ed interpretato tale documento, individuando prima di tutto l’altare ancora in sito ad Andria in S. Nicola, poi di aver rintracciato anche, in sagrestia, il busto marmoreo di Filippo Cota opera sempre dello stesso artista ed infine di aver sottolineato la posizione della sua abitazione a Napoli, nel 1749, nel borgo dell’Avvocata, ed il fatto soprattutto che a quest’epoca, quando il Corradini prendeva casa, non essendo conosciuto a Napoli, gli faceva da garante, con il proprietario Nicola Torre, proprio Don Geronimo Morano, committente della statua di Andria.
... ... ...
Pregevoli sono i marmi usati per l’altare di S. Nicola ad Andria: possiamo osservare lo statuario e l’onice nelle figure, il giallo Siena nei pani, in alcune decorazioni e negli scalini listati di marmo nero, il verde antico per le cornici, il rosso Collemandina dal colore compatto: la breccia rossa dell’Eritrea fortemente venata e lo zoccolo in bardiglio e broccatello listati di nero.".

altare maggiore: sculture del paliotto
[particolari del paliotto: il tetramorfo raffigurante gli Evangelisti - elab. elettr. su foto "Sabino Di Tommaso" - 11/2017]

Si trascrive l'ampia spiegazione data a queste sculture del paliotto da Michele Monterisi (autore di molte foto qui riprodotte nonché di un approfondito studio sulle chiese di Andria); essa riassume l'interpretazione dei versicoli 6-8  del capitolo 4° dell'Apocalisse (1), data in "Adversus Haereses" nel 2° secolo da Ireneo, vescovo di Lione, prendendo come riferimento il prologo di ogni Vangelo.

"Matteo è rappresentato da un angelo perché il suo Vangelo inizia con l'Incarnazione; Marco è un leone perché esordisce con la figura del Battista che "grida nel deserto" con voce potente e solitaria come quella del leone; il simbolo di Giovanni è l'aquila, l'uccello che vola più in alto nel cielo, perché la sua visione di Dio è la più diretta; infine a Luca è riservato il toro, animale sacrificale, perché il suo Vangelo inizia con il sacrificio del sacerdote Zaccaria"

È piacevole leggere anche la frase del Borsella:

"... s’erge, ... stupendo altare maggiore nel cui frontone di Patrio marmo rilevansi i simboli degli evangelisti; l’Aquila, l’Angelo, il Leone il Torello, che eccitano tutta la meraviglia, non solo per le posture, vivacità, finezza di membri e regolari muscolature, che per lo insieme assai proprio e naturale. Tanto il Leone, che il Torello coll’Angelo sono forniti di ali, e di codici, avendo questo nella destra il calamaio."

altare maggiore: sculture laterali al paliotto
[particolari del paliotto - elaborazione elettronica su foto di "Michele Monterisi" - 2010]

Ecco i due cherubini, che terminano la fascia inferiore dell'altare, qual punti decorativi di chiusura del messaggio riccamente inviato dagli elementi scultorei dell'insieme.
Invitano con lo sguardo e la piccola bocca dischiusa a tornare coi propri pensieri al fulcro dell'altare, il ciborio, al mistero eucaristico, al sacrificio perenne del Cristo dall'ultima cena al Calvario, alla fine del mondo terreno e del tempo.

I cherubini sono preceduti dalla superba scultura dello scudo, emblema del Canonico Ponzio, munifico finanziatore dell'opera.

altare maggiore - ciborio e reggimensole laterali del postergale
[particolari del postergale - elaborazione elettronica su foto di "M. Monterisi - S. Di Tommaso" - 2010]

Originalissimo appare il ciborio di questo altare.
Tra una aureola di cinque angioli in bianchissimo marmo di Carrara la significativa scultura, su fondo scuro, dei sei pani e una ampolla di vino, di chiara simbologia eucaristica..
Ai lati (fuori dal campo di questa fotografia), grappoli d'uva e spighe di grano.
Si noti inoltre intorno alla mensola superiore gli eleganti intarsi fogliari, che corrono anche lungo tutta la mensola porta candelieri sino ai capialtare, aggiungendo pregio a pregi.

"Nei corni dell’altare due scudi contengono ingegnosi scorci secondo i riti dell’antico patto, gli olocausti di un Ariete; di un bue giacenti sull’altare." dice il Borsella nell'opera citata.
Nei due scudi (medaglione a rocaille) sono infatti visibili, centrali, a sinistra un ariete pronto al sacrificio su una antica ara in pietra, a destra il sacrificio di un toro.


Antonio Corradini
originalissimo artista del periodo barocco

Antonio Corradini nacque ad Este da Bernardo e Giulia il 6 settembre 1688 (per altri nacque a Venezia il 19 ottobre da Gerolamo Corradini fu Gio Batta di professione veler).
Dopo qualche anno di garzonato presso i tagliapietra, fu a Venezia come apprendista scultore nella bottega di Antonio Tarsia, dove si innamorò della figlia Maria che poco dopo impalmò (successivamente il 22 dicembre 1746 sposerà in seconde nozze Anna Maria Pinelli, figlia di uno speziale alla dogana di terra, di trent'anni più giovane di lui).
Operò in varie città d'Italia e d'Europa circondato da meritata fama e producendo numerosi capolavori scultorei.
Morì e fu sepolto a Napoli il 12 agosto 1752, nella chiesa parrocchiale di santa Maria della Rotonda.

Gli approfondimenti sono qui attinti da diversi studiosi. Di seguito si riporta uno stralcio dal sotto citato testo di Vittorio Sgarbi:

Nessun dubbio che egli sia stato uno dei più originali scultori italiani dell'età barocca, con un'originalità d'invenzioni senza precedenti. Si era formato a Venezia nella bottega di Antonio Tarsia, sugli esempi di Pietro Baratta e Giuseppe Torretti, e con i precedenti moderni di Giusto Le Court e Filippo Parodi.
Iscritto all'arte dei tagliapietra nel 1711, nel 1713 aveva già bottega propria. ... ... ... [Realizza opere scultoree, molte "velate" in giro per l'Europa (Zara, San Pietroburgo, Rovigo, Gurk, Dresda.)]
A Venezia nel 1723 la sua esperienza e la sua autorevolezza erano tali da fargli ottenere, a tutela della creatività dell'artista, la separazione tra l'arte dei tagliapietra e quella degli scultori, con un collegio a parte istituito nel 1724. Sono gli anni in cui, oltre al monumento Manin nel Duomo di Udine e all'altare del Sacramento nel Duomo di Este, Corradini si occupa del restauro della Scala dei Giganti e delle sculture di Palazzo Ducale a Venezia.

La sua fama e il suo merito sono testimoniati dal Barone di Montesquieu che, nel suo Viaggio in Italia, nel 1728, scrive: «Attualmente c'è uno scultore, a Venezia, chiamato Corradino, Veneziano, che ha fatto un Adone, che appare una delle cose più belle che si possano vedere: direste che il marmo sia carne; una delle sue braccia cade senza cura, come se niente la sostenesse». L' Adone è recentemente riapparso in una grande sede istituzionale, il Metropolitan Museum di New York, in circostanze non ancora ben chiarite.

Adone di A. Corradini, al MET di New York
[ "Adone", di Antonio Corradini, esposto nel Metropolitan Museum di New York]

... ... ...

Dopo la grande fortuna veneziana, Corradini si trasferisce in Austria, dove nel 1733 è assunto come scultore di corte. Lavora a Vienna per la decorazione della Josephbrunnen e a Györ, in Ungheria, per la Bundesladendenkmal. A Praga compie il monumento funebre a Giovanni Nepomuceno nel Duomo di San Vito. La sua stagione viennese, con la gestione del teatro insieme a Galli Bibbiena, dura fino al tempo della morte dell'imperatore Carlo VI (1740) e di Fischer von Erlach (1742).
Corradini, in crisi, rientra a Venezia per poi trasferirsi a Roma dove incontra e frequenta Giovanni Battista Piranesi, nonostante i richiami dell'imperatrice Maria Teresa che lo vuole a Vienna e lo riconferma scultore di corte.
A Roma propone 8 modelli di statue colossali per rendere più resistenti i contrafforti del tamburo della cupola di San Pietro, che richiede un restauro. Un'altra testimonianza della considerazione in cui il grande scultore è tenuto.
A partire dal 1749 è a Napoli per la Cappella Sansevero, creazione ammiratissima, e con questa straordinaria esperienza chiude la sua vita.

[pubblicato in “Dall’ombra alla luce – Da Caravaggio a Tiepolo” – il tesoro d’Italia IV, di Vittorio Sgarbi, La Nave di Teseo editore, 2016, pp. 461-467]

___________________________________________________

Per avere un'idea di come il Corradini ottenesse l'effetto velato alle sue statue ed anche, probabilmente, per realizzare nelle sue opere particolari scultorei di fine ricamo, si trascrive un testo che la fonte di seguito citata (riprendendolo da un libro di Clara Mancinelli) dichiara estratto da un atto norarile del 1752 dell'Archivio Storico di Napoli (atto però che il Museo della Cappella di Sansevero ritiene non autentico, e, pertanto, non pubblicato da Eduardo Nappi, responsabile di tale Archivio); tale testo e stato pubblicato il 26 luglio 2013, da Francesco Sinacori in "Fermata Spettacolo.it", e in seguito da altri siti.

Calcina viva nuova 10 libbre, acqua barilli 4, carbone di frassino.
Covri la grata della fornace co' carboni accesi a fiamma di brace; con ausilio di mantici a basso vento.
Cala il Modello da covrire in una vasca ammattonata; indi covrilo con velo sottilissimo di spezial tessuto bagnato con acqua e Calcina.
Modella le forme e gitta lentamente l'acqua e la Calcina Misturate.
Per l'esecuzione: soffia leve co' mantici i vapori esalati dalla brace nella vasca sotto il liquido composito.
Per quattro dì ripeti l'Opera rinnovando l'acqua e la Calcina.
Con Macchina preparata alla bisogna Leva il Modello e deponilo sul piano di lavoro, acciocché il rifinitore Lavori d'acconcia Arte.
Sarà il velo come di marmo divenuto al Naturale e il Sembiante del modello Trasparire
”.

___________________________________________________

L'arch. Gabriella Di Gennaro, nella tesi su citata sugli "Altari marmorei settecenteschi ad Andria" espone per sommi capi la vita e le sculture di Antonio Corradini.
Ecco alcune altre importanti note chiarificatrici dell'opera dello scultore, soprattutto quelle in riferimento a quanto esiste in Andria.

Antonio Corradini ... ... ... inizialmente seguì a Venezia la tendenza che prendeva a modello la scultura romana di ispirazione berniniana. Insieme a numerosi altri scultori partecipò alla decorazione della facciata di S. Stae terminata nel 1710. Per questo progetto fu bandito un concorso per il quale vennero presentati dodici progetti, tra cui fu prescelto ed eseguito quello di Domenico Rossi. La decorazione scultorea fu divisa tra Giuseppe Torretti, Antonio Tarsia, Pietro Baratta, i fratelli Paolo e Giuseppe Groppelli, Paolo Callolo, Matteo Calderoni, Giovanni Cabianca ed infine Antonio Corradini. è molto difficile distinguere la parte che spetta a ciascuno di questi scultori; forse sono del Corradini la Fede e la Speranza, nel frontone ed il Redentore sul culmine del timpano

Più tardi il Corradini scolpì nel 1718 il monumento al maresciallo Giovanni Mattia von der Schulenburg, eroe della resistenza dei veneziani contro i Turchi, che fu eretto a Corfù, vivente ancora il personaggio [...]. Fino, dunque, a questa data il Corradini si dimostra aderente ancora al tardo barocco internazionale; ma la sua allegoria del la Verginità in Santa Maria del Carmine a Venezia del 1721, mostra il nuovo linguaggio: è uno stile prezioso che si richiama non all’antichità, ma è piuttosto un ritorno sentimentale del marchio veneziano del tardo manierismo.

La Pietà, di A. Corradini nella chiesa di San Moisé a Venezia
[La Pietà, del Corradini in San Moisé a Venezia
part. da foto Didier Descouens 2014]

Il Corradini è famoso per le sue statue velate, vero prodigio di tecnica. Sembra che la prima di queste statue sia stata la Fede, già nella collezione Manfrin, ora irriperibile [Vittorio Sgarbi afferma che  è «forse da identificare con la Velata ora al Louvre»].
Così ne parla il Balestra in una lettera raccolta dal Bottari: «Ancor qui in Venezia abbiamo di presente un giovane scultore, chiamato Antonio Corradini, che si porta assai bene, ed ha fatto la statua d’una Fede col capo a faccia velata, che è una cosa che ha fatto stupire tutta la città a riuscire, ed uscire con tanta grazia d’un tal impegno, di far con il marmo apparire un velo trasparente, oltre la figura tuttavia graziosa, ben vestita e ben disegnata».

La Verginità in S. Maria dei Carmini a Venezia
[La Verginità in S. Maria dei Carmini a Venezia
foto P.Fiorentini Fototeca Zeri n. 150025]

Scolpì poi la Vergine per Santa Maria del Carmine, che è una vera donna del Settecento, e nel 1723 la Pietà per S. Moisè. Nel 1724 si recò ad Este, dove per il Duomo fece l’altare del Sacramento, ispirandosi all’altare maggiore di S. Moisè. Su una nube che sale e si allarga in molte spire si dispone variamente una moltitudine di putti e di testine alate; al culmine della spirale due angeli sorreggono una grande sfera, su cui spicca isolato il calice dell’Eucarestia.
... ... ...

Nel 1740 circa giunse a Roma e qui scolpì un’altra delle solite statue velate, rappresentante una Vestale, riuscita molto bene ma poco apprezzata dai romani, che sarebbero stati invidiosi della sua bravura. Mentre era in Roma, partecipò ai lavori per la cappella dedicata a S. Giovanni Battista, che si andava costruendo nelle sue parti per essere poi collocata nella chiesa di S. Rocco a Lisbona e della quale erano architetti il Salvi e il Vanvitelli. Si occupò anche della realizzazione di due angeli che sorreggono l’arma reale ai lati dell’altare.
L’ultima sua opera compiuta a Roma fu il busto scolpito di Benedetto XIV per il salone della Sapienza [...]. Dopo Roma è la volta di Napoli.
... ... ...

Giunto a Napoli veniva invitato dal principe Raimondo di Sangro che, nel 1750, aveva cominciato a realizzare la decorazione scultorea della Cappella dei San Severo.
... ... ... Per la cappella Sangro scolpì la Pudicizia, ultimo pezzo di bravura, che ben si accompagna al Cristo morto, [da lui progettato in terracotta ed] eseguito dal Sanmartino.

Realizza nel 1750 l’altare maggiore della chiesa di S. Nicola ad Andria, chiaramente indirizzato nel soggetto dal committente, quel canonico Ponzio della Cattedrale di Bari, con il cui legato testamentario si era potuto costruire l’altare. La sua plastica scultorea, con vivissimi elementi zoomorfi, è diversa dalle sue precedenti realizzazioni di altare. In una grande sala attigua al coro della chiesa di S. Nicola, sempre ad Andria, si trova, in alto, in una mensola, il busto del «servo di Dio, padre don Filippo Cota». Questo nome emerge da una polizza di pagamento dell’ 11 luglio 1750, al famoso scultore veneto Corradini, il quale eseguiva per detta chiesa il ricco altare ed il suddetto mezzobusto. Ma se per l’altare l’artista riceveva un normale pagamento, per questa effigie don Geronimo Morano pagava solo il marmo, mentre il compenso al Corradini era «il merito presso Dio per lo di più che meriterebbe per detta statua» [In nota: Il busto di don Filippo Cota si viene ad aggiungere all’esiguo catalogo di opere napoletane realizzate da Corradini, che si può confrontare con l’unico busto superstite, quello di Paolo di Sangro, principe di San Severo, nel relativo monumento sepolcrale (2a cappella a destra).  M. Pasculli Ferrara, op. cit., 1986, p. 148.]

immagine di padre Filippo Cota, acquaforte    Busto di Filippo Cota in S.Nicola ad Andria   Busto di Paolo di Sangro, nella sua cappella sepolcrale a Napoli
[Immagine di Filippo Cota in una stampa del 1750 - il suo busto in S.Nicola ad Andria - il busto di Paolo di Sangro nel museo cappella San Severo a Napoli]

Il servo di Dio, padre Filippo Cota, nato il 1° maggio 1673 a Napoli, nella piana di Sorrento, fu sacerdote esemplare ed onorato dal Signore con le Sacre Stimmate, ricevute il 5 marzo 1697 (2).
Per le sue spiccate doti di santità e saggezza fu chiamato da molti vescovi come Rettore dei loro seminari: a Troia, Benevento, Ugento, Brindisi, Melfi e Bitonto. Ovunque innumerovoli furono le grazie e i miracoli ottenuti dal Signore per chi a lui accorreva, sia in vita che dopo la sua dipartita.
Morì il 10 gennaio 1736. La sua vita fu minutamente raccontata, in un primo tempo, nel volume “Orazioni di Girolamo Morano recitate per lo padre D. FILIPPO COTA sacerdote napoletano nel portico della stadera”, in Napoli MDCCL, nella stamperia muziana; due anni dopo lo stesso autore, Girolamo Morano, pubblicò “Ristretto della vita del padre D. FILIPPO COTA, sacerdote napoletano”, in Napoli, MDCCLII, nella stamperia di Giuseppe Severini.

Viene qui spontaneo chiedersi quale importante avvenimento o devozione particolare spinse il Capitolo della Chiesa di San Nicola di Andria a commissionare ad Antonio Corradini, insieme all'altare maggiore, anche il busto del servo di Dio Filippo Cota, e ciò proprio tramite Don Girolamo (o Geronimo) Morano, importante personaggio ecclesiastico, avvocato e letterato della Napoli del tempo, nonché sì grande estimatore delle virtù del Servo di Dio da scrivere in sua lode ben cinque orazioni e due libri.

___________________________________________________

Infine, come s'è scritto a inizio testo, in un'altra pagina è possibile leggere documenti su come venivano realizzati nel Settecento i commessi di pietre policrome a Firenze e Napoli.


NOTE    _
(1) Giovanni nell'Apocalisse riprende a sua volta le visioni dei profeti Isaia (cap. 6, vv. 1-3) ed Ezechiele (cap.1) combinandole in una unica visione; si riporta qui il testo di Giovanni (cap. 4, vv. 6-8) nella traduzione "Nuova Cei 2008":
"Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro.
Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola.
I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!
»."
(2) Girolamo Morano (al tempo rinomato avvocato e grande letterato che due volte al mese ospitava nella sua casa gli Accademici del "Portico della Stadera"), a pag. 19 del citato libro delle orazioni, scrive:
Ciocchè sicome non mai disse S. Paolo, se non quando avea detto esser’egli morto per vivere in Dio, perché con Cristo era crocefisso (Ga.2.19), così Filippo ebbe ragione di riconoscere se stesso morto, ed in se soltanto vivo Gesù Cristo, quando nel monte di Nisida a 5. di marzo del 1697., essendo Diacono, nell’atto di contemplar le pene del suo Signore, ebbe il gran favore di ricevere le sagre Stimmate, cioè due in ciascuna mano, ed una al cuore; le quali, quantunque ottenesse, che si caratterizzassero internamente, non lascarono però d’essergli di tempo in tempo per tutta la vita dolorosissime, e talora, anche come fossero carbonchi, e scottature su le mani riaprirsi. Allora egli imparò, come simili favori celar’ altri potesse, se pur non sia, che di se parlasse, quando disse: «Oh! Io feci una volta, che una persona si sapesse chiudere le stimmate, & niente comparissero.» Ma all’incontro allora conobbe esser divenuto niente, sicché, come disse Cristo Crocefisso per bocca del Profeta (Ps.72.22), egli stimatizzato potea altresì affermare: «Ego ad nihilum redactus sum» …”