Capitolo XIV

Contenuto

da "Il Capitolo Cattedrale di Andria ed i suoi tempi" - Vol. I

di Michele Agresti (1852-1916)

Capo XVII

(anni 1832-1860)

Sommario:
—Il Vescovo Cosenza e le sue opere a vantaggio del Clero e della Città:
—i tre Capitoli di Andria ottengono le insegne corali ed extracorali, ed i Canonici della Cattedrale anche le insegne prelatizie:
—scoprimento delle ossa di S. Riccardo e la nuova urna, fatta dal Cosenza: rinvenimento della S. Spina: istallazione degli Agostiniani calzati nel Monistero di S. Maria dei miracoli: trasloco del Seminario all’ex Convento dei Carmelitani:
—il Piano del Vescovo Cosenza e l’opposizione del Capitolo Cattedrale:
—lotte tra il Capitolo e il Vescovo Cosenza, per la promozione al Priorato di S. Riccardo nella persona del Canonico Latilla:
—rivoluzione del 1848:
—il Seminario affidato alla direzione dei PP. Gesuiti: il Vescovo Cosenza viene elevato alla Sacra Porpora e promosso ad Arcivescovo di Capua:
—opere del Vescovo Cosenza a vantaggio del Capitolo Cattedrale:
—distruzione del trono baronale nel Duomo:
—nuovi torbidi nel Regno di Napoli nell’anno 1850: viaggio di Re Ferdinando II nelle Puglie, e venuta in Andria nel 1859: morte di Ferdinando, cui succede, il primogenito Francesco II: rivoluzione scoppiata a Palermo nel 1860:
—il Vescovo Longobardi e la riforma nella promozione ai benefici dei tre Capitoli di Andria:
—incoronazione della prodigiosa Immagine della Madonna dei miracoli:
— istituzione delle Parrocchie, ed acerrime liti fra il Capitolo ed il Vescovo Longobardi:
—opere del Vescovo Longobardi:
—il Capitolo di S. Nicola chiede la Collegialità insigne: opposizione del Capitolo Cattedrale:
—il Can. D. Giuseppe Zinni viene eletto Vicario Capitolare, per la quasi sede vacante: censure e sospensioni, inflitte dalla S. Sede all’intruso Vicario Zinni:
—componenti il Capitolo Cattedrale in questo torno di tempo.


Al Vescovo Bolognese successe, a dì 2 luglio 1832, Mons. D. Giuseppe Cosenza di Napoli, già Canonico Teologo di quella Arcivescovile Cattedrale. Egli fu preconizzato Vescovo di Andria da Papa Gregorio XVI [1831-1846], ad onta del suo replicato rifiuto.
Resse questa Diocesi per ben 18 anni; promosso, poi, da Papa Pio IX, all’Archidiocesi di Capua ed al Cardinalato.
Chi potrà dire l’opera benefica di questo santo e dotto Vescovo? Il suo nome vive ancora benedetto in ogni classe di cittadini, i quali, da generazione in generazione, ne tramandano il racconto delle sue singolarissime virtù e delle opere, compiute in Andria.
A Lui devesi l’Ospedale civile, destinando una parte di quei casamenti, appartenuti una volta all’antico Convento delle Chiariste (proprietà del Monte di Pietà di Andria), mantenendovi, a tutte sue spese, 40 letti per gl’infermi. A Lui devesi anche l’Orfanotrofio, dove raccolse cento orfane fanciulle, mantenute a tutte sue spese, per salvarle dai pericoli del mondo.
Istituì, inoltre, varie Congregazioni di spirito, fra ogni classe di persone, per animare tutti nella pietà e nelle pratiche della religione.
A tutte sue spese, in ogni anno, faceva venire in Andria otto Padri Missionarii della Congregazione di San Vincenzo de Paoli, a dare 3o giorni di esercizii spirituali, 15 al Clero e 15 al Popolo.
A sue spese pure invitava a predicare in Cattedrale i più distinti oratori, in tutte le Domeniche dell’Avvento, ed in tutta la settimana di sessagesima, nella quale faceva dare anche gli esercizii spirituali al popolo, per tenerlo lontano dalle orgie del carnevale; ed egli stesso scendeva nelle pubbliche piazze a predicare la parola di Dio, in quei giorni di facile pervertimento. Nella Chiesa Mater Gratiæ istituì una Congregazione della gioventù studiosa, la quale riunivasi, in tutti i giovedì dell’anno, ad ascoltare la divina parola.
Che, se tanto bene fece Mons. Cosenza al popolo, ed alla città, chi potrà dire il bene, che fece al Clero, e specialmente al Capitolo della Cattedrale?
Già, sin dal primo suo giungere in Andria, si studiò metter pace fra le due Collegiate ed il Capitolo Cattedrale, divisi da secolari lotte!
Nel 1833, interrogato dal Ministro Segretario di Stato delle Finanze e degli affari ecclesiastici [D’Andrea], se convenisse nelle stesse idee del suo predecessore [Mons. Bolognese], riguardo alla creazione dei Vicarii Curati, ed alla divisione a farsi del territorio di Andria in tre distinti circondarii (giusta progetto già approvato dalla Commissione dei Vescovi e dalla Real Consulta), il Vescovo Cosenza rispondeva di non valer fare rinnovazione alcuna sull’attuale regime delle anime di questa città, per non creare nuovi disturbi e litigi [1].
NOTE    (Nell'originale la numerazione è di pagina e non progressiva)
[1] Archivio Capitolare, Ministeriale del 20 luglio 1833, 2. dipartimento. N. 7132: e risposta del Vescovo Cosenza.

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A consolidare poi sempre più la desiderata pace, Mons. Cosenza, nel 1834, domandava a Papa Gregorio XVI nuove insegne, tanto corali che extracorali per i tre litigiosi Capitoli. Per i Canonici della Cattedrale, oltre alle insegne concesse da Benedetto XIV [a dì 19 agosto 1746], domandò pure di poter vestire la sottana pavonazza, secondo l’uso dei Prelati domestici:
«uti possint talari veste lanea exilis raseque texturae (vulgo saja) violacei coloris more Urbanorum Antistitum, seu Domesticorum Præsulum ad talos replicata»,
non che le calze ed il collare di color violaceo, ed il cordoncino con fiocco color rosso al cappello
«et similiter ut dignitates et Canonici prædicti caligas et clericalem torquem violacei coloris possint induere, utque inferiori orbe galeri purpureum torulum circumdent, toruloque ejusdem coloris addant nullo aureo filo intextum».
Per i Mansionari della medesima Cattedrale, domandò al Papa l’approvazione e la conferma delle insegne, che usavano per sola autorizzazione regia (cioè il Rocchetto e la mozzetta di seta color scarlatto): «Rocheti ed pallioli cum cucullo serici coloris coccinei».
Quanto poi ai partecipanti delle due Collegiate, il Vescovo Cosenza domandava, non solamente la conferma delle insegne, già ottenute per sola regia autorizzazione (cioè la Cappa Magna, ornata di pelle di conigli, con fodera di panno color rosa), ma anche di poter usare il fiocco al cappello, le calze ed il collare di color violaceo «ut omnes iidem Partecipantes villum in pileo, tibialia, et clericalem torquem violacei coloris possint induere».
Alla domanda del Vescovo Cosenza S. Santità Papa Gregorio XVI, con Bolla del dì 8 Luglio 1834, [2] benevolmente concedeva quanto il Vescovo Cosenza aveva domandato, per riguardo alle insegne.
Questa Bolla ebbe pure il suo regio assenso dal Re Ferdinando II, a dì 8 Ottobre del medesimo anno [3].
Ottenuta tale Bolla, e la relativa Cedula del Regio exequatur, i Canonici della Cattedrale volendo inaugurare contemporaneamente, nel medesimo giorno, la vestizione di quelle nuove insegne, incaricarono il negoziante Sig. Francesco Guglielmi di Andria, di recarsi a Napoli ed a Roma, per acquistare tutto l’occorrente di stoffe per la bisogna. E così, vestiti di quelle insegne, fecero la loro solenne inaugurazione, il dì 19 Dicembre 1834, fra lo strepitoso incendio di petardi, mortaretti, batterie, suon di campane, canti, feste, sine fine dicentes. …
Altrettanto fecero le due Collegiate; sicché, per allora, il buon umore regnava fra i tre Capitoli e nella città, che prendeva parte a queste feste della vanità! …
NOTE   
[2] Detta Bolla conservasi nell’ archivio capitolare.
[3] Per la spedizione di quella Bolla e della Cedola pel regio exequatur, il Capitolo della Cattedrale spese la somma di ducati quattro mila e cinquecento, quasi ventimila lire! … comprese le spese fatte a Roma ed a Napoli, per sollecitare la concessione. Di questa somma i Canonici di quel tempo pagarono ducati duemila e ventiquattro, e gli altri ducati duemila quattrocento settantasei, per concessione pontificia del 19 Dicembre 1844, (N. 235381) fu stabilito, doversi pagare dai futuri Canonici, rilasciando ciascuno, dalla prima partecipazione, pro una vice tantum la somma di ducati 25, sino alla estinzione del debito contratto (Archivio Capitolare).

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Al Vescovo Cosenza devesi pure quell’Urna preziosa, che racchiude il sacro deposito delle ossa di S. Riccardo.
Il dì I. Agosto 1836, Egli volle farne prima la ricognizione, estraendo quelle sacre reliquie dall’antica cassa, dopo aver rimossi i suggelli, apposti, nel 1713, dal Vescovo Adinolfi. Indi fece poi costruire, a sue spese, quella grande Urna di finissimo marmo, che tuttora si ammira a piè dell’altare maggiore, messo nella Cappella del Santo.
In quell’Urna fu racchiusa anche una relazione, in lingua latina, dettata dal dottissimo D. Mariano Cocco, Canonico Penitenziere della Cattedrale.
Al Vescovo Cosenza devesi pure il ritrovamento della Santa Spina, involataci, (con la preziosa Teca, che la racchiudeva), nel 1799 dai Francesi. Ma, di questo avvenimento, parleremo nel secondo volume di quest’opera, dove daremo un minuto dettaglio di questa preziosa reliquia, e di tutto ciò, che si riferisce alla medesima.
Nel 1838 il Vescovo Cosenza, devotissimo della nostra Madonna dei Miracoli, mal sopportando che quello stupendo Santuario restasse più oltre abbandonato (per la espulsione dei Benedettini Cassinesi, operata dal governo militare francese) pensò d’installarvi in esso gli Agostiniani Calzati, della Congregazione di S. Giovanni a Carbonara. Essi vennero a prenderne possesso del Monastero e del Santuario il dì 6 ottobre del 1838, sotto la dipendenza di un Priore; continuando così a zelare, in quel Santuario, il culto a Maria, tanto ben iniziato dai benemeriti Cassinesi Benedettini.
Speciale cura ebbe poi il Vescovo Cosenza per i giovani Leviti. Vedendo che il Seminario rendevasi poco adatto per raccogliere buon numero di Chierici; e, convinto che quel locale, messo nel centro della città, era causa di divagazione per i giovani seminaristi, pensò di poter ridurre a Seminario il grandioso Convento (già appartenuto ai PP. Carmelitani), messo, allora, fuori le mura della città.
Ottenuto dal Re Ferdinando II la cessione di questo locale (adibito ad ospedale militare di Puglia nel 1804), il Vescovo Cosenza, a proprie spese, lo fe’ ridurre a Seminario, distruggendovi le tante celle, e formandovi invece delle grandiose camerate, capaci di poter contenere circa 30o persone.
Quel Seminario fu solennemente inaugurato il dì 29 aprile del 1839, con a Rettore di esso il dottissimo e benemerito Canonico Primicerio di questa Cattedrale, D. Giuseppe Troja, uomo di singolare pietà e dottrina, vera illustrazione del nostro Capitolo. Impiegò, poi, all’istruzione dei giovani Seminaristi i più eletti ingegni ed i più distinti professori della città e di fuori, tra i quali il dottissimo Penitenziere D. Mariano Cocco, (per la teologia dommatica), al quale successe, dopo la morte di costui, il valoroso D. Berardino M. Frascolla, Canonico teologo della Cattedrale, eletto poscia 1. Vescovo di Foggia. Per le lettere v’impiegò l’esimio letterato D. Giuseppe Troisi di Minervino Murge, dandovi lezioni di estetica, di rettorica, e di sacra eloquenza [4].
Al Troisi vi aggiunse il Canonico D. Alessandro Parlati (che fu, poi, Arcidiacono della Cattedrale), oratore e poeta geniale, il quale, nella sua gioventù, dettò versi, che hanno il sapore e la robustezza dantesca.
Dopo aver ben sistemato il Seminario, Mon. Cosenza ne rifece ed abbellì l’annessa Chiesa, già ridotta ad infermeria dei militi, in tempo dell’occupazione francese. Ne fece la solenne consacrazione il dì 13 Maggio 1840.
NOTE   
[4] Il Troisi fu letterato e poeta esimio, da emulare i sommi del suo tempo, se la esagerata sua modestia non gli avesse tarpato le ali. Nel 1848, per i torbidi politici, lasciò il Seminario e si recò a Napoli. Ma il Vescovo Frascolla lo volle ad insegnare nel suo Seminario di Foggia, ed a coprire la carica di Vicario Generale nella sua Diocesi. Venuta la rivoluzione del 1860, il Troisi ricoverò a Roma, accolto, qual precettore, in casa del Duca Salviati-Borghese, dove chiuse i suoi giorni, sconosciuto al mondo letterario! Ci piace riportare qui un Sonetto [dettato dal Troisi in Roma, nel 1861, per la solenne benedizione, data da Papa Pio IX nel giorno della Risurrezione di quell’anno], fatto trovare affisso alle porte del Vaticano: sonetto, che suscitò l’entusiasmo dei romani, senza che si conoscesse il nome del suo autore!
Nel Maggior dì che il Successor di Piero
Sul Vaticano a benedir levosse,
La scolpita di Carlo in sul destriero
Incoronata Immagine si scosse.
Veggendo un balenar d’armi straniero,
il pio Campione addimandò che fosse?
Meravigliato, come seppe il vero,
Chinò le guance di vergogna rosse!
Poi saettando col fulmineo sguardo
L’Aquila Franca, che protesse invano
La preda ben rapita al Longobardo:
Vanne, disse, va pur: se altro per Dio
Non farai che la scolta al Vaticano,
BASTA A CIÒ, BASTA IL SIMVLACRO MIO!

si allude alla Statua equestre di Carlo Magno,
messa sulla soglia del Vaticano.


 

si allude alle truppe francesi, che occupavano Roma,
sotto il pretesto di proteggere il Papa dalla invasione degl’italiani,
già impadronitisi degli altri stati italiani.

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Ma, se tanto interesse prese il Vescovo Cosenza per i giovani leviti, ognuno può immaginare quanto ne prendesse pel Clero, curando che non si abbandonasse all’ozio.
Nel 1843, Egli ideò un Piano di riforma, che prese da lui il nome di Piano Cosenza. Questo Piano fu ispirato dal Breve Impensa del 1819, e dalle istruzioni per la formazione dei titoli delle Sacre ordinazioni nelle Chiese Ricettizie, date dalla Commissione dei Vescovi (presieduta dal Nunzio Apostolico di Napoli) nel 1821.
Su queste basi, il Vescovo Cosenza formulava il suo Piano per le tre Chiese di Andria; piano, che, in sostanza, consisteva nell’abolire la perpetuità dei Chierici, nel lungo servizio dei dodeci anni alla Chiesa, dove erano incardinati, e sostituirvi il servizio temporaneo, prima nelle due Chiese Minori (la Collegiata di S. Nicola, e l’Annunziata), e poscia, al sopraggiungere di nuovi Chierici, nella Chiesa Cattedrale. Terminato tal primo giro, i Chierici più meritevoli dovevano passare poi a Mansionarii delle due sopradette Collegiate, previo concorso, e poi a Mansionarii della Cattedrale, dietro un secondo concorso. Esaurito questo secondo giro di servizio, i Mansionarii sacerdoti della Cattedrale, dietro un terzo concorso, a norma del Breve Impensa, dovevano passare a Canonici delle due Collegiate; e poscia, a norma del Concordato del 1818, i più meritevoli fra questi sarebbero stati prescelti, con libera collazione, ai Canonicati della Cattedrale.
Questo Piano del Vescovo Cosenza fu rimesso alla Commissione dei Vescovi in Napoli; e questa, prima di sottometterlo all’approvazione del Re, proponeva le seguenti modifiche:
  • 1). che il Teologato ed il Penitenzierato fossero provvisti a norma del diritto canonico, e senza restrizione circa i concorrenti:
  • 2). che, alla parola incardinazione, fosse sostituita la parola destinazione dei Chierici alle tre Chiese sopra dette:
  • 3). che fosse in libertà del Vescovo pro tempore poter fare qualche eccezione a favore di quel Mansionario della Cattedrale, che egli credesse più meritevole, promovendolo a Canonico della medesima Cattedrale, quando vacasse il posto, senza fare prima il passaggio a Canonico delle Collegiate.
Questo Piano, con le modifiche proposte dalla Commissione dei Vescovi, ebbe la sua approvazione dal Consiglio di Stato, a dì 9 Gennaio 1844, partecipata al Vescovo Cosenza con real foglio del dì 17 Gennaio del medesimo anno, firmato dal Principe di Trabia [5].
Avuta la Reale approvazione, il Vescovo Cosenza, con Ufficio del dì 28 Febbraio 1844, notificava al Capitolo Cattedrale il suo Piano, già approvato dall’autorità tutoria. Il Capitolo, vedendo che quel nuovo Piano distruggeva, d’un colpo, la natura della sua Chiesa (annullando anche la Bolla di Benedetto XIV, che pur confermava gli antichi sta-tuti capitolari), non ebbe più pace, e tosto nominò una Commissione, dandole il mandato di provocare dal Vescovo migliori schiarimenti, sul suo nuovo Piano. Ottenuti tali schiarimenti, il Capitolo, non volendo mettersi di fronte al Santo Vescovo, che tanto facevasi amare e stimare, a dì 31 Gennaio del 1845, prescelse una nuova Commissione Capitolare, la quale attentamente studiasse il nuovo Piano, proponendovi quelle modifiche, che valessero a salvaguardare i diritti e gl’interessi del Capitolo.
Dopo lungo ed accurato studio, la Commissione proponeva le seguenti modifiche a quel Piano:
  • 1). che nessun Canonico delle Collegiate potesse passare alla Cattedrale senza essere laureato, od almeno, licenziato in materie ecclesiastiche:
  • 2). che i titolati delle Collegiate, volendo concorrere ai beneficii della Cattedrale, dovessero concorrere ai soli beneficii minori e non mai ai Canonicati.
Tali modifiche del Capitolo non furono accolte dal Vescovo Cosenza; per cui il Capitolo delegò il Canonico D. Nicola Sinisi di recarsi a Napoli a consultare un buon avvocato, per presentare un atto protestativo al Re, contro il Piano del Vescovo Cosenza, ed iniziare un giudizio. Prima, però, d’iniziare il giudizio, il Capitolo, trovandosi scisso, fra quelli che volevano accettare il Piano come giaceva, e fra quelli che volevano rigettarlo, od accettarlo con le proposte modifiche, a dì 1. Settembre di quel medesimo anno 1845, si riuniva in generale assemblea, per deliberare quello che la maggioranza avrebbe deciso. Intanto, a quell’adunanza si assentarono tutte le cinque Dignità capitolari, per cui la presidenza passò al Canonico Arziano D. Giuseppe Camaggio, uno dei più accaniti oppositori del Piano. Posta quindi ai voti la questione, se dovesse cioè accettarsi il Piano del Vescovo od iniziare il giudizio contro di esso, la maggioranza, con voti 28, si pronunziò pel giudizio, contro voti 5, che erano in favore del Piano. Ottenuto tale risultato, il Capitolo scelse una nuova Commissione, cui dava il mandato di difendere, tanto a Roma che a Napoli, i diritti capitolari di fronte al Vescovo [6].
Intanto, per la intromissione di persone altolocate, si convenne di sospendere ogni cosa, e tornare nuovamente alle pratiche d’un accomodamento col Vescovo. Riunitosi quindi il Capitolo in generale assemblea il dì 18 del medesimo mese ed anno, la maggioranza capitolare, con voti 27, decise per l’accordo, 2 Canonici furono astensionisti, e 15 contrarii all’accordo, volendo ad ogni costo sostenere il giudizio contro il Vescovo [7]. Tale deliberazione [8] suscitò un vero pandemonio nel Capitolo, specialmente da parte dei Canonici Bisceglia Ricardo, Campanile Nicola, Partermio Accetta, Francesco Zinni, Vincenzo Canosa, Vito Fortunato, Nicola Regano e Porro Nicola, i quali, a quella deliberazione, opposero delle violenti proteste, che sono riportate nel libro delle Conclusioni Capitolari del 1845.
Quella deliberazione portò grande scissura nel Capitolo Cattedrale ed i dissidenti, ad onta che fossero in minoranza [avviene sempre così; le minoranze sono prepotenti!], non dettero più pace alla maggioranza capitolare, che stava per l’accettazione del Piano Cosenza. Laonde 19 capitolari dell’opposizione presentarono una protesta nella Curia Vescovile, iniziando giudizio di nullità contro la deliberazione Capitolare del 18 settembre, serbandosi il diritto di deferire l’appello al Metropolitano, ed indi al Re, qualora quella deliberazione non venisse annullata dalla Curia Vescovile! …
Il buon Vescovo Cosenza, addolorato di tale scissura, di sua iniziativa, a dì 3 ottobre del medesimo anno, convocò il Capitolo, perché decidesse se dovesse annullarsi la deliberazione del 18 settembre, o convalidarsi. Riunitosi il Capitolo, si venne nella deliberazione di doversi convalidare la deliberazione del 18 settembre, ad onta che la minoranza insistesse per l’annullamento. E, pro bono pacis, in quella medesima assemblea, fu scelta una Commissione [composta del Cantore Brudaglio, del Primicerio Troja, e dei Canonici Giov. Pastina, Bernardino Frascolla e Francesco Cicco] che si fosse recata dal Vescovo a pregarlo di apporre alcune modifiche al suo Piano, onde far ritornare la pace nel Capitolo …
Non perciò si acquietarono i dissidenti, i quali volevano, ad ogni costo, sostenere il giudizio; e, per ben tre anni tennero il Capitolo in un continuo tumulto ed agitazione!
NOTE   
[5] Archivio Capitolare. Piano di Clero Ricettizio del Vescovo Cosenza.
[6] Quella Commissione fu composta dai Canonici: D. Nicola Campanile, D. Lorenzo Troia, D. Vincenzo Canosa, D. Giuseppe Zinni e D. Nicola Porro.
[7] Vedi libro delle deliberazioni capitolari del 1845.
[8] Quella deliberazione fu scritta su carta da bollo, e registrata in Andria. sotto il N. 305, a dì 27 settembre 1845: libro 2. vol, I, foglio 83, firmato il Ricevitore Giuseppe Montenegro. Atto pubblico per Notar MicheIe Cristiano del 26 settembre 1845. Arch. Capit.

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Questa agitazione maggiormente si rinfocolò nel 1847, quando, per la morte del Priore D. Giuseppe Iannuzzi, il Municipio di Andria, che pretende di avere il diritto di giuspatronato nella nomina al Priorato di S. Riccardo, scelse a successore del Iannuzzi il Canonico della Cattedrale D. Vincenzo Latilla. Questa nomina spiacque alla maggior parte del Capitolo; quindi una nuova agitazione fu suscitata in seno ad esso.
Il Vescovo Cosenza, non volendosi mettere in urto con l’Amministrazione Comunale, in quell’anno torbido, che precedette il 1848!, pro bono pacis, accolse la presentazione del Municipio, nella persona del Latilla.
Non così il Capitolo, il quale riteneva nulla e simoniaca la nomina del Latilla, perché «proposta dal fratello di lui, Sig. Giovanni Latilla [facente parte dell’Amministrazione comunale] ed appoggiata solamente dagli amici di costui, senza convocazione dell’intiero Consiglio Comunale». Quindi il Capitolo dedusse formale ricorso nella Curia Vescovile contro la presentazione del Canonico Latilla, dichiarandola nulla, per simonia [9] di lingua e di ossequio [10].
Il Vescovo Cosenza, però, tenne duro; ed, a far cessare lo Strepito, che si faceva dal Capitolo, senza frapporre tempo di mezzo, il dì seguente, Giovedì Santo, dopo l’ufficio delle tenebre, diè il canonico possesso del Priorato al Latilla [11].
Questa circostanza, d’aver dato cioè così il possesso in un giorno dalla rubrica proibito, maggiormente indispettì il Capitolo, il quale, protestando altamente contro l’operato del Vescovo, deliberò, in quel medesimo giorno, un ricorso alla S. Sede.
Ma il Vescovo Cosenza, ad onta che fosse di carattere mitissimo, ed incapace di sostenere il benché minimo urto con chicchesia, pur tuttavia, questa volta, non seppe tollerare l’opposizione del Capitolo al suo Piano ed alla promozione del Latina al Priorato. Onde, smettendo la sua abituale dolcezza, con un atto energico, nel dì seguente (venerdì Santo) mandò al Capitolo un editto, col quale gli si ordinava di cancellare immantinente dal libro delle deliberazioni capitolari, quella che riguardava la protesta contro la promozione del Priore Latilla; comminando, nel contempo, la pena della scomunica contro chiunque vi si opponesse, e la sospensione a divinis al Canonico D. Vito Fortunato, il quale, nella qualità di Procuratore Capitolare, aveva proposto al Ca-pitolo di manifestare al Vescovo esser anticanonica quella investitura; perché data nel Giovedì Santo, quando in quel dì, dal Rituale Romano viene proibita ogni funzione.
Il Capitolo, maggiormente indispettito da questo modo di agire del mitissimo Vescovo, delegò i Canonici D. Riccardo Montaruli e D. Partemio Accetta, a redigere un formale ricorso, da presentare in Roma ai piedi del Papa. Difatti, tal ricorso, fu redatto e presentato a Sua Santità Papa Pio IX [12].
Il Santo Padre, a mezzo della S. Congregazione del Concilio, con foglio del 10 Maggio 1847 (N. 472), rescrisse al Vescovo Cosenza quanto siegue:
Rev.me Dom.ne uti Fr. Antequam Emi Patres Sac. Congregationis Concilii quidquam decernant circa adiunctas preces Capituli Cathedralis Amplitudinem Tuam audiendam esse censuerunt: Ipsa igitur super expositis Sac. Congregationem, audito Capitulo in scriptis, et Promotore Fiscali, distincte instructam reddat. Animique sui sensum aperiendo præces ipsas remittat Amplitudo Tua cui Nos interim fausta omnia precamur a Domino. Amplitudinis Tuæ, Roma 10 Maji 1817. Uti Fra. P. Card. Patritius. S. Archiepiscopus Melitanus Secretarius. Andrien Episcopo [13].
Avuta comunicazione di quel Rescritto, il Capitolo, non volendo recar dispiacere a quel Santo Pastore, che tanto amava e venerava; e, convinto pure che tutto quel che accadeva era per opera del suo Vicario Torti, (dichiarato avversario del Capitolo) abbandonava ogni vertenza, accogliendo come Priore il Canonico Latilla.
Né si pentì, poi, il Capitolo di quella scelta, giacché il Priore Latilla si rese assai benemerito del Capitolo medesimo e della Cappella di S. Riccardo, che fece tanto sfarzosamente decorare, come diremo nel 2. volume di questa opera.
Compiaciuto il Vescovo Cosenza di questa ritrattazione spontanea del Capitolo; né potendo più oltre tollerare i dissensi e disturbi, suscitati dal Suo piano, nel Febbraio del 1848 ne sospendeva la esecuzione, notificandolo al Capitolo, con suo venerato Ufficio. nel quale dichiarava pure che, per l’avvenire, in tutti gli affari della Diocesi, avrebbe tenuto sempre conto del consiglio e del parere del suo Capitolo Cattedrale, cui era legato da vincolo di speciale affetto [14].
Quest’Ufficio suscitò un vero entusiasmo nel Capitolo, a favore del Vescovo Cosenza. Riunitosi perciò in generale assemblea il dì 2 Marzo di quel medesimo anno 1848, all’unanimità il Capitolo scelse otto deputati [15], che, si recassero a ringraziare il Vescovo, e ad assicurarlo della sua inalterabile devozione, promettendo pure che, il Capitolo nelle pendenti controversie, ed in tutti gli affari capitolari, avrebbe sempre fatto capo dal Vescovo.
Così, finalmente, tornò la pace nel Clero.
Intanto, scoppiata la rivoluzione del 1848, i Preti dissidenti, avvalendosi dei torbidi politici di quell’anno, sguinzagliarono una turba di mascalzoni [16] a discacciare dal Seminario il Vicario Torti ed il benemerito Rettore, Primicerio D. Giuseppe Troja, creduti i principali ispiratori del Piano Cosenza!
Fuggito da Andria il Vicario Torti (perseguitato dai rivoluzionarli repubblicani) e cacciato dal Seminario il Rettore Troia con tutti i Seminaristi, il Vescovo Cosenza, che già aveva iniziato pratiche per affidare la direzione e l’insegnamento del Seminario ai PP. Gesuiti, dovè desistere da tale impresa, tanto più che la rivoluzione del 1848 aveva espulsi da Roma anche i Gesuiti, traendo seco loro il Pontefice Pio IX, che, uscito pur da Roma, fu costretto esulare a Gaeta, accolto dal pio Sovrano Ferdinando II di Borbone.
Laonde il santo Vescovo Cosenza dovè rassegnarsi a veder chiuso il suo Seminario, ed a piangere e supplicare il Cielo, perché la tempesta si dissipasse, come rileviamo da una sua commoventissima lettera, conservata nel nostro Archivio, dalla quale stralciamo le seguenti espressioni: in cinere et cilicio divinum Ecclesiæ exoravimus Sponsum: ut imperaret ventis et faceret tranquillitatem.
NOTE   
[9] Simonia, per chi nol sappia, viene da Simon Mago, il quale, vedendo i miracoli, che operavano i cristiani, offerse a S. Pietro una quantità di monete, perché gli comunicasse la virtù di poter fare anch’egli dei miracoli! Al che S. Pietro, mandando alla malora Simon Mago ed il suo denaro, rispose pecunia tua tecum sit in perditionem, quoniam donum Dei extimasti pecunia possideri. Da ciò venne il nome di simonia, dato a qualsivoglia mercato di cose ed ufficii sacri.
[10] Archivio Capitolare.
[11] Nessuno dei Capitolari, per protesta, volle assistere a quel possesso, per cui il Vescovo fu indignatissimo.
[12] Copia di quel ricorso riscontrasi nel libro delle deliberazioni capitolari del 1847: pag. 55, Archivio Capitolare.
[13] Archivio Capitolare.
[14] Archivio Capitolare.
[15] Essi furono l’Arciprete Pastina, ed i Canonici Campanile, Troia Lorenzo, Montaruli Riccardo, Avolio, Zinni, Canosa e Fortunato. (Archlivio Capit, Libro delle Conclusioni capitolari del 1848).
[16] Tutti parenti e dipendenti dei Preti dissidenti!

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Intanto, nel 1848, l’appetito repubblicano cominciò nuovamente a stuzzicarsi, e la Lombardia, lo Stato Veneto, la Toscana, e poi Napoli e Roma, che dal 1814 avevano riacquistata la loro tregua, si videro novellamente sotto le zanne dei sanculotti.
Il 24 Febbraio 1848 la Francia proclamava un’altra volta la Repubblica, dopo d’aver costretto il Re Luigi Filippo ad abdicare. La scintilla, partita dalla Francia, in breve produsse l’incendio in tutta Europa. E, come nella rivoluzione del 1789, i capi espiatorii furono principalmente i Preti ed i Frati, così, in quella del 1848, i Preti ed i Frati furono i più torturati, specialmente a Roma, nella fatale riscossa mazziniana. In quel tempo fu menata grande strage di Preti e di Frati, tanto che un bel dì, a Roma, fu trovata affissa alla statua di Pasquino [17] la seguente satira.
Ricordati, Pasquin, se muta vento,
Macel dei Corvi è il nostro appuntamento.
Difatti quel motto d’ordine si propagò in tutto il resto d’Italia, ed i poveri ecclesiastici ne portarono la peggio nel 1848! Ed anche in Andria, se non vedemmo macel dei Corvi (cioè dei Preti), vedemmo perseguitati e fatti segno ad ostili dimostrazioni il Santo Vescovo Cosenza e tutti i migliori ecclesiastici, parecchi dei quali furono pure imprigionati, come il Primicerio Troja, ed altri.
I Principi italiani furono essi pure costretti a dare delle riforme, e concedere ai popoli la chiesta libertà!
Re Ferdinando II, per quanto ritroso alle riforme, pure, per salvare ii suo Regno, dovè egli anche concedere la costituzione, trascinatovi dalla rivoluzione di Sicilia del 1848.
NOTE   
[17] Per chi nol sapesse, Pasquino è un’antica statua di pietra (messa a Roma, via Marforio) sulla quale soleansi affiggere le satire romanesche.

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Intanto, domata la bufera, e ristabilitasi la tranquillità; tornato il Papa a Roma, ed i Gesuiti nella lor Casa, il Vescovo Cosenza riprese le trattative per avere i Gesuiti alla direzione del Seminario di Andria. Stralciamo un brano della lettera, che il Santo Vescovo scriveva al Generale dell’ordine in Roma, per ottenere alcuni padri alla direzione del Seminario di Andria.
«improba sceleratorum, veluti pulverem ante faciem venti, dissipavit (Christus) consilia, imperavit mari et ex prodigio Immaculatæ Virginis Mariæ cunctarum hæresum Interemptricis intercessioni elargito, factam vidimus, acclamavimusque tranquillitatem. Vix igitur vidimus Societatis Iesu Patres turbine illo dispersos, præquæ coeteros Ecclesiæ ministros insectatos detestatosque, iterum coalescere, ac nova gloriæ redimitos aureola» …
Indi proponeva la scelta di cinque o sei Padri di quella Compagnia, i quali avrebbero assunta la parte direttiva ed istruttiva del Seminario, sotto la dipendenza del medesimo Vescovo.
Quanto poi alle spese occorrenti pel mantenimento di quei Padri, il Vescovo Cosenza aveva ottenuto dalla S. Sede la facoltà d’impiegare la somma di Ducati mille annui, da prelevarsi dalla Mensa Vescovile, che aveva Egli accresciuta ed arricchita coll’impiego dei frutti di 18 anni a lui spettanti.
Ma, mentre Egli stava in queste trattative, e si struggeva dal desiderio di vedere attuato il suo disegno, Pio IX, che lo seguiva con occhio vigile, dietro vive insistenze del Re Ferdinando II di Napoli [18], a dì 3o Settembre 1850, lo innalzava all’onore della Sacra Porpora, destinandolo, nel contempo, ad Arcivescovo di Capua.
Non per questo venne meno il buon Vescovo al suo divisamento. Che, anzi, più si animò a presto effettuarlo, onde lasciare l’ultimo ricordo, ad attestare il suo affetto alla città di Andria.
È pregio dell’opera riportare qui il brano d’una sua commovente Pastorale, inviata da Roma, in data 28 settembre 1850, al Clero e Popolo di Andria.
… Cum vero Deo sic mirifice disponente, inter Eminentissimos S. Romanæ Ecclesiæ Cardinales, quamvis immerito cooptati, seu designati fuissemus, almamque petissemus Urbem, etiam superveniens Dei prolatum est judicium, quo ad Metropolitanam Capuæ elevaremur Sedem, dilectamque Nostram, non siccis oculis, relinguere cogeremur Andriensem Ecclesiam. Ex quo pientissimi Regis Nostri huiusmodi percepimus mentem, numquam nimius Sponsæ hujus Nostræ amore flagravimus, et nonnisi Summi Pontificis obendientia passi sumus, Dei voluntate sic clarescente, illud impleri. Postrema hinc ac ferventiora erga illam amoris sollecitudinisque argumenta et expirature jurisdictionis acta exhibere ac perficere, ne quid interim detrimenti ipsa capiat vel boni fraudetur, haud cessantes, pervetustum Nostrum tot curis, laboribusque jam adfirmatum propositun [19], nostris constabilire expensis in Domino gloriamur, ut fit inter alias quas ipsi mittemus perpetuæ nostræ recordationi arrhar, veluti novissimum pignus osculum et vale …
Onde, presi gli opportuni accordi col Preposito Generale dei Gesuiti, in Roma (dove il Vescovo Cosenza si trovava), fu stabilito che sei Padri di quella Compagnia, designati dal medesimo Generale e dal Provinciale di Napoli, si recassero tosto in Andria, ad assumere la direzione del Seminario, giusta gli accordi e le condizioni stabilite. Perché tale istituzione fosse poi stabile e seria, e non dasse luogo a pretesti per ostacolarla, Mons. Cosenza, dopo aver sentito il parere del Capitolo Cattedrale, per consiglio di questo, formulò uno Statuto, nel quale furono stabilite varie condizioni e patti, che, per brevità, qui omettiamo [20]. Quindi, da Roma, ove il Vescovo trovavasi, per assumere il Cappello cardinalizio, con lettera del dì 28 ottobre 1850, dava incarico all’Arcidiacono della Cattedrale, Mons. D. Nicolantonio Brudaglio, di dare esecuzione a quanto erasi stabilito, dandogli pure ordinazione d’estrarre copia di quello Statuto e relativo Rescritto Pontificio, per farlo ostensivo al Vescovo successore [21].
Comunicato quello Statuto al Preposito Generale della Compagnia di Gesù, sei PP. Gesuiti furono tosto inviati in Andria, ad assumere la direzione del Seminario [22].
NOTE   
[18] Nel 1849 Re Ferdinando, a fine di veder francati i diritti della Chiesa, ristretti fuor di misura dal macchiavellismo dei Tannucciani e dal Giansenismo, chiamò a Napoli, a consiglio, i più ragguardevoli Vescovi del Regno, fra i quali Mons. Cosenza, il quale diede prova così luminosa della sua saggezza e prudenza, che il Principe caldamente lo raccomandò a Papa Pio IX per la promozione alla Sacra Porpora.
Già più volte Ferdinando II aveva fatto istanza al Vescovo Cosenza per averlo seco a Napoli alla presidenza della Pubblica Istruzione del regno. Ma il Santo Vescovo, e per umiltà, e per non abbandonare il diletto suo gregge di Andria, sempre si rifiutò. Da una lettera diretta a Pio IX, della quale conservasi copia nell’Archivio Capitolare, stralciamo il brano seguente, che prova il nostro asserto … QUAM (præsidentiam) constantissime recusavi, ne divellerem a contractis dilectæ semel meæ sponsæ amplexibus.
[19] Quello di proporre i Gesuiti alla direzione del Seminario.
[20] Di questo Statuto trovasi copia nell’Archivio Capitolare, unitamente al Rescritto Apostolico di Papa Pio IX, che lo confermava ed approvava.
[21] Questa lettera è firmata: Joseph Cardinalis designatus. Ep.us Andrien.
[22] Primo Rettore Gesuita fu il P. Picconi Giuseppe, che ancora si ricorda con venerazione.

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Espulso intanto dai rivoluzionarii il Vicario Torti, uomo d’alta intelligenza e prudenza, fungeva da Pro-Vicario del Vescovo Cosenza l’Arciprete D. Giovanni Pastina della Cattedrale, il quale passò poi a Vicario Capitolare, quando il Vescovo Cosenza assunse il governo della Diocesi di Capua.
Non è a dire quanto dolore avesse provato la nostra città, nel vedersi rapito quel tesoro di Vescovo!, ad onta che ne vedeva premiata la sua virtù, con la promozione alla Sacra Porpora ed all’Arcivescovado di Capua!
Il Capitolo Cattedrale deve al Vescovo Cosenza eterna gratitudine, per tanti preziosi doni, di cui arricchì la nostra Chiesa.
Difatti, il Duomo fu, a tutte sue spese, restaurato, come diremo nel secondo volume di questa opera. E lo avrebbe ricostruito di pianta, se la Santa Sede non l’avesse rapito al nostro affetto, per donarlo alla Chiesa di Capua, dove, a sue spese, costruì, di pianta, la nuova e superba Cattedrale. A sue spese fe’ costruire pure le camere superiori della Sacrestia Capitolare, per comodo dei Sacerdoti, destinati al giro dell’assistenza ai moribondi, durante la notte. Corredò la Chiesa Cattedrale di preziosissimi arredi, che ancora resistono al dente vorace del tempo. Risplendono, sopratutti, quelli di raso rosso, gallonati d’oro purissimo, i quali, dopo più di settant’anni, rifulgono ancora belli e vivi, come se fossero stati ieri manufatturati.
A vantaggio della Chiesa Cattedrale spese la ingente somma di ducati diciotto mila, per corredarla di tutto, dopo che venne spogliata d’ogni cosa dal saccheggio dei francesi repubblicani nel 1799 [23]. Il prezioso paliotto dell’altare maggiore devesi pure alla munificenza del Vescovo Cosenza, del quale non finiremmo mai parlare, se tutti volessimo qui riportare le opere e le largizioni profuse nella nostra Chiesa, ed anche nelle altre Chiese della Diocesi.
Ed ancor di lontano, quando era già Cardinale ed Arcivescovo di Capua, Mons. Cosenza non dimenticò il Capitolo Cattedrale di Andria; e, di là, istituiva un pio legato di Messe a favore di esso, dando la somma di ducati settecento, per impiegarsi o in acquisto di fondi od in compra di rendita; da prelevarsi, dal fruttato, ducati cinque per un an-niversario solenne dopo la sua morte, ed il rimanente da celebrare messe piane all’altare di S. Riccardo, alla ragione di carlini cinque per ciascuna messa.
Per tredici anni Mons. Cosenza resse la illustre Chiesa Capuana, e le opere ivi compite appartengono alla storia di quella illustre città, come le opere compite, vestendo la romana porpora, si appartengono alla storia ecclesiastica.
Né, coll’avanzar negli onori, venne poi mai meno in Lui quella umiltà, che tanto lo distinse. E quel popolo. che, come il nostro lo pianse estinto, lo invoca oggi, come noi lo invochiamo, col titolo di Santo.
Il Cardinal Cosenza morì li 29 Marzo (Domenica delle Palme) del 1863, nell’età di anni 75, un mese e nove giorni.
NOTE   
[23] Sotto il Vescovado di Mons. Cosenza fu pure costruita la colossale statua d’argento di S. Riccardo, essendoci stata involata la primitiva, dai francesi, nel saccheggio del 1799.
Quella statua fu fatta costruire dall’Amministrazione comunale (essendo Sindaco il Signor Consalvo Ceci), dietro vive premure del Vescovo Cosenza. Senza aggravare l’erario comunale, quel benemerito Sindaco pensò sospendere la nomina dell’esattore di Fondiaria (essendo morto il titolare dottor Fisico Giuseppe Nuzzi), mantenendo l’esazione presso il Comune; e, da quel lucro, unito ad altri impieghi, in pochi anni, si raggranellò la somma di cinque mila ducati, che bastarono alla costruzione di quella colossale ed artistica statua, eseguita da valente artefice di Napoli, Essa giunse in Andria nell’Agosto del 1840, essendo Sindaco il Signor Riccardo Porro, succeduto al Ceci. Questa famiglia Porro ora si è estinta, non avendo avuto il Signor Riccardo prole alcuna. Il suo grandioso Palazzo oggi è proprietà del Signor Cav. Riccardo Ceci del fu Diodato.

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Sotto il governo di Mons. Cosenza, nel 1848, fu, per la seconda volta, abbattuto il trono baronale nel nostro Duomo. I Canonici della Cattedrale D. Gioacchino Montaruli, D. Vito Fortunato, D. Riccardo Cocco e D. Francesco Bisceglia, a cancellare ogni traccia del feudalismo; e perché quell’abuso non fosse stato continuato dai novelli proprietarii del palazzo ducale, diedero incarico al muratore Angelo Casieri ed al falegname Francesco Recchia, di abbattere quel trono. E questi, la notte del 26 Giugno 1848, a furia di piccone e di martello, lo recisero al suolo, chiudendone a muro la comunicazione col palazzo Ducale; rivestendo poi la parete, sporgente in Chiesa, con un grande tappeto, nel centro del quale vi affissero una gran tela, raffigurante il Papa Pio IX, nel cui nome i rivoluzionarii, per ipocrisia, nel 1848, operavano ogni cosa, bene o male che fosse!
Il Duca Ferdinando Carafa, residente allora in Napoli, altamente se ne querelò col Vescovo Cosenza, e ne fe’ anche ricorso al Papa Pio IX (allora esule in Gaeta); e poscia ricorse pure ai tribunali civili. Ma nulla ottenne, essendo già caduto il feudalismo; ed ai Carafa non restava che il solo titolo Ducale e la proprietà degli stabili (venduti poscia a varii cittadini), senza avere più alcuna giurisdizione sulla nostra città, e, molto meno, senza privilegio alcuno ecclesiastico.

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Per riguardo agli affari politici, grande agitazione regnava nel Napoletano e in tutta la Penisola italiana, dopo la rivoluzione del 1848.
Nel 1850, nuovi torbidi vennero a mettere in preoccupazione Napoli; e poscia, nel 1853, Milano, e finalmente Parma, nel 1854.
Il Piemonte, però, erasi alleato alla Francia, dopo la guerra di Crimea [24], ed aveva formulato, con essa, un trattato d’alleanza offensiva e difensiva contro l’Austria, cui erano alleati gli altri Stati della Penisola italiana, cioè Milano, Parma, Roma e Napoli.
Ma, nel 1856, una grande rivolta scoppiò nella Sicilia. Il Re Ferdinando II. l’8 Dicembre di quell’anno (giorno consecrato alla Festività di Maria Immacolata, della quale, due anni prima Pio IX ne aveva proclamato il Domma Cattolico), fu attentato nella vita da un tale Agesilao Milano.
Nel 1859, Re Ferdinando, per accattivarsi l’affetto e la fedeltà del popolo, in compagnia della Regina Maria Teresa d’Austria, del Principe ereditario Francesco II, di Luigi Conte di Trani e di Alfonso, Conte di Caserta (suoi figli) volle visitare le Puglie.
La sera del dì 11 Gennaio di quell’anno 1859 giungeva qui in Andria, e fu ospite graditissimo del Vescovo, allora Mons. Longobardi. Visitò il nostro Duomo, assistendo alla messa Pontificale, celebrata dal Vescovo Longobardi, ricorrendo il giorno 12 il genetliaco del medesimo Re. Visitò e baciò più volte la S. Spina di N. S. che si venera nel nostro Duomo. Di qui passò a visitare la Madonna della Pietà, che si venera nella Chiesa dell’Annunziata, ed indi il celebre Santuario della Madonna dei Miracoli.
Quivi, attratto dalla magnificenza di quel Tempio, e dalla venerazione per la prodigiosa immagine, che trovasi nella Cripta, Re Ferdinando promise di ricostruire, a sue spese, l’altare maggiore di quella Cripta, e di coprirne d’argento la soprastante volta.
Ma il piissimo Sovrano non potè effettuare il suo voto, giacchè, ritornato a Napoli, dopo il suo viaggio, in quel medesimo anno, vi moriva, consumato da misterioso morbo, che si disse causato da veleno. Però, se non ebbe tempo Re Ferdinando di adempiere quel voto, fedelmente lo adempì suo figlio Francesco II, dopo parecchi anni, passati nell’esilio!
A Ferdinando II, successe il figlio primogenito Francesco II, nel medesimo anno 1859. Però il suo Regno fu come una meteora apparsa sull’orizzonte, per scomparire l’indomani, con la levata del sole.
Il fuoco della rivoluzione del 1848, che tenevasi celato sotto le ceneri, già stava per divampare [25]; e scoppiò il 4 aprile del 1860 con l’insurrezione di Palermo. Di lì si propagò gigante nelle parti montuose della Sicilia; e Garibaldi, sbarcato a Marsala, dopo la battaglia di Calatafimi, veniva a Palermo a difesa degl’insorti, propagando il seme di quella rivoluzione, che doveva sconvolgere tutta l’Italia. Egli, in nome di Vittorio Emanuele II di Savoja, assumeva intanto la dittatura della Sicilia. Di lì, avanzatosi fin sotto Napoli, sposando la causa di Vittorio Emanuele, costrinse il povero Re Francesco II a rifuggiare in Gaeta.
Riuscito l’esercito piemontese vittorioso al Volturno ed a Capua, strinse d’assedio Gaeta, la quale, dopo energica resistenza, per ordine del Re, il 13 febbraio di quell’anno 1861, dovette cedere, onde evitare grande spargimento di sangue.
Fu allora che Francesco II, per scampare la vita, imbarcatosi in quel porto, passava a Civitavecchia, e di lì a Roma, mentre Garibaldi in nome di Vittorio Emanuele II, s’impossessava di Napoli, e poscia delle Marche e dell’Umbria, appartenenti allora al Papa [26].
Intanto, a dì 6 febbraio 1861, dall’assemblea dei rappresentanti della nazione, era stata proclamata l’unità della nazione italiana.
Lasciando intanto da parte le vicende politiche, di cui avremo occasione di parlare in seguito, veniamo ora a trattare delle grandi e radicali riforme, che subì il Capitolo della Cattedrale, per opera del Vescovo Longobardi, succeduto al Cardinal Cosenza.
NOTE   
[24] Essa avvenne nel 1856.
[25] Il Conte Camillo Benso di Cavour, nella conferenza tenuta a Parigi, per stabilire la pace co1 Piemonte, dopo la guerra di Crimea, già aveva lanciato il guanto di sfida all’Austria, ed il Piemonte era diventato il focolare dei rivoluzlionarii. Nel 1858 Cavour imparentava a Plombieres la dinastia francese con la Sabauda, e preparava già la rivoluzione per l’unita italiana.
[26] Gran prova di valore diede in quello scontro il Generale Lamoricier, che guidava le truppe pontificie, a difesa delle Marche e dell’Umbria. Però, sopraffatto dalla maggioranza delle truppe nemiche, dovè capitolare, rifuggiandosi in Ancona.

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Mans. Giovanni Giuseppe Longobardi, nativo di Castellammare di Stabia, fu educato prima nel Seminario di Sorrento, indi in quello della sua città nativa, dove dette prove di forte intelligenza e di non comune pietà.
Ordinato Sacerdote, fu tosto eletto Curato della Cattedrale Stabiese, indi Canonico della medesima Cattedrale. Papa Pio IX, nel Concistoro del 18 marzo 1852, lo preconizzava poi Vescovo di Andria.
Mons. Longobardi fu uomo di una tenacia senza riscontri. Egli apportò grandi riforme nella disciplina del Clero di Andria, per cui dovè acquistarsi non poche odiosità. Fu però uomo di santa vita, e fece gran bene alla città ed alla nostra Chiesa.
Fin dal suo apparire in Andria, Mons. Longobardi si dedicò, principalmente, alla riforma del Clero, cominciando dal Seminario, affidato alla direzione dei benemeriti Padri della Compagnia di Gesù. Ne migliorò di molto le condizioni economiche e morali di quell’Istituto, che fu tanto in auge sotto il governo del Vescovo Longobardi, richiamando da vicini e lontani paesi giovani leviti, ed accogliendo, fra le sue mura, il fior fiore dei giovanetti cittadini, distinti per censo e nobiltà di casato.
Quanto alla provvista dei beneficii, il Vescovo Longobardi, avendo trovato il Piano di Mons. Cosenza, come legge della Diocesi, volle provarsi ad applicarlo, ad onta che il suo predecessore ed autore lo avesse ritirato, dopo l’acerba lotta sostenuta col Capitolo della Cattedrale! Però, vedendo che i medesimi Sacerdoti, ascritti alle Collegiate, non amavano essere promossi alla Cattedrale, contentandosi di appartenere alle Chiese minori, che erano pure largamente provviste di rendita, ne smise il pensiero, e volle regolarsi a proprio talento, nella promozione ai beneficii dei tre Capitoli di Andria.

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Nei primi anni del Vescovato di Mons. Longobardi, avvenne l’Incoronazione della Madonna dei Miracoli, occasionata dall’aver la Vergine liberata la città da diversi flagelli.
Nel 1854 il Colera morbus infierì nel Regno di Napoli; ed Andria, fortunatamente, ne andò immune. Ma, nell’anno seguente, 1855, una malattia micidialissima, detta l’oidio colpì i nostri vigneti, tanto ubertosi. Il Vescovo Longobardi indisse pubbliche preghiere alla Vergine dei Miracoli, di cui era tanto divoto, e quel male, arginato anche dagli opportuni rimedii della scienza, scomparve dalla nostra città.
Il Vescovo Longobardi, attribuendo alla Vergine dci Miracoli il preservamento della città da quei due flagelli, nel 1856, pensò di volerne solennemente incoronare la prodigiosa Immagine di Lei, che si venera in quel Santuario, che va sotto il titolo di Madonna dei Miracoli. A tal effetto, recatosi in Roma ad sacra limina, con lettere patenti del 2 Giugno 1856, ottenne dal Rev.mo Capitolo Vaticano, la relativa facoltà [27]. Fece, a tal uopo costruire in Roma, a sue spese, due corone d’oro, da porre, l’una sul capo della Vergine, e l’altra su quello del Divin Pargoletto, che regge sulle ginocchia. Il Re Ferdinando II di Napoli, devotissimo anch’egli della Vergine, ad istanza del Vescovo Longobardi (di cui era amicissimo), fe’ dono d’una rosa d’oro massiccio, da fregiare il petto di Maria, nel dì della sua Incoronazione, che avvenne il 3 maggio dell’anno 1857.
A perpetuare la memoria di quell’avvenimento, fu incisa sul marmo la seguente iscrizione:

Mariæ Sanctæ Dei Genitricis
A Miraculis Nuncupatæ Iconem
Quod
Ope Sua Præsentissima
Ab Cholera Teterrimo Morbo
Ac Oidio Vinetis Inimicissimo
Andriam Laedi Omnino Vetuerit
Ioannes Iosephus Longobardi
Ejusdem Dioeceseos Episcopus
Anno MDCCCLVII Mense Majo Qui Dies Dominicus Fuit Primus
Ill.mo Ac Rev.mo Capitulo Vaticano Annuente
Coronavit
Eamque Rosa Aurea
A Ferdinando II
Regni Utriusque Siciliae Rege Oblata
Exornavit

Nel chiudersi però di quell’ anno avventuroso, forti scosse di terremoto si fecero sentire in tutta la Puglia, il dì 16 dicembre e nei giorni seguenti. Centro del terremoto fu la Basilicata, dove molte case rovinarono, seppellendo sotto le macerie migliaia di persone. Andria, in quella notte fatale, fu terribilmente scossa; ma, la Dio mercè, meno alquante screpolature nei fabbricati, non ebbe a deplorare alcun danno nelle persone. Il Vescovo Longobardi, attribuendo ciò alla protezione della Madonna dei Miracoli, indisse una processione di penitenza al Santuario della Vergine, dove, egli per primo, asperso di cenere e con le funi al collo (seguito dal Clero secolare e regolare, e da una calca di popolo, recitando le Litanie dei Santi), venne a prostrarsi ai piedi di Maria. A testimoniarle quindi la sua gratitudine, non contento di aver fatto dono all’altare della Vergine di un ricchissimo parato di prezioso metallo, raccolti i voti e le firme di tutto il Clero e di gran numero di cittadini, non che la supplica dell’Amministrazione comunale di quel tempo, fe’ domanda a Papa Pio IX, di voler dichiarare la Madonna dei Miracoli Protettrice e Patrona principale della città di Andria.
Pio IX [il Papa dell’Immacolata] volentieri annuì alla domanda dell’ottimo Vescovo, e, a mezzo della S. Congregazione dei Riti, con Rescritto del 14 agosto 1858, dichiarava la Madonna dei Miracoli Patrona principale di Andria, e Protettrice di tutta la Diocesi, concedendo anche l’ufficio di rito doppio di prima classe, con l’ottava, ed assegnando la sua festività nella prima Domenica di maggio di ciascun anno [28].
NOTE   
[27] Il conte Alessandro Sforza - Pallavicini (morto nel 1638) legava al Capitolo Vaticano alcuni suoi beni, coll’obbligo d’impiagarne il reddito alle spese occorrenti per incoronare le antiche e miracolose Immagini della Madonna, dando al medesimo l’incarico di farne la dispensa. Ecco perché il Capitolo Vaticano di Roma ha il diritto di concedere il permesso per le incoronazioni delle Immagini della Vergine.
[28] Andria, sempre divota della Madonna dei Miracoli, nel 1876, correndo il terzo centenario della invenzione di quella miracolosa immagine, fe’ costruire, a spesa del popolo e del Clero andriese, una colossale statua d’argento, spendendovi oltre trenta mila lire, affidandone il lavoro all’esimio artefice, il Signor Gennaro Pane di Napoli, Nel 1902, ricorrendo il primo cinquantenario (1857) della Incoronazione di S. Maria dei Miracoli, il Papa Pio X, dietro supplica dei PP. Agostiniani, che custodiscono quel Santuario (annuente il Vescovo Mons. Staiti ed il Capitolo Cattedrale) benignamente concesse, che quel Santuario fosse decorato del titolo di Basilica minore. Quel Breve fu dato da Roma a dì 22 novembre 1907 diretto al P. Cosimo Lojodice, Priore degli Agostiniani officianti in quel Santuario. Con altro decreto poi dell’8 marzo 1908 Pio X aggregava detto Santuario a S. Maria Maggiore di Roma, con tutte le indulgenze e privilegi ad essa annessi. Il dì 10 marzo del medesimo anno 1908, festività commemorativa della Invenzione dell’immagine di Maria dei Miracoli, dal Vescovo, dal Clero, dai PP. Agostiniani e da numeroso popolo fu inaugurata la nuova Basilica con funzioni religiose, dandosi lettura del Breve Pontificio, e una lapide marmorea fu pure affissa, che ricorda ai posteri un tale avvenimento.

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Grande cura ebbe il Vescovo Longobardi per la salute spirituale del suo gregge. Nel 1856, vedendo che la promiscuità della Cura delle anime, (esercitata allora soltanto dal Capitolo Cattedrale e dalla Collegiata di S. Nicola) produceva non lievi inconvenienti, pensò voler istituire sei Parrocchie autonome, con assegnamento di un determinato confine per ciascuna. Laonde, nella relazione ad sacra limina del 20 Aprile 1856, dopo aver fatto un quadro, abbastanza nero, dello stato in cui versava in Andria la Cura delle anime, proponeva alla S. Sede la erezione delle 6 Parrocchie, nulla pensando alla lotta feroce, che veniva a suscitare nel Capitolo Cattedrale, il quale vedevasi spogliato di tanti privilegi, che, per tanti secoli, avea goduto, per la qualità di essere l’unica Parrocchia della città.
E qui, da storico imparziale, siamo costretti a fare la dolorosa narrazione di quanto accadde fra il Vescovo Longobardi ed il Capitolo della Cattedrale, che si vide spogliato di tanti secolari privilegi!
Presentata dunque, a dì 20 Maggio 1856 la istanza dal Vescovo alla S. Congregazione del Concilio, questa, a mezzo del suo Prefetto (il Cardinal Caggiano), con lettera del 3 Giugno 1856, rispondeva d’aver riferito ogni cosa al Santo Padre Pio IX, e che Questi, trattandosi di dover introdurre una novità di tanta importanza, ordinava al Vescovo Longobardi di doversela intendere prima coi tre Capitoli della città: cum Capitulis eorumdem Dioeceseos oppidorum rem agas, pro rectiori noviler ineunda methodo [29].
Intanto il Vescovo Longobardi formulava già il suo Piano, ed a dì 10 Ottobre di quell’anno, lo comunicava ai tre Capitoli, della città, invitandoli, fra soli 15 giorni, a dare il loro voto e parere.
Riunitosi il Capitolo della Cattedrale in generale assemblea, a dì 18 ottobre del detto anno, scelse una Commissione, che studiasse quel Piano delle Parrocchie, incaricandola pure di chiedere al Vescovo una giusta proroga, per risolvere un affare di tanto rilievo! [30].
Il Piano presentato al Capitolo, in sostanza, riducevasi allo smembramento della Cura delle anime dalla Chiesa Cattedrale, costituendo, invece, sei parrocchie autonome, coi rispettivi confini. Le Chiese destinate per le sei parrocchie furono: la Cattedrale, le due Collegiate (San Nicola, e San Agostino), San Francesco, San Domenico e l’Annunziata.
Per riguardo alla Congrua, il Vescovo Longobardi proponeva la soppressione di tre Canonicati della Cattedrale, i quali, uniti ad un altro Canonicato, allora vacante, costituirebbero la dote per le parrocchie della Cattedrale, di San Francesco e di S. Domenico.
Per riguardo poi alle Parrocchie di S. Nicola e di S. Agostino, proponeva, per riguardo alla prima, o di sopprimere un canonicato, ovvero di prelevare la congrua dalla rendita del legato Ponza di quella Collegiata; per riguardo alla seconda, di sopprimere tre canonicati di questa Collegiata, a formare la congrua pel parroco. Per riguardo, fi-nalmente, alla Parrocchia dell’Annunziata, il Vescovo Longobardi proponeva, o che la congrua si prelevasse dalla medesima rendita del legato Ponza di S. Nicola, ovvero, sopprimendo un Canonicato della medesima Collegiata. Quanto poi alla nomina dei rispettivi Rettori, per la Cattedrale proponeva l’Arciprete pro tempore; per S. Nicola il Prevosto; per S. Francesco e S. Domenico due Canonici della Cattedrale; per l’Annunziata un Canonico di S. Nicola; per S. Agostino, finalmente, un Canonico di questa Collegiata. Tutti, però, da eligersi per concorso secondo il diritto comune [31].
Intanto, avuta contenza di questo Piano i tre Capitoli cointeressati, fortemente si opposero al dismembramento dei loro rispettivi Canonicati.
Per quel che riguarda il Capitolo della Cattedrale, riunitosi questo in generale assemblea il dì 8 Novembre 1856, dopo aver udita la relazione dei suoi Deputati, considerando che quel Piano distruggeva tanti secolari privilegi capitolari, sanzionati tante volte dalle legittime autorità civili ed ecclesiastiche, alla quasi unanimità lo respingeva, aggiornando una nuova assemblea al dì 10 del medesimo mese ed anno. In tal giorno, riunitosi nuovamente il Capitolo in generale assemblea, con 27 voti di maggioranza contro 8 soli di minoranza, deliberava adire la S. Sede, per sperimentare le sue ragioni avverso il Piano del Vescovo Longobardi. A tal uopo fu scelta una Deputazione capitolare, composta del Primicerio Giuseppe Troja, del Priore Vincenzo Latilla, e dei Canonici Canosa Vincenzo e Cicco Francesco, dando, nel contempo, il mandato all’Arcidiacono Brudaglio, all’Arciprete Pastina ed ai Canonici Montaruli Riccardo e Losito Savino di supplicare il Vescovo a ritirare quel Piano, tanto lesivo ai diritti capitolari; e fargli pure intendere, che non avesse a male se il Capitolo, per non venire meno al giuramento di difendere i suoi diritti, faceva ricorso alla S. Sede; facendogli pure comprendere, che il Capitolo non ostacolava la istituzione delle Parrocchie, ma lo smembramento e la soppressione dei suoi Canonicati: proponendo, invece, al Vescovo, la istituzione delle Vicarie, come aveva già progettato il Vescovo predecessore, Mons. Bolognese.
Ma il Vescovo Longobardi, fermo nel suo proposito, tenace per indole, di nulla si rimosse. Che anzi, indispettito dall’opposizione del Capitolo, mentre aveva, a questo, presentato un Piano, un altro, del tutto differente, (al Capitolo ignoto, ed assai più oneroso del primo) proponeva alla S. Sede!
Esso consisteva nella soppressione perpetua della Cura abituale ed attuale (tenuta fin’ allora dal Capitolo) e nella soppressione di sette Canonicati della Cattedrale, per formare le congrue ai sei Rettori delle nuove Parrocchie [32].
La S. Congregazione del Concilio, ritenendo verace la relazione del Vescovo sulle irregolarità della Cura tenuta dal Capitolo; e, prestando fede a ciò che il Vescovo riferiva (attribuendo al Capitolo accuse, che andavano solamente attribuite a qualche individuo del Capitolo); pur ritenendo che il Piano, presentato alla S. Sede, corrispondeva a quello manifestato dal Vescovo al Capitolo, a dì 23 Aprile del 1857, emanava il Decreto di erezione delle sei Parrocchie, in conformità di quanto il Vescovo Longobardi aveva proposto alla S. Sede; incaricando anzi il medesimo Vescovo a darne l’esecuzione, qual Delegato Apostolico.
Avuto di ciò notizia il Capitolo, non potendosi persuadere come mai il Vescovo avesse potuto ottenere quel Decreto, inaudito Capitulo [33], (tanto più che il Papa avea imposto al Vescovo di trattare la cosa di accordo col Capitolo), riunitosi in generale assemblea, a dì 25 aprile del medesimo anno 1857, deliberò produrre formale ricorso alla S. Sede, per impedire la esecuzione di quel Decreto, fino a che non sarebbero state discusse le sue ragioni di opposizione [34].
Indispettito maggiormente il Vescovo da questa deliberazione capitolare, e temendo che ogni cosa potesse pericolare, [pel ricorso prodotto dal Capitolo alla S. Sede] si appigliò alle minacce e pene canoniche, iniziando un governo di terrore, per intimorire il Capitolo, ed indurlo a ritirare quel ricorso. Colpì, perciò, di sospensione, i più autorevoli Canonici, fra i quali il Priore Latilla ed il Canonico De Cicco, che avevano ricevuto dal Capitolo il mandato di recarsi a Roma, per presentare il ricorso alla S. Sede, e trattare la causa, ove ne fosse stato il caso. Né solamente la sospensione a divinis, ma anche l’esilio inflisse loro, inviando il Latilla a Ruvo di Puglia, e il De Cicco a Deliceto, dove li trattenne rilegati presso una casa religiosa per ben quattro mesi; fino a che non dette esecuzione al Decreto dell’erezione delle Parrocchie [35].
Temendo poi che altri del Capitolo avessero sostituito i due esiliati, nel sostenere il ricorso, e nel recarsi a Roma, mandò ordine al Capitolo di non produrre alcun ricorso alla S. Sede, sotto pena di sospensione; inibendo, nel contempo, al Capitolo medesimo, di potersi congregare capitolarmente per qualsiasi argomento sino a nuove disposizioni … Cosi, se qualcuno osò, di soppiatto, uscire dalla città, per recarsi a Roma, ad esporre lo stato delle cose alla S. Sede, dalla polizia borbonica, (prevenuta dal vescovo) armata manu veniva respinto in patria … [36]. Incredibilia, sed vera!
A precludere poi ogni altra via, e non dar tempo al Capitolo, per ricorrere all’autorità superiore, a dì 2 settembre di quel medesimo anno, fè apporre il regio exequatur alla Bolla Pontificia; ed, a dì 26 del detto mese ed anno, la metteva in esecuzione con altro suo Decreto, sottoscritto nella qualità di Delegato Apostolico.
Il povero Capitolo, avvilito dalla tenacia del Vescovo Longobardi (il quale, peraltro, era animato da santi fini nella istituzione delle Parrocchie), dovè piegare il capo, e vedersi spogliato di sette canonicati, riducendosi così il numero di essi a 53, dei 6o, che ne contava ab immemorabili.
Col fatto compiuto della erezione delle Parrocchie, non cessarono però gli screzi fra il Capitolo ed il Vescovo Longobardi, il quale si faceva troppo guidare dal suo Vicario D. Luigi Carvelli (accerrimo avversario del Capitolo) e dai due fidi consiglieri, i Canonici D. Francesco Bisceglie e D. Gioacchino Montaruli [37], i quali facevano più gl’interessi del Vescovo, anzicchè quelli del Capitolo, cui appartenevano!
Spogliò, quindi, il Capitolo dell’amministrazione delle Cappelle della città, affidandole a semplici Sacerdoti; distrusse l’antico sistema di puntatura corale: reclamò a sè l’amministrazione dell’intiero fondo, detto S. Angelo [38]; minacciando i Canonici di sospensione, ipso facto, a divinis, se vi si opponesse [39]; rinnovò statuti, abolì consuetudini, sempre con minacce di pene spirituali, ed anche temporali, servendosi, molte volte, anche del braccio laico, per punire i Sacerdoti!
In vista di questa irresistibile pressione, che gl’impediva di sostenere e difende e i propri diritti, il Capitolo, vedendosi esposto a tanti pericoli, a dì 18 Febbraio 1859, riunitosi in generale assemblea, all’ unanimità, [fatta esenzione dei sopradetti Canonici Bisceglie e Montaruli] decise formulare una legale protesta contro tutte le innovazioni, passate, presenti e future, che si operavano dal Vescovo Longobardi, dichiarandole irrite, nulle e come non avvenute; obbligandosi nel contempo, di sottomettersi passivamente a quanto dalla Curia Vescovile veniva imposto, eseguendo materialmente i suoi ordini, per scongiurare qualsivoglia pericolo di pene canoniche e civili; ma che, formalmente, quelle innovazioni non sarebbero state giammai riconosciute, e giammai sarebbero state invocate come precedenti pregiudizievoli ai diritti del Capitolo, il quale chiudeva quella assemblea col voto che vengano tempi di pace, di ordine, di giustizia, per far prevalere i diritti capitolari [40] … Ma, i tempi di pace, di giustizia, di ordine non vennero più!
La Rivoluzione si avanzava con le sue fauci aperte per ingoiare il patrimonio ecclesiastico, per chiudere tante Chiese, e per assegnare un tozzo di pane bruno a quei pochi beneficiati, che la legge conservava, solamente per dare a credere che la rivoluzione non veniva a distruggere la religione! [41].
NOTE   
[29] Archivio Capitolare. Lettera della S. Congregazione del Concilio, data da Roma die 3. Iunii 1856 — firm. A. M. Card. Cagiano Pref., Antonio Quaglia, Secret.
[30] I deputati del Capitolo furono l’Arcidiacono Nicolantonio Brudaglio, l’Arciprete Giovanni Pastina, il Priore Vincenzo Latilla, ed i Canonici Riccardo Montaruli, Francesco Cicco, Lorenzo Troja, Francesco Bisceglie e Francesco Montaruli.
[31] Questo fu il primitivo progetto, presentato al Capitolo, per il suo voto o parere Ma. poi, il Vescovo Longobardi, corrucciato per l’opposizione del Capitolo, presentò alla S. Sede un progetto diverso, ed assai più disastroso pel Capitolo, come ora diremo.
[32] Chi volesse avere una chiara e completa conoscenza della faccenda delle Parrocchie, consulti il nostro libro, Il Capitolo Cattedrale di Andria e le sei Parrocchie della medesima città, Barletta: Tip, Dellisanti, 1902.
[33] Inaudito Capitulo, perché in realtà il progetto, dal Vescovo presentato a Roma era, de tutto differente da quello presentato al Capitolo, sul quale progetto la S. Sede aveva richiesto il voto del Capitolo.
[34] A quell’assemblea intervennero 30 canonici, dei quali 28 votarono contro, e due soli a favore del Vescovo — (Dal libro delle conclusioni capitolari di quell’epoca)
[35] Dalle carte dell’Archivio Capitolare — A conferma di quanto asseriamo sopra, riproduciamo qui una lettera, inviata a Pio IX dai due Capitolari esiliati:
«Beatissimo Padre,
I Canonici della Cattedrale di Andria, Priore Vincenzo Latilla e Francesco De Cicco, sospesi a divinis ingiustamente dall’Ordinario, trovansi già da tre mesi, il primo nel Convento dei Minimi Osservanti di Ruvo l’altro nella Casa dei Liguorini in Deliceto ove furono rilegati con lo stesso Decreto vescovile. Intanto, avendo essi introdotto la causa di nullità contro tal Decreto innanzi alla S. Congregazione del Concilio, siccome gli effetti della implorata giustizia saranno ancora lontani sul tempo che dovrà decorrere innanzi alla decisione supplicano la S. V. che si benigni accordar loro la facoltà di difendersi a pie’ libero, fuori del ritiro. Anche alle sospensioni ex informata conscientia si accorda l’appello in sospensivo, quando l’appellante giustifichi sommariamente la sua domanda. Nel caso poi, quanto all’oratore Latilla, trovandosi questi infermo di salute, non potrebbe reggere più innanzi alla durezza, con la quale si esercita la sua detenzione: e quanto ad ambedue, oltre la pena ingiusta della sospensione, l’altra del ritiro venne sofferta per tre intieri mesi, e può essere ad ogni modo estinta, senza pregiudizio della sospensione riservata al superiore giudizio della S. Sede, per la quale si osserverebbe l’appello in sospensivo.»
Per la qual cosa ecc. (dall’Archivio Capitolare).
[36] Archivio Capitolare.
[37] Il Bisceglie fu poi Primicerio della Cattedrale, e morì giovanissimo. Il Montaruli ha una pagina molto dolorosaAmico fidato di tutti i Vescovi del suo tempo, finì poi col suicidarsi!, annegandosi nelle acque del fiume di Benevento, per sottrarsi al rossore ed all’obbligo di reintegrare non lievi somme, indebitamente appropriatesi.
[38] Il fondo S. Angelo era destinato agli esiti del culto, e si apparteneva per metà al Capitolo, il quale sempre, ab immemorabili, ne aveva tenuta l’amministrazione, dandone, annualmente, conto alla Curia Vescovile, per la sola parte che la riguardava.
[39] da una deliberazione capitolare del 13 agosto 1857.
[40] Archivio Capitolare, Dal libro delle deliberazioni del 1859.
[41] Così il Capitolo, che tanto a malincuore vide soppressi sette canonicati per la erezione delle Parrocchie, dovè poi inghiottire la pillola amarissima di vederne soppressi altri quarantuno, divorati dal Demanio dello Stato, e contentarsi di soli dodici canonicati, che la legge gli accordava, come diremo in seguito.

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Ed ora, per essere storico imparziale e coscienzioso, dopo aver narrato oggettivamente quanto avvenne fra il Vescovo Longobardi ed il Capitolo della Cattedrale, circa la erezione delle Parrocchie, dobbiamo pur narrare quanto di bene fece il Vescovo Longobardi al medesimo Capitolo, al Clero ed alla città di Andria.
Vero tipo di Vescovo, secondo S. Paolo, Mons. Longobardi non risparmiò mai a fatiche e sudori, tutto dedicandosi al bene della sua Diocesi, nessuna cura prendendo di se stesso.
Non vi era festività solenne dell’anno, nella quale lasciasse il suo Pontificale e l’Omelia, improntata sempre alla più schietta semplicità, flagellando a sangue il vizio, ed inculcando con amore paterno la virtù.
Fra le gravi cure della Diocesi, soleva spesso intervenire alla Ufficiatura corale, volendosi così rendere degno operaio della mercede, che percepiva dagli emolumenti della massa corale.
Nel 1859, pel bene spirituale del Clero e dei fedeli della sua Diocesi, celebrò solennemente un Concilio Diocesano [42], radunando intorno a sè tutta la Gerarchia Ecclesiastica Diocesana. Questo Sinodo, dedicato a S. Michele Arcangelo, fu reso di pubblica ragione, ed è tuttora in vigore nella Diocesi di Andria.
Uomo di grande carità, il Vescovo Longobardi fu molto prodigo verso i poverelli, per quanto nemico del vagabondaggio.
La sua carità, però, prefulse in preferenza a vantaggio delle giovanette orfane di genitori, [e perciò esposte al pericolo di perdere la pudicizia], ed a vantaggio delle giovanette depravate dalla corruttela del secolo, che tornavano a Dio pentite. Per queste orfanelle e per le pentite Mons. Longobardi istituì due Orfanotrofii, l’uno sotto il titolo di S. Anna [43], affidato alla direzione delle Suore Stimmatine, l’altro sotto il titolo dell’Addolorata, amministrato dalle Figlie di S. Vincenzo de’ Paoli. Perché, con la sua morte, non potessero venir meno questi due Istituti, egli istituì dei pii legati in loro favore. Istituì pure un pio legato di messe in ogni sabato della settimana, da celebrarsi nel Santuario di S. Maria dei Miracoli, di cui era devotissimo.
Fin dal 1853 (appena un anno dalla sua venuta in Diocesi) fece il suo testamento olografo, nel quale, fatta eccezione dei beni ereditarii di famiglia [dei quali disponeva a vantaggio di suo fratello don Catello Raffaele Longobardi, canonico della Cattedrale di Castellammare di Stabia, e della sorella donna Speranza], tutto il resto disponeva a vantaggio della sua Diocesi. Chiamava quindi eredi universali e particolari di quanto «aveva acquistato ed avrebbe acquistato nella Diocesi di Andria, fino al suo decesso, l’amatissima Sposa in Gesù Cristo la Chiesa di Andria e la sua famiglia dei poveri». Alla Chiesa Cattedrale legava, in quel testamento, tutti i vasi sacri e suppellettili sacre fatte e faciendi: al glorioso S. Riccardo le due croci pettorali ed i due anelli di oro con pietre preziose. Ai due Ritiri innanzi detti, da lui fondati, legava «la biancheria di sua proprietà esclusiva», ed ai poveri di Andria «la biancheria per uso della sua persona». Al Vescovo successore legava tutta la mobilia degli Episcopii di Andria e di Minervino, colle carrozze e cavalli». Tutta l’argenteria di tavola, la rendita della mensa vescovile e quella riveniente dal canonicato della Cattedrale sino al giorno della sua morte, disponeva che fosse stata, dai suoi esecutori testamentarii [44] «impiegata in annua rendita, o coll’acquisto d’un fondo, destinando il ricavo ad esser distribuito dal Vescovo pro tempore a somministrare le medicine ai poveri di Andria». Al Seminario diocesano lasciava «la sua ricca libreria»; ai domestici «due mesate, dopo sua morte, e le spese di viaggio, se forestieri».
Nel medesimo testamento disponeva che il Suo corpo, dopo la morte, non fosse stato né lavato né imbalsamato; e che sulla lapide, che lo avrebbe coperto, non fosse posta alcuna lode.
Al Capitolo della Cattedrale il Vescovo Longobardi faceva dono, nel 1858, di un magnifico e ricco parato di argento, per ornare l’altare maggiore nelle grandi solennità dell’anno. Quel parato costò circa ventimila ducati.
Altre spese di maggior rilievo avrebbe fatto il buon Vescovo Longobardi, se la rivoluzione del 1860, non l’avesse costretto ad allontanarsi dalla Diocesi, perché troppo inviso dai Carbonori.
NOTE   
[42] Da circa tre secoli Andria non aveva celebrato un concilio diocesano, cioè, sin dai tempi del Vescovo Resta, dl cui ne abbiamo già fatto parola.
[43] Per costruire l’Orfanotrofio di S. Anna il Vescovo Longobardi spese circa ducati cinque mila. Egli stesso formulò le Regole con decreto del 28 novembre 1856, cui fu concesso il regio beneplacito da Ferdinando II con decreto del 9 marzo 1857, dato da Caserta. Il Vescovo Galdi, durante la sua vita, mantenne quest’Orfanotrofio a spese delia mensa vescovile. Il Sig. Giovanni Iannuzzi fu Stefano, nel 1890, a sue spese ingrandì quest’Orfanotrofio. Al presente, di quest’Orfanotrofio prende gran cura il nostro amatissimo Vescovo Staiti, spendendo vistose somme anche del suo.
[44] Gli esecutori testamentarii designati dal medesimo Vescovo Longobardi furono l’Arcidiacono della Cattedrale, il Preposto dì S. Nicola ed il Priore dell’Annunziata.

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Nel 1860, prima che scoppiasse la Rivoluzione italiana, il Capitolo di S. Nicola faceva supplica al Re Ferdinando II. per una Commendatizia al Papa Pio IX, onde ottenere che la sua Chiesa fosse dichiarata Collegiata Insigne. Il Re rimetteva detta supplica al Ministro degli affari ecclesiastici, il quale, con ministeriale riservata del 10 Maggio di detto anno, chiedeva al Vescovo Longobardi il suo parere e quello del Capitolo Cattedrale.
Convocatosi questo in generale assemblea, a dì 23 Maggio del medesimo anno, dopo lunga e ragionata discussione, venne alla votazione segreta, la quale dette il risultato di 24 voti favorevoli affermativi contro 10 negativi, ad onta della viva opposizione del Presidente, l’Arcidiacono Brudaglio, il quale, per riuscire nel suo intento, produsse un’acre narrazione di tutte le lotte, suscitate dai Niccolini, nel corso di tanti secoli, contro il Capitolo della Cattedrale.
Però, benché il Capitolo, in maggioranza, dava il suo parere favorevole per la Collegialità insigne, sceglieva, nel contempo, una Commissione, composta dei Canonici D. Nicola Campanile e D. Giuseppe Zinni, perché, di accordo coi rappresentanti del Capitolo di S. Nicola, stabilissero le seguenti condizioni, da stipularsi con pubblico istrumento:
  • «1.) che il Capitolo di S. Nicola, nelle due festività di S. Riccardo (23 Aprile e 9 Giugno) ed in quella dell’Assunta, (15 Agosto) dovesse sempre mandare alla Cattedrale 24 Sacerdoti de gremio Capituli, comprese le tre Dignità, sotto la propria Croce ed in abito corale, per assistere ai primi Vesperi ed alla Messa solenne nei sopradetti giorni, giusto l’atto di concordia del 1736, ed in conformità della decisione della S. Rota Romana del 10 Gennaio 1766, sotto pena di pagare ducati 5o di multa, in caso di mancanza;
  • 2.) che doveva mandare otto individui, fra Sacerdoti, Diaconi e Suddiaconi, alla confezione degli olii nel Giovedì Santo, coll’obbligo di accompagnare pure il SS. Sacramento al Sepolcro in detto giorno;
  • 3.) che in tutte le processioni solenni e di rito, o per pubblica causa, che si farebbero dal Capitolo Cattedrale, la Collegiata di S. Nicola dovesse sempre intervenire, prendendo posto avanti alla Croce della Cattedrale;
  • 4.) che i Canonici di S. Nicola dovessero rispettare e non mai assimilarsi ai Canonici della Cattedrale in quanto ai colori ed alla qualità delle insegne che essi usano;
Accettate tali condizioni dal Capitolo di S. Nicola, si venne alla stipula di un pubblico istrumento per notar Francesco Cristiani, a dì 16 Giugno del 1860, firmato dai tre rappresentanti del Capitolo Cattedrale, l’Arcidiacono Brudaglio, ed i Canonici Campanile Nicola e Zinni Giuseppe, e dai tre rappresentanti del Capitolo di S. Nicola, il Prevosto D. Nicola Agresti, il Cantore D. Sebastiano Inghingolo ed il Canonico D. Michele Civita. Intanto, avvenuti i torbidi politici, in quel medesimo anno, l’affare non andò avanti. Nel 1895 il Capitolo di S. Nicola novellamente fece istanza per la Collegialità insigne, e la S. Sede, a mezzo del Vescovo Mons. Galdi, volle sentire il parere dcl Capitolo Cattedrale; e questi, riunitosi in generale assemblea, a dì 11 Gennaio di tal anno, ben volentieri annuiva, rimettendosi, però, alle condizioni già stabilite nell’istrumento del 16 Giugno 1860.
Intanto il Capitolo di S. Nicola, non avendo ancora ottenuta la Collegialità insigne (per la opposizione prodotta nel 1895 dal Prevosto-Parroco di quella Chiesa, D. Michele Patruno), nel 1900, accordatosi col Patruno, domandò, non solamente il titolo di Collegiata insigne, ma anche l’uso delle insegne prelatizie, simili a quelle della Catte-drale. Il Capitolo della Cattedrale, presieduto allora dall’Arcidiacono Merra (già Vescovo eletto di Cotrone) reclamò contro tale domanda presso la S. Congregazione del Concilio, esponendo le sue ragioni. La Congregazione, tenuto conto delle ragioni dei Capitolo, niegò ai Canonici di S. Nicola l’uso delle insegne prelatizie, concedendo però a quella Chiesa, il titolo di Collegiata insigne. Cosi ebbero termine le secolari lotte col Capitolo di S. Nicola.

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Venuti i torbidi del 1860, il Vescovo Longobardi, troppo designato dalla rivoluzione, come partigiano dei Borboni, a dì 3o giugno del 1860 si allontanò da Andria, senza che alcuno conoscesse il luogo di sua residenza, lasciandovi a suo Vicario l’Arcidiacono della Cattedrale, Monsignor D. Nicolantonio Brudaglio.
Allontanatosi il Vescovo Longobardi dalla sua Diocesi, taluni INDEGNI Canonici della Cattedrale, invasi dallo spirito rivoluzionario, mettendo in non cale l’autorità del Vescovo, conculcata impunemente da quei primi bollori dei carbonari, e dando ascolto alle ministeriali del Mancini e del Pironti, i quali, dopo aver discacciati i Vescovi dalla loro sedi, autorizzavano i Capitoli Cattedrali a nominare i propri Vicari Capitolari, vollero ancor essi profittare dei nuovi tempi, per vendicarsi del Vescovo Longobardi! … Fattisi forti della debolezza dei buoni del Capitolo, che erano la maggior parte, e della tapina ritirita del Vicario Generale, l’Arcidiacono Mons. Nicolantonio Brudaglio [45], il dì 3o settembre 1860 quei pochi preti liberali e rivoluzionarii congregarono il Capitolo in generale assemblea, per devenire alla elezione del Vicario Capitolare, stando, com’essi dicevano, la quasi vacanza della Sede, per la fuga del Vescovo e per la rinunzia del Vicario Generale! Sorpresi i buoni del Capitolo da tale novità, e vedendo che la diocesi non poteva reggersi senza del Vescovo, o del suo Vicario Generale, proposero che la rosa si fosse deferita al Metropolitano. Nata quindi una forte discussione, si venne ad una votazione segreta, per decidere se dovesse accettarsi la rinunzia del Vicario Generale Brudaglio, e quindi venire alla nomina degli Economi della Cura, per poi procedere alla elezione del Vicario capitolare, ovvero se dovesse deferirsi l’affare al Metropolitano. Fatta la votazione segreta, l’urna dette parità di voti circa le due proposte. Venuti alla seconda votazione. risultarono voti sedici per l’accettazione della rinunzia del Brudaglio, e quindi della nomina degli Economi, e voti 14 per l’altra proposta.
Dietro tale risultato si venne alla elezione degli Economi, la quale risultò, in maggioranza, a favore dei Canonici Nicola Campanile e Giuseppe Zinni. Nel contempo si dava incarico ai Cancellieri del Capitolo, i Canonici D. Vincenzo Dell’Olio e D. Saverio Cannone, di affiggere la schedula, che convocava il Capitolo in generale assemblea, per venire alla elezione del Vicario Capitolare, dando ai medesimi l’incarico di avvisare tutti i capitolari, personalmente, non esclusi gl’infermi, gli assenti dalla città e gl’impediti, i quali, a mezzo di un procuratore potessero mandare il loro voto per tale elezione, acciocché nessuno potesse allegar scusa di sorte.
Ordita così la cosa, il giorno 3 ottobre del medesimo anno, si venne alla elezione del Vicario Capitolare.
Fattosi lo scrutinio dei voti, risultò eletto il Canonico D. Giuseppe Zinni [46], con 29 voti e 14 schede in bianco. Venuti poscia alla elezione degli ufficiali della Curia, risultò il Can. D. Francesco Montaruli, Cancelliere, ed il Can. D. Francesco De Cicco, Promotore Fiscale [47]. Compita questa sacrilega elezione, il Vicario Zinni si pose in possesso del suo alto ufficio, complimentato dai suoi adepti, e dai liberali carbonari della città, che gli fecero gran festa, accompagnandolo a casa a suon di banda!
Ma il suo Vicariato non durò che due giorni appena! Una pioggia di scomuniche, di censure, di sospensioni, venne a scaricarsi da Roma su quell’intruso! con minaccia di perdere pure il suo Canonicato, se non smettesse immantinenti da quell’ufficio! Così il povero Zinni, per non incorrere in guai maggiori, dovette cedere quel posto, che non era fatto per lui [48]
Questa pagina vergognosa pel nostro Capitolo, trovasi registrata, con tutte le particolarità, nel libro delle conclusioni capitolari, che va dal 1856 al 1862.
NOTE   
[45] Veramente il ritiro del Brudaglio da Vicario Generale non fu spontaneo, ma forzato dalle minacce di carcerazione, intimatagli dal Maggiore dei Garibaldini il Chicoli, come confidò il Brudaglio ad alcuni suoi amici.
[46] Era costui il designato Vicario dei liberali e frammassoni!
[47] liberali entrambi come lo Zinni!
[48] Il Canonico Giuseppe Zinni morì nel settembre del 1869.

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Appartenenti al Capitolo Cattedrale in questo torno di tempo (1830-1860) furono i seguenti:
ARCIDIACONI: Lorenzo Marchio, cui successe Riccardo Brudaglio; indi, nel 1846, Mons. Nicolantonio Brudaglio, prelato domestico di Sua Santità.
ARCIPRETI: Riccardo Santacroce, cui successe, nel 1845, Mons. Giovanni Pastina, prelato domestico di Sua Santità.
CANTORI: Domenico Friuli, cui successe, nel 1845, Nicolantonio Brudaglio; indi, nel 1846, Riccardo D’Urso (morto nel 185o); finalmente, nel 1859 [49], Domenico Frascolla.
PRIMICERII: Michele Cocco, cui successe Giuseppe Troja; indi, nel 1857, Francesco Bisceglie.
PRIORI: Giuseppe Iannuzzi, cui successe, nel 1847, Vincenzo Latilla.
PENITENZIERI: Mariano Cocco, cui successe, nel 1854, Giacomo Memeo [50]
TEOLOGI: Antonio Regano, cui successe, nel 1847, Bernardino Frascolla [51]
CANONICI E MANSIONARII:
Vito Antonio Infante, Giuseppe Camaggio, Riccardo Bisceglie, Michele Marchio, Giuseppe Leonetti, Lorenzo Troia, Domenico Frascolla (seniore), Paolo Sgaramella, Giuseppe Zotti, Partemio Accetta, Francesco Zinni, Antonio Guantario, Ric. Montaruli (Iuniore), Vito Barletta, Salvatore Figliolia, Felice Suriano, Paolo Sgaramella, Giuseppe Iannuzzi [52], Riccardo Avolio, Giuseppe Pastina, Michele Ieva, Nicola Sinisi, Giuseppe Zinni (il Vicario intruso!), Vincenzo Canosa, Vito Fortunato, Antonio Lomuscio, Giuseppe Domenico Stasi, Michele Cocco, Paolo Torella, Francesco Cicco, Vincenzo Porro, Raffaele Leonetti, Tobia Troja, Silverio Infante, Felice Regano [53], Nicola Porro, Michele Borsella, Angelo Gazzilli, Ilarione Barletta, Giovanni Porro, Vincenzo Casalino, Michele Leone, Nicola Grosso, Gioacchino Montaruli, Alessandro Parlati, Federico De Ferdinando, Francesco Leonetti, Francesco Bisceglie, Francesco Montaruli, Raffaele Tota, Riccardo Cicco, Savino Losito, Francesco Tannoia, Francesco Favatano, Geremia Attimonelli, Vincenzo Porro, Nicola Porro, Nicola Quacquarelli, Saverio Cannone, Riccardo Avantario, Nicola Torelli, Vincenzo Dell’Olio, Antonio Quacquarelli, Ricc. Cicco, Giuseppe Marziani, Carlo Marziani, Ricc. Palombella, Angelo Losito, Domenico Brudaglio, Filippo Mastropasqua [54].
NOTE   
[49] Dopo la morte del D'Urso (autore della Storia d’Andria) il Cantorato vacò per 9 anni. Non sappiamo il perché.
[50] Il Memeo passò, da Mansionario della Collegiata di S. Nicola, a Canonico Penitenziere della Cattedrale, ciò che destò vivo rancore nel Capitolo Cattedrale verso il Vescovo Longobardi.
[51] Consecrato I. Vescovo di Foggia il 22 giugno 1856 da Papa Pio IX. Colla promozione del Frascolla il Teologato nella Cattedrale vacò per molti anni, sin quando avvenne la promozione del Canonico Alessandro Parlati.
[52] Consacrato Vescovo di Lucera il 25 giugno 1843 da Gregorio XVI.
[53] Consacrato Vescovo di Catania nel 1839 da Gregorio XVI.
[54] Il Mastropasqua, perché non nativo di Andria, da Mansionario della Cattedrale, passò a Canonico dell’Annunziata.

[tratto da “Il Capitolo Cattedrale di Andria e i suoi tempi” di M. Agresti, tipi Rosignoli, Andria, 1912, Vol.I, cap.XVII, pagg.393-423]