
Nel meridione d’Italia, come in gran parte del bacino mediterraneo, fino al secolo scorso,
per i “minores” (pastori, coloni, braccianti, ...)
ed anche per diversi “mediocres” (come gli artigiani) era in uso abitare in grotta,
cavità naturali presenti numerose sui declivi calcarenitici delle lame e grave,
antri poi facilmente allargati con rudimentali mezzi di scavo.
Nel territorio di Andria uno dei più rilevanti insediamenti in grotta era ubicato
sui pendii del Lagnone-canale del territorio intorno a Santa Croce, con l’omonima chiesa rupestre
e con quella adiacente di Cristo di Misericordia.
La maggior parte degli studiosi contemporanei ascrive al periodo tra il decimo secolo ed il successivo,
il primo escavo-ampliamento di una delle preesistenti grotte per adibirla al culto.
Scrive a tal proposito Franco dell'Aquila nel testo sotto citato:
Andria è l’areale rupestre più settentrionale rispetto a
quello della costa adriatica e dell’arco Jonico che da taranto
giunge a Matera, senza dimenticare i siti rupestri salentini
disseminati in quella penisola.
Forse per la sua posizione, certamente per la forte antropizzazione
ed urbanizzazione subita dall’invasione abitativa
che ha inglobato i siti rupestri andriesi, tali
insediamenti sono stati trascurati dagli studiosi della materia.
di certo le chiese rupestri di aAndria hanno avuto un
posto rilevante nella storia cultuale di questa città.
L’uso di scavare la roccia è facilitato quando essa è facilmente
modellabile ed ha una buona compressione e resistenza
tale da permettere di ricavare ambienti di una
certa dimensione assicurando stabilità alla “costruzione”
ottenuta, appunto, tramite lo scavo. in Puglia la roccia migliore
è la calcarenite, una roccia costituita da depositi marini
del pleistocene formatasi intorno a 4-5 milioni di anni
fa. Questo tipo di roccia si trova nel territorio di Andria, interessando
l’abitato e specialmente la zona occidentale del
suo territorio. Questa roccia, meno resistente di quella calcarea,
è più facilmente aggredibile dall’azione erosiva delle
acque piovane creando corsi d’acqua, più o meno grandi,
detti lame. ad Andria una di queste lame costeggia la parte
sud dell’antico abitato, ricordata da
R. O. Spagnoletti a
fine Ottocento, con il nome di fiume Aveldio, oggi parzialmente
sotterraneo. poco fuori l’abitato, ad occidente, essa
riceve le acque della lama detta Lagnone. sempre ad occidente,
a circa 2 km dall’abitato, si incontra un’altra lama
detta di S. Margherita che a valle si ricongiunge con la lama
del fiume Aveldio.
[testo tratto da “ Andria Rupestre” di Franco dell'Aquila, in “Rotte Murgiane”, a cura di Luisa Derosa e Maurizio Triggiani, Edipuglia, Bari 2016, pp. 51-52.]
Gli affreschi attualmente esistenti in questa chiesa rupestre non risalgono tuttavia a tale periodo storico,
X-XI secolo;
ciò emerge sia indirettamente da confronti stilistici, sia spesso direttamente dal chi o cosa è dipinto,
che va a determinare un terminus post quem può essere stato raffigurato; ad esempio, Urbano V
non poteva essere raffigurato prima del 1370, quando questi ritrovò le teste dei Ss. Pietro e Paolo; tra i più antichi,
invece, sono da annoverarsi il Cristo Pantocràtor
nell'absidiola della navata sinistra, i resti della Deesis
sulla parete della stessa navata e, sull'arco trionfale della primitiva abside, la Lavanda dei piedi e l'ultima cena.
In linea generale gli affreschi delle chiese rupestri di Andria si fanno risalire nei secoli XIII-XV.
Le numerose immagini presenti in Santa Croce rivelano un continuo sovrapporsi e integrarsi di culti:
[il testo e le immagini della pagina sono di Sabino Di Tommaso (se non diversamente indicato)]