Andria,sua storia e Castel del Monte - C.Malpica

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Premessa

Cesare Malpica, avvocato, poeta e prolifico giornalista napoletano della prima metà dell’Ottocento, scrive in una lingua elegante di chiaro indirizzo romantico, francesizzante e alla Byron, d’impostazione essenzialmente edificante e caramellosa (in questi termini scrive di lui Antonio Carrannante nel Dizionario Biografico degli Italiani, della editrice Treccani).

Con l’intento di fornire un repertorio facilmente consultabile di notizie e, contemporaneamente, destare nei lettori curiosità e interesse, egli, basandosi su di un viaggio fatto nelle Puglie nel 1840 (pubblicato in “Il giardino d’Italia, La Puglia” nel 1841) e, in particolare, sulle impressioni avute nel suo fugace soggiorno in Andria, redasse la sotto riportata Storia di Andria e Castel del Monte; in essa raccoglie molto sinteticamente dati storici e leggendari, narrandoli in brevissimi capitoli, attingendo (come egli stesso afferma nel III capitolo) da quanto nel 1842 aveva appena pubblicato Riccardo D’Urso nella sua “Storia della Città di Andria”.

Si trascrive pertanto questa Storia del Malpica perché è una simpatica narrazione romantica, spigliata, spesso poetica, sempre godibile (si fa leggere tutta d’un fiato!), anche se poco affidabile dal punto di vista rigidamente storico.

In appendice si trascrivono anche le brevi quanto vivaci annotazioni del suo passaggio per Andria nel suo viaggio per le Puglie del 1840, stese dall’autore con l’intento di far “amare questa bella patria, a stimolare i pregi, a conoscere i monumenti, gli usi, i costumi e le civiltà”, nel citato “IL GIARDINO D’ITALIA: scene, costumi, impressioni, paesaggi e rimembranze durante un viaggio nelle province del Regno per Cesare Malpica, parte prima LA PUGLIA” (Napoli, tip. all'insegna di Salvator Rosa, 1841), qui riportate dall’edizione digitale a cura di Paola Calò - CISVA , 2007.

  

“Andria la sua storia e Castel del Monte”

di   Cesare Malpica (1804-1848), da “Reminiscenze di un viaggio nelle puglie”,
(viaggio effettuato nel 1840)

Quacumque ingredimur, in aliquam
historiam væstigium ponimus.

Cicer. De finib.[us bonorum et malorum], L. V.

I.

Eran le prime ore d’un mattino di Settembre [22/09/1840] quando io lasciava la casa ospitale di Canosa. Giunto al bivio che mena a Bari, ponendomi per la strada a ritta volsi un ultimo sguardo al sito ove s’alza la tomba di Boemondo; gran monumento tenuto a vile, e dimenticato dalla noncuranza degli uomini; prezioso monumento che in breve avrà perduto fino i miseri avanzi della sua prisca magnificenza!

Ma i tetri pensieri sparirono, e cessero il luogo a pensieri più lieti quando dopo un miglio ebbi veduto il magnifico quadro che presentava quella parte della terra di Bari. Le rosee tinte dell’aurora andavano a poco a poco scemando, e

Il Sol saliva in su con quelle stelle
Ch’eran con lui, quando l'amor divino
Creò da prima quelle cose belle.

Ed ecco che il suo disco di fuoco apparve raggiante all’orizzonte; ecco la natura sorridere d’un sorriso che ti ponea la gioia nel cuore, la voluttà nell’anima. A dritta e a manca scompariranno man mano i vigneti di Canosa. Il sentiero saliva, discendea, poi tornava a salire, poi tornava a discendere; piani e colline si alternavano, e — pria Castel del monte firma che ci corresse incontro; poi un lungo campanile mostrossi a mezzo, indi si scoprì all'atto, e vedemmo che torreggiava in mezzo a un cumulo di case; indi boschi di mandorli di qua e di là, e grossi alberi di ulivo, e vigneti, si spiegavano alla vista, e parea che fuggissero in quella che passavamo; indi il suon d’una squilla ci percosse l’orecchio … noi eravamo in Andria.

Ecco Andria la ricca, Andria l’antichissima, Andria la nemica di Manfredi, e da lui soggiogata, Andria la ridente, dalle belle mandorle, dalle belle olive, dalle belle donne, dalle genti industriose, da’ palagi nuovi che sorgono su le mura che si diroccano.

Era il tempo della raccolta delle mandorle. Raccolte a mucchi, o in ceste stavano sparse lungo la strada. che percorrevamo. Donne dai capelli intrecciati alla foggia greca, dall’occhio nero, dalla sembianza lieta spirante salute, le frangeano cantando, ridendo, chiacchierando, non curando di noi che passavam fuggendo portati dal rapido cocchio.

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II.

Giunti presso alla porta orientale ci arrestammo, e scesi di carrozza entrammo nella città.

Un vasto spianato cinto di belli edilizi con in fondo a manca l’episcopio; una bella cattedrale, delle strade non anguste, un bel seminario, un famoso santuario fuori l’abitato, una numerosa popolazione dedita al traffico e alle industrie, de’ terreni ubertosi, intorno intorno una corona di giardini vastissimi, al nord est Barletta, e l’Adriatico — ecco Andria. Fra le ricche e liete città del Barese non è né la meno ricca, né la meno lieta. Ma non è tutto.

La sua storia è interessantissima, e chi volesse percorrerla colla mente ne trarrebbe un volume forse più grande di quello che fu, or fa qualche anno, dettato da un suo cittadino [forse parla della "Storia della Città di Andria" di Riccardo D'Urso].

E qual terra del nostro paese non è degna di storia, non desta grandi rimembranze!

Udite; e non abbiate a male la vaghezza che ci prese di raccontarvi la storia di Andria. Vorremmo poter fare altrettanto per tutte le città di questa parte d’Italia, che si lega ai più famosi, e splendidi fasti de’ tempi che furono. Così gli stranieri cesserebbero dall’accusa d’inerzia che ci dan di continuo; così conoscendo meglio la nostra terra impareremo ad amarla vieppiù e a stimarla.

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III.

Il suo nome antichissimo fu quello di Nezio, o Noezio. Lo rileviamo da Strabone [1] che la Nezio dell’antico Geografo fosse appunto Andria ce’l dicono il Facciolati [2], il Baudrand [3], il Lusor [4], e ’l Hoffmann [5].

La sua origine risale fino a Diomede.
Quando Grecia intera corse a vendicar l’ingiuria fatta ad uno de’ suoi Re, Diomede figlio di Tideo e di Deifile andò cogli altri al famoso assedio della città, patria e stanza del traditore. Il Signore di tutti i Poeti pone il nome di Diomede fra’ primi di quella formidabile armata:

Seguia l’eletta de’ guerrier, cui d’Argo
Mandava la pianura e la superba
D’ardue mura Tirinto e le di cupo
Golfo custodi Ermione, e Asìne.
Con essi di Trezene, e della lieta
Di Pampini Epidauro, e d’Eïone
Venia la squadra; e dopo questa un fiero
Di giovani drappello, che di Egina
Lasciò gli scogli, e di Masete. A questi
Tre sono i Duci, il Marzio Diomede,
Stenelo dell’altero Capaneo
Diletta prole, e il somigliante a nume
Eurialo figliuol di Mecisteo
Talaionide. Ma del corpo tutto
Condottiero supremo è Diomede
.

Dopo di aver compiuto le parti di valoroso capitano, poiché il superbo Ilion fu distrutto, egli veleggiava verso la patria. Ma saputo per via come la moglie non si fosse serbata casta giurò che mai più la rivedrebbe, e errando di qua e di là approdò in Puglia [6]. La non è favola immaginata da’ Poeti. Oltre all’autorità che noi citiamo nella nota v’ha un fatto innegabile che dà forza all’autorità medesima.

Diomede avendo sposato la figlia di Dauno, Signore d’una parte de’ domini del suocero, volle che varie città portassero il nome di quelle della Grecia. Memore della Patria lasciar volle un monumento perenne di questa sua cittadina carità. E sorse Canosa [7], Argo-Ippio [8], Nasso [9], e Pactium [10], da Pactium nell’Ellesponto [11].

Poi incantato dalle pianure che circondavano Nezio, le scelse a campo di esercizi per le sue truppe, e a quella Nezio povera e oscura diede il nome d’una città dell’Ellesponto benanco, che si chiamava Andria [12]; o desumendolo da quello d’un’Isola benanche del mar di Grecia, come asserisce Franco da Catania [13].

E se l’autorità degli uomini mancasse vi sarebbe quella delle reliquie che emergono dalle viscere della terra, quando a caso o a disegno sono esse aperte dal ferro dell’agricoltore e dell’archeologo. Vasi e rottami di edifizi narrano l’origine greca, e la remota antichità del paese: sepolcreti incavati nel tufo cedevole ricordano gli antichi padri, di cui là dentro furon posate le ceneri.

Greche son pure certe abitudini e certe costumanze popolari, di cui favella lo Storico di Andria [Riccardo D'Urso], di cui abbiam fatto cenno, e della di cui opera faremo profitto nel corso del nostro lavoro.

Cosi egli dice che il vasto spianato della città nomasi tuttavia Catuma da Hecatombe, sito destinato al sagrifizio di cento vittime.

NOTE
(1) «Sunt autem duæ viæ, una qua muli ire possunt per Peucetios, qui Pediculi dicuntur, et Daunios, ac Samnites, Beneventum usque, qua in via urbes sunt: I. Ignatia, II. Celia, III. Netium, Canusium, IV Herdonia ec.» — Strabone Lib. VI. De situ Orbis.
(2) Andria, Netium Straboni, Andri Urbs Episcopalis Barianæ Prorinciæ, Regni Neap. a Trano 6. m. p. inter Canusium ad occ. et Rubos in Or. 12 a Borio 28. – Facciolati.
(3) Andri, vel Andria, Netium Urbs Apuliæ. — Michael Ant. Baudrand super Lexicon Geographicum Fhilippi Ferrarii Alexandrini.
(4) Netium, Opp. Apuliæ Peucetiæ , nunc Andria Urbs, Neritum etiam dicta. — Universus Terrarum Orbis Scriptorum Calamo delineatus Alphonsi Lasor a Varea. Tom. 2. p. 256.
(5) Netium Peucet. Oppid. in Italia, Strabo Andri, Nigro etc. — Nigro, Andria, Netium a Strabone: Andri, et Andria aliis: Urbs Episcapalis Apuliæ Peucetiæ mediterranea inter Rubum et Canusium: Andria nunc latino recenti. — Joh. Iacobi Hofmanni Lexicon Universale.
(6) Hac re cognita Diomedes domum reverti noluit, sed in Apuliam profectus a Dauno fìliam in uxorem acccpit, et Regni partem; ibique Arpos vel Sipontum apud Garganum montem condidit etc. — Facciolati, alla voce Diomedes.
(7) Nam Canusi lapidosus; aquæ non ditior urna, Qui locus a forti Diomede est conditus olim. Oraz. Lib. I. Saturæ (Sermones). V.
(8) Oppida Canusium. … Arpi aliquando Argos Hippium, Diomede condente, mox Argirippa dictum. Plin. lib. 3. Historia naturalis.
(9) Sorgea l’antica Nasso tra le adiacenze di Foggia e Cerignola. Pochi suoi avanzi sono ora visibili a chi va pellegrinando per quelle ubertose e celebri contrade.
(10) Al di qua dell’Ofanto vedesi il Prazzo di proprietà de’ Signori Esperti da Barletta.
(11) Plinio, Lib. 4, Historia naturalis.
(12) Oppida ibi celeberrima Ancyra, Celaene, Andria ec. Così il medesimo Plinio nel lib. 5 della Historia naturalis favellando delle illustri Città Greche che sorgono presso all’Ellesponto.
(13) «Per le antiche, e moderne Storie si fa chiaro, che questa Città di Andria è di origine Greca, a’ tempi che Diomede regnava nella Puglia. E fu detta Andria da Andros Isola della Grecia nel mare Egeo, non lungi da Samo: come fu la stessa Provincia della Puglia detta Etolia, dal nome d’una regione della Grecia detta parimenti Etolia.» — Di S. Maria di Andria. Nap. 1606 Lib. III., Cap. I. pag. 381.

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IV.

Ma ecco una gloria più bella per Andria; la remotissima antichità de’ suoi fasti religiosi.

Dopo la morte e la risurrezione del Figliuolo di Dio, quando gli Apostoli si sparsero per tutta la terra a bandire la Parola della Vita, a illuminare le nazioni, Colui che era la pietra su cui dovea edificarsi la Chiesa del Verbo Divino, colui a cui furon date le chiavi del Regno de’ Cieli, dopo di avere stabilite le Chiese di Oriente, mosse per l’Occidente. Perché in Occidente era la città de’ sette colli, e in essa dovea alzarsi il trono che vivrà col mondo. Ed ecco che dopo di aver toccato Brindisi e Taranto sen venne in Andria, insieme col suo fratello Andrea [14].

Quali prove si hanno d’un fatto di tanta importanza quale è questo per Andria, d’avere cioè ricevuta la luce Evangelica dal Principe degli Apostoli medesimi? Oltre all’autorità che si troverà nella nota, altre pur ve n’ha di non minor peso quali son quelle del Coronelli [15], del Pacichelli [16], di Monsignor Tortora [17], e di Antonio Caracciolo [18].

V’ ha pur quella di alcuni nomi serbati dalla tradizione, e ormai resi incancellabili dalla memoria degli uomini. V’ ha presso la porta orientale un braccio di quella Via Appia, che di Roma menava a Brindisi. Or quella porta chiamossi e si chiama tuttavia Porta santa, e Strada del Paradiso la via dagli Apostoli calcata.

Era insozzata di paganesimo Andria a quei dì. Adorava Marte, adorava Mercurio, adorava Venere. Al cospetto di questi idoli alzò il Vicario di Cristo la parola. E le genti credettero, e gl’idoli caddero.
Col volger de’ tempi, in segno della mutata fede, dov’era il tempio a Marte sorse il tempio al Diacono Lorenzo, dove si venerava Mercurio venerossi Bartolomeo, e alzossi il Duomo là dove sorgea il delubro sacro a Venere. E comechè il Duomo avesse mutato forma, pure il prezioso monumento che attestava, e attesta la presenza dell’Apostolo, l’altare dov’egli celebrò, si serba tuttavia alla devozione de’ fedeli.

Un’altra testimonianza pur si ha nel gallo di ferro posto in cima al campanile.
— Perché questo gallo?
— Per alludere a quelle parole dette a S. Pietro durante la cena dal suo Divino Maestro: antequam Gallus cantet, ter me negabis. Vedesi pure lo stesso simbolo sovra altri campanili, ma per denotare la vigilanza apostolica.
Tale è pure la opinione d’un dotto Teologo da Viterbo [19].

Ben vel dicevamo adunque che questa parte della storia di Andria era famosa più d’ogni altra. È in certo modo aver comune la gloria colla capitale dell’Orbe Cattolico. Poco monta il tempo di questa venuta, se prima cioè, o dopo lo stabilimento della Chiesa Romana, e della invitta e Sacrosanta Sede. Quel che sembra innegabile si è la dimora in Andria del primo Vicario di Cristo.

NOTE
(14) «Narrano che S. Pietro lasciando la Cattedra di Antiochia, navigasse con molti suoi discepoli verso Italia: che prima approdasse in Brindisi, quindi ad Otranto, e di là a Taranto, predicando la Fede di Cristo — Che visitasse eziandio Trani, Andria, Oria, e per l’Adriatico navigasse sino a Siponto.» — Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli, Lib. I. pag. 56.
Sostiene la medesima cosa con altri Scrittori il Sommonte.
Giovanni Giovine poi crede che S. Pietro veleggiando verso Italia approdasse per prima presso Taranto, e propriamente là dove sorge ora S. Pietro in Galatina. De Antiquitate et varia Tarentinorum fortuna. [1589] Cap. I. Ma S. Pietro in Galatina non è verso Taranto, sì bene a poche miglia al di là di Lecce, che dista da Taranto per quaranta miglia. È dunque questa una opinione contraddetta a quanto ne sembra dalla topografia de’ luoghi.
(15) «In quel luogo dove S. Pietro celebrò in Andria, i convertiti alla Fede, fabbricarono col suo nome una Chiesa. Deve dunque questa città annoverarsi fra le prime, che ricevessero la S. Fede.» P. Vin. Coronelli, Min. Gener. de’ Min. Conv., Biblioteca Universale.
(16) «Tuttavia rimane in piedi venerabile a’ cittadini di Andria la Cappella e l’altare in cui celebrò il S. Apostolo passando di lì e in varie parti a propagare la Religione e la Fede». Ad. Pacichelli, Il Regno di Napoli in Prospettiva diviso in dodeci Provincie ... - Andria.
(17) Quamplurimæ vero Apuliæ cicitates in hoc maxime gloriantur, quod ex ipsius Patri ore sacrosanctum Iesu Christi Evangelium susceperint. Hoc proinde prærogativa se gaudere merito existimant et Cives Andrienses, et Sipontini etc. Anni Domini 44. Monsignor Tortora, pag. 10.
(18) Ceterum adversus jam dictam itineris Petri descriptionem insurgere possunt, Tranenses, Urienses, Adrienses, et Sipontini, Beatum Ap. Petrum ad se certatim trahentes etc. Et vero ipsi quoque ostendunt vetera Ecclesiarum ejus Provinciæ monumenta etc. His itaque perpensis historiis, sic ego litem dirimere percutio, ut nulli tamen harum Urbium videar refragari: ac proinde existimo Beatissimum Petrum, non hoc primo itinere, neque hoc anno salutis 44 invisisse Appulos, sed illac transisse postquam fixa jam Romæ cathedra, urbe discessit, diversas orbis partes peragrans etc. Ant. Carac. Cap. 3. Sez. 4.
(19) «Solevano gli antichi collocare in cima del campanile un gallo di bronzo, per denotare la vigilanza de’ Prelati, e de’ Predicatori; poiché siccome il gallo sul campanile senza perder sito, sempre si volta contra il vento; così i predicatori Apostolici non debbono temere la furia de’ potenti.» — Dom. Magri Teologo della Cat. di Viterbo, pag. 75.
E Dur. Lib. I. Cap. I. Gallus supra Ecclesiam positus Prædicatoris designat.

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V.

Ne’ dintorni di Andria, specialmente nella Valle di S. Margherita, si veggono degli spechi, o grotte che vuoi. Qui vedi rozzi altari di tufi, qui rozza la forma de’ templi, qui intorno alle pareti scorgi de’ dipinti antichissimi cristiani, or quasi cancellati.

Che cosa narrano queste caverne? Narrano la Religion di Cristo perseguitata da’ Cesari efferati, e i cristiani obbligati a scendere sotterra per celebrare i Divini uffizî, per intendere la parola de’ Sacerdoti, per pregare il Signore della verità. Dalle sepolture in fuori narrano al pellegrino ciò che gli narrano le famose catacombe di Roma.

Oh se l’incuria degli uomini non avesse lasciato cancellar dagli anni quelle figure! Esse avrebbero fornito ancora qualche bella pagina alla storia dell’Arti Cristiane, come la forniscono gli affreschi che s’ammirano in Roma a S. Agnese fuori le mura, e giù nell’immenso speco di S. Sebastiano. Ma questa ormai è una vana doglianza. Quelle figure che avrebbero dovuto custodirsi con religiosa solerzia ora non sono che linee confuse. Cosi noi sappiamo serbare le tante memorie di che abbonda la nostra terra — parlo di quelle che son lungi dagli occhi vigilanti del Governo.

Noi piangemmo per tenerezza in mirar nelle catacombe di Roma quelle palme incise su’ loculi, quelle colombe in atto di volare al Cielo, quella simbolica cucurbita delle Sacre carte, quelle allegoriche navi che a vele spiegate afferrano il porto della salute, e quella frase in pace ripetuta dovunque.
Ma qui in Andria non essendo più discernibili tutte altre figure, mirasi tuttora dagli antichi cristiani inciso su l’altare il Santo segno della Croce, come stendardo intorno a cui per vincere dovean raccogliersi i credenti.

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VI.

Ma se tutto mancasse per provarci come Andria fosse una città interessante ne’ prischi tempi della Chiesa, ce lo direbbe la venuta di S. Riccardo, da Papa Gelasio I unto Vescovo, e spedito a governarla [20]. Era d’Inghilterra Riccardo. Voce celeste lo chiamò in Italia. Qui venuto ebbe dal Pontefice la missione di porre la sua sede Vescovile in Andria. Fu egli pure che una ad altri Vescovi il Pontefice spedì a inaugurare la basilica dell’Arcangelo S. Michele sul Monte Gargano. E in Andria rivela memoria de’ suoi prodigi, esistono ancora le chiese da lui edificate, avendo pur fra le sue mura compiuto il suo terreno pellegrinaggio.

Che più? Quando nel 787, sotto il Pontificato di Adriano, fu celebrato in Nicea contro gl’iconoclasti il gran concilio, in cui, oltre ai legati Pontificî ed a’ Patriarchi di Alessandria, di Antiochia, e di Gerusalemme, intervennero trecentosessantacinque Vescovi, fra questi una a’ nomi di Leonzio di Bari, Sergio di Bisceglie, e Leone di Trani, leggiamo anche quello di Cristoforo di Andria [21].

NOTE
(20) «Il primo Vescovo di Andria fu S. Riccardo spedito e consecrato da Gelasio I. S. Riccardo nacque in Inghilterra (492).» Coronelli, op. cit., alla voce Andria.
(21) «Lo stesso autore, Ughellio, proseguendo a parlar di Leonzio notò che: Nicæno Concilio se subscripsit, una cum Leone Tranensi, Cristophoro a Andriensi, et Sergio Vigiliensi in Apulia.» D. Michele Garuba, Vic. Gen. della Cur. Metropolit. di Bari.

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VII.

Or tacendo degli altri suoi Vescovi, e ponendo in non cale la poco sensata opinione di coloro che su’ fatti da noi narrati volessero spargere il dubbio, giungo all’epoca de’ primi Normanni (1042), e trovo che avendo essi diviso fra loro le varie città, e lasciata comune e indivisa la sola Melfi, come quella che assai forte essendo potea servire di generale convegno, a Pietro col titolo di conte spettarono Trani ed Andria. Ed egli obbligossi a tutelare quanto era in essa perché di suo dritto. Lo afferma chiaramente lo storico Pugliese [22]. Quindi volendo egli fortificarla chiamovvi tutti gli abitanti de’ dintorni, che volentieri vi accorsero come a loro capitale.

Ed ecco che il conte la fa cingere d’un doppio cerchio di mura, fiancheggiate da dieci grosse torri, di cui ancora si veggono qua e là le reliquie.
Occupò cosi chiusa la periferia d’un miglio.
Allora assegnò Trani al suo figlio Pietro II, e diede Andria a Riccardo suo secondogenito.

Roberto Guiscardo, quel valoroso che ha un sì gran nome nelle storie, dopo la conquista di Palermo venuto in Melfi, colà corsero ad inchinarlo tutti quanti erano i baroni di Puglia, e di Calabria, tranne il solo Pietro II. Sdegnato Roberto, tenendo come un’onta questa mancanza di ossequio, cinse d’assedio Trani, e la prese di forza non guari dopo. Il vinto andò a chiudersi fra’ baluardi di Andria, e qui avrebbe potuto difendersi a lungo, se il tradimento, o il caso non era, che lo diede in potere del vincitore, il quale per altro gli usò indulgenza [23].

Una colonna che ancora si vede nel palazzo ducale, scoperta nel Duomo fin dal 1779, e che era avanzo del tumulo della Contessa moglie di Riccardo, narra di questa donna che chiamossi Emma, e fu figlia di Gotofredo Conte di Conversano [24].

NOTE
(22) Ac veniens Andrum, varios ad bella paratus
Coepit inire Petrus; nova praecipit arma parari,
Auget militiam, suffragia poscit ubique,
Quaeque sui iuris, servari tuta laborat.

— Lo storico Guglielmo Pugliese [in “Gesta Roberti Wiscardi”].
(23) Petrus, ut hunc audit castrum circumdare castris,
Non audens armis contendere, mœnibus Andri
Excipitur tutus. Qui dum prodisse ad Andro,
Tranensi prædam deferre profectus ab urbe,
Atque equites essent decies hunc quinque secuti,
Guido quaterdenos equites induxerat urbi.
Ex ducis edicto germanus coniugis eius
Egreditur subito, diffuso milite campis.
Inde Petrum capiunt, et se prius inficiatum
Præsentare duci vel præsentare coactum.
Imposuit finem ducis hæc captura labori.
Sed tandem fidei iurando iure ligatus
Solvitur, et recipit quæ perdidit omnia Petrus,
Liber abit, solo Trani privatus honore.

— Lo storico Guglielmo Pugliese [in “Gesta Roberti Wiscardi”].
(24) Non timet ærumnam; talem sibi virgo columnam
Fabricat in coelis: gaude Comitissa fidelis:
Vir tibi Richardus: tu conjux nobilis Emma:
Ille velut nardus: tu sicut splendida Gemma
.

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VIII.

Non v’ha cosa che non abbia la sua storia particolare, che sovente ricorda o un fatto straordinario della vita de’ popoli, o la loro pietà.

Passeggiando per la città udii i lenti rintocchi d’una campana, sonori sì che rare volte così soavi e dolci ne avea io udito. Interrogando il mio ospite gentile [Chi? Riccardo D'Urso?] seppi da lui la cronaca di quella squilla — la quale cronaca mostra benanco come l’opulenza e il lusso non datino da ora in Andria.

Volgea il 1111, guardate remota antichità! Le campagne eran floride, era limpido l’aere, propizia la stagione, ogni cuore aperto alla speranza — quand’ecco sorgere d’improvviso un ventarello che parve di fuoco per gli uomini, e per la natura. Avesse pur danneggiato i terreni soltanto; il male non sarebbe stato senza rimedio; ma e’ quasi tosco potentissimo flagellava le persone, e ne facea cruda e orrenda strage, delle donne incinte specialmente.

Oh! in simili sventure da chi sperare aita se non dal Cielo! È di là che movono i premi e le pene, le gioie e i dolori, le rugiade e le procelle, l’abbondanza e la sterilità, la vita e la morte.

I Sacerdoti bandirono: cessassero i pubblici divertimenti, sette dì passassero nel digiuno e nella penitenza. Ed ecco i cittadini dolenti coi pie’ scalzi, col capo asperso di cenere movere al maggior tempio, e colà colla faccia nella polvere invocare il patrocinio della Gran Madre d’ogni misericordia, di Colei che fa pietoso il Cielo alle preghiere della terra: ecco le donne deporre sul suo santo altare l’oro e l’argento di cui soleano usare per abbellirsi.

Era vero il pentimento di ciascuno per le proprie colpe, viva la fede nel celeste aiuto, Iddio ebbe pietà de’ loro mali. Pria che i sette giorni finissero il letale influsso disparve, le aure cessarono dall’esser micidiali, tornò il sorriso a’ campi, la salute nelle persone. Gli Andriesi riconoscenti vollero perpetuare la memoria del pietoso prodigio. Decisero che raccolti tutti i donativi preziosi si fondesse con essi una grande campana, che chiamarono, e si noma ancora di Maria, scolpendo intorno alla corona queste parole: Mentem sanctam, spontaneam, honorem Deo, ac Virgini, et patriæ liberationem. Pantaleon fecit. Anno Domini MCXI.

E si è col monumento eternata la devozione. Quando una donna geme ne’ dolori d’un parto difficoltoso; quando avversi venti spirano su’ germogliati, o seminati campi; quando il cielo fatto di bronzo non versa su’ terreni inariditi pur una stilla di pioggia; quando le procelle sorgono a minacciar la messe, dan tosto mano a suonar la memorabile campana, il di cui squillo si mesce al salmeggiare e agl’incensi de’ Sacerdoti, alle litanie de’ cittadini, e — quel suono par che arresti gli elementi in furia, schiuda il grembo alle nubi; dia la forza alle soffrenti; infonda la speranza ne’ petti. Gli agricoltori sparsi per la campagna cessano dalla fatica a quello squillo; a capo scoperto, a mani giunte si prostrano sul solco bagnato dal proprio sudore, e tu vedi intorno intorno a parecchie miglia in giro tutta una gente che prega! So che gli spiriti forti, che son sì balordi, rideranno forse di questo pio costume; di che non ridon essi, o per meglio dire, ov’è chi non rida di loro! Ma coloro che credono, coloro che sentono come sia debole e infelice questa umana razza se cessa dall’affidarsi nella provvidenza, questi sentiranno ciò che io sentii, loderanno e imiteranno la fede che i buoni Andriesi hanno nella celeste confortatrice.
Né ad alcun altro uso tranne che a questi è quella campana destinata.
Né potrebbe agevolmente encomiarsi un antico uso oggi sparito.

Al venir del verno coprivano con una veste la sacra squilla quasi a difenderla dalla pioggia, e dalle nevi; quasi che senso umano avesse! Non potea agitarla che il solo sagrestano del Duomo; il quale avea l’obbligo di spesso guardare al punto dove il martello colpiva.
Eran minuzie queste: ma attestavano pure il fervore della devozione.

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IX.

Volgea il 1118, ed era conte di Andria Loffredo, quando un triste avvenimento sorse a far testimonianza della ferocia de’ costumi di quella gente, nelle di cui mani trovavasi colle ricchezze congiunta la forza.
Baresi, e Canosini guardavansi con occhio bieco, perché e quelli e questi voleano il primato per la loro chiesa.

Ed ecco che Costanza, la vedova del prode Boemondo, forte raccomandò a Bisone Vescovo di Bari la Chiesa di Canosa; poiché in Canosa posavano le spoglie del marito, presso quella Chiesa s’alzava la sua tomba.
Risone reggea ambo le Chiese.

E però ad appagar in parte i desideri della devota Costanza prese a visitare con maggior frequenza il tempio Canosino. Questo che era un atto del suo ministero punse l’amor proprio de’ Baresi; tumultuando chiesero a Risone: eleggesse Bari per sua dimora unica e invariabile. Son pastore di due chiese, rispondea il prelato, e a due chiese è d’uopo che io serva. A questa risposta Argiro, un de’ notabili della città, giura di far vendetta di quello che egli dicea oltraggio recato alla Patria. Quindi raccoglie a sè d’intorno i suoi uomini d’armi, con essi esce dalla città, e va a porsi in agguato presso la cappella del B. Quirico fra Canne e Barletta.

Risone reduce di Canosa, ignaro del fatto, come quegli che a nessuno avea recato ingiuria, tranquillamente recavasi alla sua sede di Bari, quand’ecco i nuovi farisei guidati dal sacrilego Argiro pongon le sacrileghe mani addosso all’Unto del Signore, lo stramazzano per terra, e tingon le spade nel suo sangue innocente.
Ma non fu tarda la vendetta di Dio.

Ma non fu tarda la vendetta di Dio.
L’assassino consumato il maleficio si riducea in Trani, quando ode alle spalle uno scalpitar di cavalli. Si volge, e — mira il Conte Ioffredo che seguito da una mano di suoi armati, fatto consapevole del reato da qualcuno che n’era stato non veduto spettatore, veniva per arrestarlo. Volea fuggire il ribaldo, ma era chiuso l’adito alla fuga. In poco d’ora e’ cadde in potere di Ioffredo, e cattivo fu menato in Barletta.
Colà nel dì vegnente con fero supplizio finì la vita [25].

A Ioffredo successe Gotofredo, e a questi Ruggiero — ultimo de’ Conti Normanni di Andria.
Fu tragica la morte di Ruggiero.

Ardea implacabile e incessante la guerra per ambizion di domini fra’ vari Conti delle Puglie. Era troppo bella la preda che si avean partita, troppo erano essi insaziabili, perché uno rispettasse i provvedimenti dell’altro. Perennemente in armi, baldanzosi per indole, sprezzatori de’perigli per abitudine, senza un capo comune che ne avesse frenate le voglie smodate, per un guardo, per un accento, per una linea di demarcazione, tornano alle armi, e dalle armi tornano al sangue.

Fra questi implacabili nemici erano Ruggiero Conte di Andria, e Riccardo Conte della Cerra; questi cognato di Tancredi, quegli partegiano di Enrico.
Scontratisi insieme in campo vinsero le armi del Conte della Cerra.

Ruggiero a stenti campato dalla pugna, con poche e sanguinose reliquie de’ suoi corse a chiudersi fra le mura d’Ascoli.
Colla spada ne’ reni lo inseguì il rivale.
Ma era forte e munita Ascoli. L’assedio a nulla valse, gli assalti erano impossibili.

Allora il Conte ebbe ricorso alle armi della perfidia, se quelle della guerra non poteano usarsi.
Venisse, mandò dicendo al Conte Ruggiero, venisse seco a parlamento fuori delle mura. Basterebbe un amichevole colloquio a fare svanire lunghi anni di dissidi. E Ruggiero più coraggioso, e però non capace di concepire un atto di viltà, uscì dal suo sicuro nido di Ascoli.
Ahi! non appena fu giunto nel campo avverso, i soldati gli furon sopra, gli tolsero le armi, e con mille e mille colpi in breve l’ebber morto [26].

Ma guai a chi versa il sangue del suo fratello. Mentr’egli snuda la spada a trafiggerlo, sospesa sul suo capo, pendente da un filo, sta quella che deve trafigger lui stesso.
Abbiam detto come il Conte della Cerra fosse ostile ad Enrico — osò financo movere contro di lui colle sue armi! Sdegnato Enrico comandò non l’uccidessero, e a lui lo portassero vivente. Così fu fatto. Allora egli lo fece legare alla coda di un cavallo, e cosi trascinato nel fango delle principali vie di Capua spirò l’anima nel tormento [27]. Con lui finisce la serie de’ Conti normanni.

Sparirono, e di loro, oltre alla massima opera di cui parleremo, non restano che poche sparse memorie: si sparse e si poche che non possiamo neanche raccomandarle come monumenti atti ad illustrare la storia delle arti. Ciò nella ipotesi che sien veramente opere normanne; la quale opinione io dimostrerei erronea, se questo fosse il luogo di farlo; e se potessi esser certo che le mie impressioni furono concordi col vero. Ma sieno stato pure in origine opere di que’ prodi dominatori delle nostre contrade, certo è che ne’ tempi posteriori patiron non poche modificazioni.

Bello dovette essere in origine il campanile del Duomo; ma la primitiva bellezza, se mal non mi avviso, gli fu assai scemata da altre aggiunzioni.

È maestosa l’architettura di Porta Santa: ma io non giurerei che la non fosse opera anche d’un tempo a noi vicino. In quanto al tempio nessuno potrebbe dire l’età in cui fu così decorato, perché è formato da parti che in vari tempi si aggiungeano. Oltre a ciò è vano far menzione di templi in una regione che possiede quelli di Trani e di Bari, sì celebri e sì grandiosi.

V’ha pure il palazzo ducale, con la sua grave fisonomia e con le mura che sembran quelle d’una fortezza. La famiglia del Balzo poi cominciò ad ingrandirle; e da ultimo i Signori Caraffa gli diedero in parte quella forma che ora si vede.

NOTE
(25) Post aliquos autem dies præmemoratus Archiepiscopus Riso ibit Canusium ad Ecclesiam B. Sabini. Ibit et prædictus Argiro Tranum; ibique communicato consilio amicorum expectabat reditum Archiepiscopi: et paucis decursis diebus, paratis insidiis prope Ecclesiam B. Quirici infra Cannas et Barolum interfecit eum. Revertentis Argiro Tranum, milites Andrensis comitis Joffredi redeuntes a vigilia obviaverunt, et captum Barolum duxerunt et nocte delapsa, die Dominico mane suspendio interiit. Ignotus Baren. Apud. Pratilli T. 4. p. 343. Anno 1118. Indict. XI. Mense Septembris.
(26) Muratori. Annali d’Italia, anno 1190. — Storia Civile del R. di Napoli, V. 2. Lib. XIV. p. 312.
(27) Muratori. Annali d’Italia, anno 1196. — Storia Civile del R. di Napoli, Lib. XV.

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X.

Siamo ai primi anni del secolo XII, non men degli altri secoli carco di guerre e di dispute — guerre e dispute che agitano regni e imperi, e di cui pur troviamo un’eco nella picciola Andria.

Manca a’ vivi Arrigo in Messina e lascia la tutela dell’Infante Federico a Marcovaldo, già per lui fatto Duca.
Muore non guari dopo Costanza Imperatrice, la genitrice “Dell’onor di Cicilia e d’Aragona”, e chiama morendo Papa Innocenzio III a tutore del medesimo Federico.
A ben considerare la cosa Arrigo non già ma Costanza avea il dritto di nomina, come ad ultima erede che fu di Ruggiero.
Ma va e parla di ragione ad uomo ambizioso!
Marcovaldo armato del suo preteso dritto di tutela flagella la Sicilia, e varcato il Faro invade e flagella benanco queste nostre contrade.

Da prima Innocenzio usa le parti che al suo sacro carattere si convenivano, ammonendo con le buone il superbo Marcovaldo a desistere dalla ingiusta impresa. Fu sordo colui alla voce che veniva di Vaticano. Allora Innocenzio spedì il maresciallo Iacopo, di lui congiunto, a fiaccar l’audacia dell’intruso. Era uom di guerra espertissimo il Maresciallo, e alla scienza accoppiava il coraggio. Però scontrandosi nel nemico tra Palermo e Monreale lo vinse, e l’obbligò alla fuga. Né che cosa di lui avvenisse si seppe per lungo tempo.
Il Pontefice in premio di questa vittoria gli ottenne la Contea di Andria. Ed ecco la città sotto il dominio d’un cugino del Papa [28].

Mentre questi ne era pacifico possessore, e quando men se l’aspettava, si vide uscire in campo con novelle forze quel nemico, di cui ignoravasi il destino.
In tale occasione, e correndo l’anno 1203 Innocenzio III scrisse di proprio pugno agli Andriesi una lettera che gli archivi del Duomo han serbata. Si tenessero, dicea in essa il Pontefice, fedeli al Maresciallo suo cugino; e senza declinar dalla rettitudine combattessero le armi del superbo perturbatore della loro pace.
E gli Andriesi non tradirono la fede promessa.

Il Maresciallo fu Signore di Andria fino al 1221. Nel qual tempo Federico già adulto caduto in contumacia di Santa Chiesa tolse a’ congiunti del Pontefice ogni terra da loro posseduta nel Regno.

NOTE
(28) Muratori, Annali d’Italia, Era volgare 1200.

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XI.

Andria risuona di lieti evviva, le squille suonano a distesa, ricchi arazzi pendono da’ veroni delle case, il popolo non cape in sé dalla gioia. Qual’ è la cagione di tanto tripudio?
Federico che diede la mano di sposo a Jolanta, figlia di Giovanni di Brienna Re di Gerusalemme, movendo di Napoli per recarsi in Palestina, ove lo chiamano gl’interessi di quel regno, e le promesse solenni da lui fatte a Papa Onorio — che tenute in non cale han sopra il suo capo chiamati i fulmini del Vaticano — toccherà Andria per recarsi a Brindisi.

Ma! ahi che le gioie di questa bassa terra si dileguano a un tratto allora appunto che le crediamo più sicure.
Il suon delle squille si muta in lugubri rintocchi, gli arazzi spariscono, gli evviva tacciono, il popolo che testé gioiva or piange. Donde questo dolore?
Jolanta, la festeggiata Jolanta è stata sorpresa da’ dolori del parto, e il parto si presenta difficile.

Voti, preghiere, offerte non mutano i decreti del Cielo. Jolanta partorisce un figlio , ma nel dargli la vita muore [29]. La cuna del figlio sta a poca distanza dal feretro della madre. In quella che il figlio si battezza col nome di Corrado, la madre scende nella tomba.

Il Duomo di Andria è testimone di questa duplice scena. In esso è il battistero pel figlio, la fossa sepolcrale per la madre.
Questo è il mondo. In esso i lieti onori mutansi sovente in feri lutti.
La storia fa prova continua di questa nostra miseria, e della fralezza delle umane speranze.

Federico oppresso dal dolore s’imbarca solo in Brindisi, e move a cinger la Corona di Goffredo Buglione in Gerusalemme.
Ma Gregorio IX succeduto al Terzo Onorio non si chiama soddisfatto di questa tarda obbedienza, che ha per segno più l’interesse di regno che la causa della Cristianità. D’altronde Federico non è egli partito senza invocare il perdono, e l’assoluzione dalla censura?
Quindi le parti che erano in guerra continuarono a pugnare. Quindi Guelfi e Ghibellini proseguirono ad uccidersi a vicenda. Andria specialmente fu segno alle ire de’ Guelfi.

Seppe ogni cosa Federico, e tolta in fretta la corona di Gerusalemme, nel dì della Pasqua di Risurrezione, tosto sciolse le vele a’ venti, e nel Maggio del 1229 giunse a veggente delle coste del Regno.

Accennò da prima al porto di Taranto. Ma essendo la città in poter de’ Guelfi, egli a congiungersi co’ suoi, e ancora per prenderli alle spalle, andossene a Brindisi.
Colà lo aspettavano la pubblica gioia, e non mentite dimostrazioni di affetto. E però egli la salutò sclamando:
Filia Solis Ave! nostro gratissima cordi.

NOTE
(29) Muratori, Annali d’Italia, anno 1228. — Storia Civile del Regno di Napoli, Vol. 2. Lib. XVI p. 399.

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XII.

Al grido del suo ritorno, grande fu il giubilo delle città dell’Adriatico.
Stanche della lunga guerra, e credendo l’Imperatore in pace con la Santa Sede pel compito viaggio di Terra Santa, vedeano in lui un pegno sicuro di pace. Fra tutte però si distinse Andria, la quale a provargli la sua gioia e la sua fedeltà spedì ad incontrarlo cinque giovanotti delle principali famiglie, supplicandolo di onorare la città di sua presenza, e di tener que’ fanciulli come ostaggi appo di sé.

Fu grato Federico a tali rimostranze; accolse con lieto viso que’ nobili fanciulli; e venne in Andria, la quale con suo decreto ebbe molti privilegi ed esenzione intera da ogni imposta.
Quivi dimorò a lungo.
E quando gli affari di regno lo chiamarono altrove, lasciò per memoria del suo gradimento, e come testimonianza perenne della fedeltà degli Andricsi questi versi:

Andria Fidelis nostris affixa medullis,
Absit, quod Federicus sit tui numeris iners.
Andria Vale felix, omnisque gravaminis expers
.

Il viatore può leggerli ancora questi versi Imperiali. Stanno scritti al sommo d’una porta della città. Essi diedero origine al titolo di Fidelis che accompagna sempre il nome di Andria.
E talmente ebbe di ciò memoria, che avendo tolta Benevento a’ Guelfi, mentre i suoi soldati le davano il sacco, egli a rimproverarli la sua slealtà la paragonava alla fedeltà di Andria:

Andria tua soror, multo te prudentius egit,
Ad nos quæ venit, cum nobis poemata legit.
Propterea incolumis permansit, inultaque nobis
Quod tibi numquam erit in multis implicita globis
.

Racconsolato della perdita della sua Jolanta, pensò a nuovo imeneo, e diede la mano ad Isabella, sorella di Arrigo d’Inghilterra. Queste terze nozze furon celebrate in Vormazia. Correa il 1235.
Ma anche questo giubilo fu di breve durata.

Dopo sei anni (1241) stando egli con la sposa in Foggia, ecco apparire i dolori del parto, e — Isabella muore come morì Jolanta.
Varie città si disputano l’onore di dar la tomba alla morta Signora.

Ma Federico, o che volesse anche questa volta onorare l’antica fedeltà di Andria, o che bramasse che le due spente consorti dormissero in una medesima terra, decise: il corpo d’Isabella si portasse in Andria; colà si seppelisse a fianco di Jolanta [30]. Così fu fatto.

I Cittadini ad attestare la loro gratitudine non badarono a danari, a far sì che le esequie fossero degne di una Imperatrice.
Giunta la fredda salma in città, la condussero al Duomo, e colà presso di Jolanta le alzarono il sepolcro.
Ecco due imperatrici seppellito nella Cattedrale Andriese.

NOTE
(30) Muratori, Annali d’Italia, anno 1241. — Storia Civile del Regno di Napoli, Lib. XVII p. 439 V. 2.

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XIII.

Dove sono i sepolcri di Jolanta e d’Isabella? Udite.
Essi furono alzati nella Cripta, o Chiesa sotterranea, o Soccorpo, che vogliam dire. Col volger de’ tempi questo luogo fu chiuso alle cerimonie della Chiesa, e ridotto ad uso di sepolture. E — gli Andriesi dimentichi di que’ due monumenti che ricordavano un’era memorabile della loro storia; dimentichi del pregio che poteano avere come opere d’arte; dimentichi che chiudeano le spoglie di due imperatrici, li lasciarono in balia di quanti becchini volessero calpestarli, mutilarli, o deformarli. La curiosità, la cupidigia e la mano del tempo fecero il resto. Le ossa imperiali andaron confuse con le ossa degl’infiniti corpi colà seppelliti, e de’ sepolcri non restano ora che due o tre colonnette, e un ammasso di finissimi intagli sopra marmo, e poi non una iscrizione, non un simulacro, non uno stemma. Jolanta e Isabella, infelici in vita, lo furono anche dopo morte. La loro memoria vive soltanto nelle pagine della storia.

XIV.

Continuano ad essere interessanti gli annali di Andria.
Volgea l’anno 1230, quando fu alzato alla Sedia Arcivescovile di Bari Ermando Saltza, gran Maestro dell’Ordine Teutonico. Caro a Federico, questi introdusse col suo assenso il suo ordine in questa parte delle Puglie, e — Siponto per prima, Terlizzi dipoi, e in ultimo Andria, videro sorgere nel loro grembo un convento e una Chiesa per que’ Cavalieri, arricchiti altresì di vistosi benefizî. In Andria il Convento passato in man degli Agostiniani perdé le memorie che indicavano la sua prima destinazione; della Chiesa non resta che la facciata, ove si vede ancora lo stemma Teutonico; Cristo Salvatore con a fianco due Vescovi con abiti pontificali alla greca. L’affresco, che rappresentava i Crociati feriti, soccorsi da’ Cavalieri, e l’altro con l’effigie del gran Maestro dell’ordine, furon cancellati. Solo l’antico territorio di proprietà del Convento si chiama ancora di S. Leonardo, protettore dell’Ordine.

Ma il fatto che merita una particolare memoria è quello del passaggio per Andria del Taumaturgo di Assisi. Dopo la sua predicazione sorsero nella città due Conventi del suo Ordine, uno per gli Osservanti, e l’altro pe’ Conventuali.
Questo secondo fu cominciato nel 1230. Sospesa l’opera pe’ disgusti di Federico con la S. Sede, fu, quando le cose mutaronsi, ripresa e compiuta.
Due iscrizioni esistenti su la porta del primo chiostro a caratteri gotici confermano questo fatto sostenuto benanche dal Muratori [31].
Dice la prima «Hoc opus factum est in anno Domini 1230».
La seconda: «1346 — Sub Pontificatu Domini nostri Clementis VI Papæ Per Magistrum Bonannum De Barulo».

In Andria benanco Federico volle pur celebrare il matrimonio d’una sua figlia bastarda con Tommaso di Aquino Conte della Cerra [32].
Fu questo l’ultimo attestato della sua benevolenza.
La morte lo sorprese in Ferentino. Morte misteriosa, di cui la storia non ha saputo ancora dir nulla con certezza.

Corrado da lui chiamato erede eragli nato in Andria di Jolanta — il quale quando scese nella Puglia, di Melfi recossi a visitar la città co’ grandi della sua Corte, ponendo la stanza in Castel del Monte; e volentieri accolse i suoi legati, che delle gravezze imposte da Manfredi, contro i privilegi largiti da Federico, si doleano.

NOTE
(31) Muratori, Annali d’Italia, anni 1239, 1250. — Storia Civile del Regno di Napoli, Lib. XVII p. 433 V. 2.
(32) Capecelatro, Storia di Napoli, parte II, p. 300.

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XV.

Lungo sarebbe il seguirla nelle tante vicende sue sotto i vari regni.

Nemica a Manfredi, e da lui soggiogata, quando questi cadde in combattimento nella battaglia del ponte presso Benevento, fu da Carlo d’Anjou data col Principato di Altamura al nipote Raimondo Berlinghiero, figlio di Carlo II, creato benanche Reggcnte della Vicaria — Così si legge nelle vecchie pergamene: Raymundus Andriæ Comes, et Regiæ Vicariæ Præses [33].

Salito al treno il Secondo Angioino, Andria divenne Contea dotale di Beatrice di lui figlia sposata ad Azzo d’Este Marchese di Ferrara. Morto questi, e sposatasi Beatrice a Bertrando del Balzo, a costui toccò pure la Contea di Andria [34], dov’ e’ venne a stabilire la sua Corte, che ben pel lusso potea dirsi Reale.

Qui nacque di Beatrice quella Maria che andò sposa del Delfino di Francia, per opra di Re Roberto di lui zio, che in occasione di questi sponsali si recò a visitare la città.

E qui pure nel di 18 di Marzo del l330 morì Beatrice.
Ma! anche questo monumento fu demolito. La cassa colle ossa fu posta sotto la scala dell’organo, ove giace ancora negletta e dimenticata, e del sepolcro non avanza che una lapide ove si leggono questi versi:

Rex mihi Pater erat, fraterque Robertus,
Loysiusque sacer, Regia mater erat,
Bertrandi Talamos non dedignata Beatrix
A quo deducta est Baucia Magna Domus.
Si tangant animos hæc nomina clara meorum
Esto memor, cineri dicere panca: Vale.

Dovea la Contea cedere in beneficio di Maria. Ma costei ottenne dal Delfino che Bertrando la ritenesse mercé un ragionevole compenso.
Il Conte grato a questa prova di filiale affetto spedì al genero in Vienna (Delfinato) 30,000 once d’oro.

Sposatosi nel 1331 in seconde nozze con Margherita D’Alnéto, figlia del Conte Roberto, e vedova del Conte Luigi di Fiandre, ebbe da lei in Andria un figlio, Francesco, e tre figlie.

NOTE
(33) Chronic. Parmenses, Tom. 9.
(34) Muratori, Annali d’Italia, anno 1305. — Storia Civile del Regno di Napoli, Lib. XXI p. 147, V. 3.

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[XVI.]

Mancato a’ vivi Re Roberto, e succeduta al trono Giovanna di lei nipote avvenne il tremendo caso di Andrea, fratello di Ludovico di Ungheria.
Il Regno cade in mano degli Ungari. Giovanna si ricovra appo Clemente VI.

Bertrando come gran giustiziere, e in virtù ancora d’una bolla a lui spedita dal Pontefice [35] è incaricato di ricercare i colpevoli.

Chiarito innocente Giovanna, si ridesta l’ira di Ludovico. I suoi vascelli solcano l’Adriatico: ed ecco Barletta invasa da 14,000 cavalli ungari, 8,000 Tedeschi, e 4,000 fanti Lombardi — tremenda e agguerrita gente [36].
Volea Ludovico trar vendetta di Bertrando. Ma questi prevedendo la procella erasi ricovrato in Avignone appo Clemente.

L’Ungaro non potendo aver fra mani il Conte, fece segno alla sua ira la Contea. Avvicinando le schiere ad Andria ebbe facilmente in suo potere i due borghi di S. Lorenzo e di S. Maria delle Grazie. Qual sarebbe il destino della città si vide da ciò che patirono le due misere contrade. E Ludovico trovò un oggetto su cui sfogar potesse l’ira che lo accendea contro Del Balzo.

Eravi nella clausura delle Benedettine, antico e nobile Convento, la figlia di Bertrando, Catterina. L’Ungaro violando la santità del luogo, calpestando il rigor della regola, comandò a’ soldati: la traesser di là, ed essi fuor la rapiron della dolce chiostro.
Così le fu tolta di capo l’ombra delle sacre bende, e stretta in ceppi fu menata al vincitore, perché servisse ad adornare il suo trionfo.

Misera e sventurata Signora! Dal campo dello straniero dovette mirar le fiamme che distruggeano il Convento di quelle che come lei erano Spose di Cristo, il Convento dov’essa avea fino a quel dì vissuta sì pura e tranquilla la vita! Dovette mirar lo scempio che delle Suore faceano i barbari soldati, tra’ quali v’avea pur degl’Italiani! Ma il Signore non abbandonolla in tanto periglio.
Menata a Melfi, colà una mano amica, un celato fedele di Bertrando, corruppe le guardie, spezzò le sue catene, e di notte uscendo dalla città la condusse in Napoli. Il convento di S. Chiara l’accolse fra le sue mura; colà pote in pace aspettar l’ora che la congiunse al suo Sposo Celeste.

Andria intanto stretta da presso virilmente si difendea.
Eran forti le mura, impavidi i cittadini. Il nemico ne’ vari assalti fu respinto, lasciando a piè degl’immoti baluardi non pochi de’ suoi. Ma! ciò che non avrebbe mai fatto il valore lo fece il tradimento. Reggea il presidio di Porta Castello un Malospirito, che tal era di cuore quale avea il nome. Questi per danaro, o per altra promessa che gli facessero vendé la patria allo straniero, dando alle falangi ostili l’ingresso. Scellerato, che pospose la fama e la carità del natio loco a passeggero compenso.

Mentre gli Andriesi difendevan le mura contro l’oste che avean di fronte, ecco che ascoltano alle spalle uno squillar di trombe, uno scalpitar di cavalli, e un suono d’armi, e gemiti di fuggenti, e un gridare all’accorruomo de’ miseri loro fratelli. Sono gli Ungari, e i Lombardi, e i Lanzichenecchi che entrando per Porta Castello hanno inondata la città, ed escono alle spalle di loro.
Presi tra due assalti i valorosi cedono del campo: buona parte di loro, quella che poté campare al ferro nemico, correndo alle case, procuran di tutelare più che i beni le famiglie.

Inutile coraggio.
Non v’ha pietà per essi, non v’ha cosa, non persona che i barbari soldati rispettino. Andria che non ha offeso Ludovico, Andria che non ha provocata la guerra, la ricca, la popolosa Andria è posta a ruba e a sacco; le sue case sono arse e spogliate, i suoi cittadini uccisi; le sue donne violate, i suoi templi profanati, le sue vie lorde di sangue. In mezzo a tanta rovina i vincitori si dividono le spoglie de’ vinti; l’Ungaro, il Lombardo, il Lanzichenecco bevono e danzano tra le fumanti macerie, e i sanguinosi cadaveri.

Fra i tripudi s’alza un grido — Al Duomo! Al Duomo!
Era un grande incitamento a novelle ruberie. Che nel Duomo si serbava alla venerazione de’ fedeli la spoglia di S. Riccardo: ed era, come è ancora, costume de’ devoti, circondarla di ricchi, e preziosi ornamenti. O se questi mancassero, impadronendosene sapeano che i cittadini l’avrebbero con immenso danaro riscattata.
Ma vana tornò la cupidigia. La spoglia del Santo non fu trovata. Ben poterono sfogar la iniqua sete su quanto di vistoso o pregiato contenea il Tempio — ma la spoglia di cui cercavano non la trovarono!

… fu di mano fedele opra furtiva,
o pure il Ciel qui sua potenza adopra?

L’ uno e l’altro.
Oliviero Matusi — Sagrestano del Duomo — non appena vide addensarsi la procella intorno alle mura della città, pensò a quel che potrebbe avvenire se i casi della guerra portassero che essa cedesse in balia del nemico, e — ispirato dal Cielo, solo solo, cheto cheto, cavò un fosso sotto l’altare maggiore, capace tanto da contener una cassa: in essa ripose le sante reliquie avvolte in drappo di seta, vi aggiunse ancora alcuni vecchi calendari, le memorie autentiche de’ prodigi, un messale col foglio particolare della messa del Santo: celò ogni cosa nel fosso: coprillo con una lapide avente su una croce; e restituì all’altare la forma primiera.

Cosi l’opera di un umile sacerdote serbò intatto dalle violazioni il corpo del Santo, ed evitò a’ suoi cittadini il gravissimo dispendio d’un riscatto.
Merita il nome di Olivieri Matusi di essere ricordato nelle storie, affinché i buoni si consolino della esistenza de’ Malospirito.

Finalmente il Sesto Clemente si frappose mediatore fra la città e l’Ungaro. Nel 1351 questi, satollo di stragi, e di rapine, tornossene al suo regno di Ungheria.
Andria poté alzar l’inno di ringraziamento al Signore. Colla partenza del nemico tornarono i giorni sereni.

Prima cagion di gioia fu il matrimonio di Francesco del Balzo figlio di Bertrando con Margherita sorella di Re Luigi, secondo marito di Giovanna. Francesco fu decorato del titolo di Duca di Andria.
Bertrando lasciando la coppia degli sposi in Napoli sen venne in Andria, che tanto avea patito per lui.

Né fu dimentico di ciò, né mostrossi sconoscente verso i cittadini.
Raccolse dalle sue tenute di Provenza molte migliaia d’once d’oro, e questo denaro seco recando in Andria lo consecrò al rifacimento de’ gravi danni sofferti da’ cittadini, a ristorare gli edilizi, a ricostruir le Chiese. Non vi fu angolo di Andria che non serbasse a que’ tempi i segni della munificenza del generoso Bertrando.
Fu questa l’ultima sua prova di affetto verso la illustre città. Chiamato in Napoli dal Re Luigi perché lo aiutasse nel governo del Regno, qui morì nel 1351, e fu con regal pompa seppellito in S. Domenico Maggiore.

Vietò al figlio di alzargli alcun monumento — e il figlio obbedì agli ultimi voleri del padre.
Ma Francesco II suo pronipote gli pose un mausoleo con questa iscrizione:

Bertrando de Baucio Montis Caveosi et Andriæ Comiti
Regni Magno Iustitiario
Franciscus de Baucio Dux Audriæ pronepos
B. M. F.

Vive e vivrà nella memoria degli Andriesi il nome di questo loro Signore.

NOTE
(35) Storia Civile del Regno di Napoli, Lib. XXIII, p. 228.
(36) Muratori, Annali d’Italia, anno 1350.

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XVII.

Mancato a’ vivi il Conte Bertrando, il Duca Francesco suo figliuolo tornò in Andria seco menando la consorte e i due figli. Ma dopo tre anni di tranquilla e lieta esistenza grave sventura lo colse. La Duchessa afflitta da grave infermità dovette trasferirsi in Napoli, ove in breve morì. Le tombe di S. Chiara accolsero la spoglia di questa sorella del Re.

Era giovane il Duca, e però scorso il tempo della vedovanza sposossi in seconde nozze con Sveva Ursino, figlia del Conte di Nola, che lo fe’ padre di due figliuoli.
In mezzo alla gioia di questo novello imeneo un non aspettato sorriso della fortuna venne ad aggiungere nuovo lustro alla sua grandezza.

Volgea l’anno 1362, quando due legati, spediti uno dal Re di Napoli, e l’altro da quel di Sicilia, recarono al Duca le nuove della pace conchiusa fra’ due Regni, e soggiunsero, come a raffermar questa pace avessero le due parti fermato: dovere il Re Federico dar la mano di sposo alla sua figliuola Antonia, nipote del Re Luigi [37].
Assentì volentieri il Duca, e menata la donzella in Palermo assistette agli sponsali, che furono celebrati con gran pompa, coll’intervento dell’Arcivescovo di Salerno, legato Apostolico presso Federico.

Era appena tornato alle sue stanze ducali di Andria quando per la morte del suo cognato Filippo Principe di Taranto vide accresciuta la sua possanza. Che Filippo lasciò erede del Principato Giacomo del Balzo di lui figlio, e suo nipote [37b].
Essendo egli balio del giovane andò a prender possesso della nuova Signoria. Per essa e’ diveniva un de’ primi Baroni del Regno; perché importantissimo era il Principato di Taranto per estensione e per ricchezza.

NOTE
(37) Giannone, L. 25, pag. 238. Costanzo, lib. 7, pag. 197, 200.

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XVIII.

Questo innalzamento fu seme di gravi sciagure per Andria.
La città di Matera facea parte del Principato Tarantino, e però il novello Principe la chiese come sua. Niegolla un Conte Sanseverino che la possedea. Francesco raccolte le schiere invase le terre del Conte dichiarando: lo avrebbe balzato di sede se tosto la disputata città non cedesse.

Il Sanseverinesco a dissipar la procella invocò l’aiuto di Giovanna; la quale impose al Duca: affidasse la vertenza alla conoscenza di arbitri che da lei si sceglierebbero. Ma il Duca rispose, a lui non ad altri spettarsi il giudizio su’ suoi dritti.
Allora Giovanna, udito il Consiglio di Stato, ordinò la confisca de’ feudi di Puglia [38].

Francesco dissimulando lo sdegno, e sperando che il tempo farebbe mutar consiglio alla Zia, andossene nelle sue terre della Campania. Ma la Regina mostrandosi implacabile, egli, a non rimanere spogliato de’ suoi possedimenti, si trasferì in Roma. Colà accolto amorevolmente dallo Zio Gregorio XI, Pontefice Regnante, ottenne da lui non lievi sussidi [39].
Andossene dipoi in Provenza. Colà raccolti altri denari da’ suoi feudi, poté porre in campo un corpo di 13,000 soldati, co’ quali sen venne alla volta di Napoli.

Giovanna colpita dallo spavento, scorgendo la sua capitale senza difesa, ebbe ricorso alla intercessione di Raimondo del Balzo, gran Camerario, uomo a nessuno secondo per le qualità del cuore, e dell’ingegno, e per la sua fedeltà alla Corona.
Questi recatosi in Aversa, con gravi e insinuanti parole persuase il nipote ad abbandonar la impresa; a non macchiare il nome intemerato della famiglia con un atto di aperta ribellione.

Il Duca docile alle rimostranze dell’uomo venerando voltò le insegne verso Puglia, giunse in Andria, e colà fingendo di aver ottenuto quanto, bramava, die’ commiato alle soldatesche, e dopo pochi dì salito sur una nave di Barletta tornossene in Provenza.

Ora incomincian le dolenti note. Le schiere vedendo partire il Duca, e svanir con esso le speranze dello scorrazzar per le terre del Regno, si abbandonarono ad ogni specie di licenza. Prima a patire fu la misera Andria. Trattata da’ Francesi come città di conquista fu da loro posta a ruba e a sacco; tolsero financo il ferro dalle porte!
I cittadini alzaron la voce a domandar mercede alla Regina. E Giovanna scendendo a patteggiare colle sfrenate orde pagò loro sessantamila fiorini, e così ottenne che uscissero dal Regno [40].

NOTE
(38) Giannone L. 23, pag. 242.
(39) Costanzo, L. 7, pag. 202.
(40) Giannone L. cit. pag. 243. Costanzo lib. cit. pag. 203.

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XIX.

Se nostro unico scopo fosse il rammentare i fatti di questa nobile e potente famiglia diremmo: le istanze di Francesco appo Carlo Durazzo per indurlo ad occupare il Regno; le sue pratiche presso Urbano VI, perché desse l’investitura all’Ungaro.
Diremmo com’ e’ racquistasse i suoi domini di Puglia col salir di Carlo al Trono di Napoli; il matrimonio di Giacomo del Balzo con Agnese, sorella della regina Margherita; e l’atroce vendetta de’ Sanseverineschi per la perduta Matera; allorché cogliendo il destro del l’odio nato tra Carlo e’l Pontefice, accusaron Giacomo di cospirare con questi, e con Giovanna, chiusa nella rocca di Muro, per farsi proclamare Re; diremmo come in quella che Giovanna pativa la cruda morte che ognun sa, Agnese tolta al marito fosse chiusa nella città medesima; e la guerra vinta da Giacomo contro Carlo; e la immatura morte della innocente Duchessa [41], seguita da quella del marito, che ebbe sepoltura nella Chiesa di S. Cataldo da lui alzata in Taranto [42]. Ma lasciamo volentieri la minuta descrizione di questi avvenimenti, per esser essi troppo noti a chi per poco abbia letto la storia.

Invece visitando il tempio degli Agostiniani, e quello de’ Domenicani ricordiamo la munificenza del Duca Francesco, e della Duchessa Sveva. Afflitti dalle sventure della terra, cercarono un conforto nelle cose del Ciclo, beneficando gli Ordini Religiosi, e largamente provvedendoli. Gli Agostiniani ottennero il tempio già proprietà de’ Templari, e poi de’ Teutonici. Una Bolla di Bonifazio IX concedea a Sveva la facoltà di alzare un Convento e una Chiesa pe’ Domenicani, col titolo di S. Maria dell’Umiltà [43]. Questi due edifizi si videro in breve belli, e compiti, e riccamente dotati.
L’Architetto Vito Ieva da Andria fece allora [? Non allora, ma  ~1765-70] il bel campanile, che dominando la vasta pianura mostra da lungi al pellegrino l’alta e svelta sua torre.

E quella lapide sepolcrale posta in S. Maria Vetere?
Ricorda la morte della giovane Antonia, figlia del Conte di Bisceglie, sposa di Guglielmo figlio di Francesco, e madre di Francesco II. del Balzo [44].
Quel matrimonio fu l’ultimo contento del Duca.

Il fine della sua vita, che già piegava al tramonto, fu accelerato dalla perversità di suo figlio Bianchino, troppo diverso da’ suoi prodi e virtuosi fratelli. A punirlo il Duca diseredollo con pubblico atto, che si rinvenne nell’archivio de’ PP. Domenicani [45].

Ma il Signore pria ch’ e’ scendesse sotterra volle allegrare il suo animo permettendo che il corpo di S. Riccardo, quello che ad essere involato all’avidità de’ stranieri invasori, fu da un pio uomo celato sotto un altare, fosse scoperto.
Tanto avveniva nel dì 23 di Aprile dell’anno 1438.
Le sacre reliquie, rispettate dal tempo, furon trovate intatte con tutti gli oggetti che il pietoso zelo di quell’accorto uomo vi pose intorno, come già per noi si è detto.

A rendere duratura la memoria di questo avvenimento il Duca volle che in perpetuo, durante otto dì, dal 23 al 30 di Aprile, si celebrasse in Andria una fiera.
Durante quel tempo egli il Duca discendea al grado di privato, e il capitolo della Cattedrale, cui concesse per questo il privilegio della bandiera, esercitava pieno dominio sul popolo, e sulle pubbliche faccende [46].

NOTE
(41) Giannone L. 24, pag. 263. Costanzo L. 8, pag. 223.
(42) Hoc tuus Andriæ Dux Franciscus Baucia Proles
Extruxit templum, Iacobi legit ossa Tarenti
Principis, huic mater Caroli de stirpe secundi
Imperii tilulis, et Bauci sanguine claro:
Hic Romaniæ, et despotus Acajcus, urbes
Subjecit bello. An. Dom. 1383
.
(43) Cronaca dell’ordine, Tom. 2, pag. 371.
(44) Digna Polo Patria, muliebris norma pudoris
De Brunforte jacet Antonia hic , Vigiliarum
Stirps comitis, quondam que tuis Dux Andriæ Sceptrum
.
(45) Sul fascicolo si legge: Copia dell’ultimo testamento del nostro Duca Francesco I, ne’ suoi termini natï.

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XX.

Gravissimi avvenimenti ora narreremo.
Per la morte di Giovanna II. pretesero il soglio di Napoli due Monarchi, e un Pontefice; Alfonso di Aragona, Renato d’Angiò, ed Eugenio IV [47].
Giovanni Vitelleschi, Patriarca d’Alessandria, venne nel regno a combattere con prospero successo contro gli Aragonesi, e pose dipoi il campo e la dimora in Andria.
Qui recossi benanco il Principe di Taranto Orsino Balzo, non per favorire il Patriarca, ma per appoggiare invece la parte Aragonese.

I cittadini incitati da lui, e stanchi delle insolenze de’ soldati Angioini, spediron loro legati al Patriarca perché senza indugio allontanasse le soldatesche dalla città.
Il Vitelleschi si chiuse nelle ambagi, che troppo era forte il sito, e a’ suoi disegni acconcio; e troppo i suoi soldati si dilettavano di quel dolce aere, e di quella amena e ubertosa campagna.

Gli Andriesi sdegnati corsaro all’armi.
Un altro Vespro insanguinò le vie della pugliese città [48]. Durò tutto un giorno e una intera notte.
Caddero degli Andriesi 300 e più; degli 11,000 Pontificî rimasero estinti 700 [49].

Decisero la disputa le vittorie di Re Alfonso; che poté lasciare intero il dominio del regno al figliuolo Ferdinando. Questi ottenne da Pio II, Enea Silvio Piccolomini, quella investitura sempre negata al padre da Eugenio IV, da Nicolò V, e da Callisto III.
La recò il Cardinale Latino Orsino, parente del Re, e del Duca Francesco II; lo accompagnava questi ito ad inchinare il novello Pontefice a nome di Ferdinando [50].

Fu scelta la città di Barletta per la solennità del possesso. Ivi (1459) recossi Ferdinando colla sua corte, e con splendido seguito di numerosi Baroni.
Di là la nobile comitiva recossi in Andria, volendo la Regina Isabella visitar Sancia sua sorella, moglie del Duca, allora inferma. Di Andria andavano a diporto nelle stanze di Castel del Monte, di cui farem parola.

NOTE
(47) Muratori, Annali d’Italia, Anno 1435.
(48) Costanzo L. 7, pag. 403.
(49) Archivio Ducale.
(50) Giannone L. 27. p. 411.

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XXI.

Di sciagura in sciagura.
Giannantonio Orsini, Principe di Taranto, Zio della Regina Isabella, di Sancia Duchessa di Andria, e di Maria Donata, Duchessa di Venosa, e moglie di Pirro, primogenito di Francesco, alza lo stendardo della rivolta, una a molti Baroni.
Mentre incita Giovanni D’Angiò all’acquisto del regno, scrive al Duca di Andria, perché si unisse agl’insorti, e mandasse soldati, armi, e cavalli a sostenerli.

Rispose il Duca: troppo esser sacro un giuramento per lui; aver giurata fedeltà al cognato, e volergliela serbare; non sperasse da lui alcun sussidio; per suo cenno farebbe la cosa medesima Pirro suo figliuolo, Duca di Venosa.
Spiacque l’ardita e onesta risposta a Giannantonio. A vendicarsi condusse le sue schiere contro il nipote. Correa il 1461.

Ed ecco Andria stretta nuovamente da forte e pertinace assedio; ecco nuovamente distrutti quelli edifizî con tanta munificenza rialzati dopo la invasione degli Ungari; ecco nuovamente i cittadini costretti a pugnare pel loro signore, pe’ templi, pe’ figli, per le case.

Già intorno alla città s’alzan le fiamme delle misere rovine; già i campi son devastati, gli alberi recisi, le greggie manomesse; già parte delle mura di cinta è crollata; già volge il sesto mese dacché il nemico venne apportatore di tanti danni … e le vettovaglie vanno scemando, le malattie contagiose appariscono! Andria vede passeggiar per le sue vie lo squallore, e la desolazione … e pure i suoi figli non cedono ancora! Pugnan dalle mura, dove queste si ergono tuttavia; fan de’ loro petti baluardo al loro Duca, e alla dolce patria, dove le mura sono adeguate al suolo.
Le intrepide falangi di Sparta non si sarebbero meglio mostrate a fronte del nemico. Il Duca ammirando tanta costanza, e si rara fedeltà dì e notte viene colla moglie a conforto de’ combattenti. La Duchessa, seguita dalle sue ancelle, prende cura degli egri, va fasciando le ferite de’ caduti, rincora le spose, apre gli appartamenti del palazzo Ducale a’ timorosi, e agli orfani. Il Duca a cavallo corre da un sito all’altro, reca cibi, e provvisioni a’ prodi, regola le manovre, combatte, compie ad una volta le parti di soldato e di capitano. Immagini ognuno se gli Andriesi non stessero fermi! Ritti fra’ cadaveri de’ loro fratelli pugnano con disperato coraggio.

Il Principe maravigliato di tanta resistenza ricorre a’ stratagemmi per invadere la città. Scavata una via sotterranea avvia per essa un eletto drappello di arcieri, e di carabinieri. Il Duca però era stato avvertito. Fatto un sentiero di sghembo uscì co’ suoi vassalli a fronte, e alle spalle degli avversarî. Una feroce lotta incomincia sotterra fra’ Tarantini, e gli Andriesi. Vincono questi; i Tarantini son disarmati [51]. Avrebbe potuto spegnerli il Duca; invece raccomanda a’ suoi la moderazione; fa distribuire i cattivi per le case; fa medicare i feriti, e li rimanda tutti al campo, pregandoli perché raccomandassero allo Zio la sua città. Il generoso atto non disarma la collera di Giannantonio. L’assedio continua.

Ben Ferdinando ordina ad Alfonso d’Avalos, che sta colle truppe in Ariano di accorrere in aiuto di Andria. Ma questi, sia timore che il trattenesse, sia per altro motivo obbedisce con non scusabile lentezza.

Omai Andria è priva d’ogni risorsa. I suoi migliori difensori son morti, il contagio imperversa, e per colmo di guai le esaurite cisterne fan che sentasi l’atroce supplizio della sete.
Or la resistenza è inutile, e impossibile.

Tanta desolazione commove l’animo di Fra Antonio Giannotti, cittadino e Vescovo andriese. Correndo per le vie della città persuade i combattenti a desistere, induce il Duca a permetterlo; entrando nel campo ostile, con patetico discorso desta la pietà nell’animo sdegnoso dell’Orsino. Andria è salva, la vita de’ cittadini è rispettata, gli assedianti levano il campo.
Questo fatto del generoso Prelato merita di essere raccomandato alla memoria de’ posteri.

Il figliuolo del Duca giusta i cenni del padre erasi trincerato in Minervino.
Ma Andria avendo posate le armi dovette posarle anche la forte Minervino. Pirro uscì dalla città, ma non poté seco menar la moglie perché incinta, e prossima a partorire. Però la fece entrare nel castello, a guardia di cui lasciò parte delle sue genti.

Corse Giannantonio per espugnarlo, ma incontrò duro intoppo. Quel castello, oggi ridotto a palazzo, era forte per sito, inespugnabile per le difese. Pur quando l’assalitore seppe dello stato della nipote, le mandò dal campo quanto potesse abbisognarle [52]; con dolci parole la consigliò ad arrendersi.
Cedette alle lusinghe la soffrente donna, e fu mandata cattiva a Spinazzola!

Finalmente colla pace sorta nel Regno sorse anche la concordia fra’ due congiunti. A farla stabile il Duca Francesco diede in consorte a Maria Conquesta Orsino, figlia naturale di Giannantonio, il suo secondogenito Engelberto.

Morto Giannantonio (1463), i suoi feudi, per testamento, cedettero in potere del Re Ferdinando, col tesoro in cui chiudeasi un milione di scudi. Di questi, 50,000 furon dal Re dati al Duca di Andria, in risarcimento de’ danni patiti dalla sua città durante l’assedio. Ed e’ li spese facendo cavar delle cisterne, dentro e fuori le mura.

NOTE
(52) Costanzo, lib. 20, pag. 504.

Arcosolio di Francesco II Del Balzo - foto Ist. Arti Grafiche di Bergamo
[Fototeca INASA, fondo Ricci]

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XXII.

Fu virtuosa la vita del Duca Francesco del Balzo, furon chiari per santità gli ultimi suoi anni.
Poiché videsi presso all’ultima linea delle cose depose volontario la carica di gran Contestabile, si spogliò d’ogni fasto Ducale, e si diede a praticare la regola de’ Frati Domenicani, vestendo benanco ne’ di festivi l’abito di terziario dell’Ordine. Poi ad attestare a’ Frati medesimi la sua benevolenza loro concesse in perpetuo il possesso di quattro miglia di mare, che egli avea qua’ beni burgensatici nell’Adriatico.
Con questi pietosi sentimenti mancò a’ vivi nel 1482.

Andiamo a vederne la spoglia nella chiesa de’ Domenicani. È chiusa in una cassa posta entro una nicchia, sovra di cui si vede il busto in marmo. Gli anni non l’han distrutta interamente. Il forestiere può osservarla, e scorgerne i principali lineamenti.
Sotto il busto si legge: [NDR]

FRANCISCO. EX. AVITO. AC. PRÆCLARO. MAJORVM. SVORVM. GENERE. DE. BAVCIO. IN. INSIGNIS. GENTILITJ. SIDERE. INDICATO
MAGNO. REGNI. NEAPOLITANI. EQVITVM. COMITI. AC. ANDRIENSIVM. DVCI. AMANTISSIMO. ALMO. GVILIELMI. DE. BAVCIO
ET. ANTONIÆ. BRVNFORTÆ. VIGILEARVM. COMITIS. FILIO. FRANCISCI. VERO. AVI. SVI. EJVSQVE. CONJVGIS. SVEVÆ. VRSINÆ
NEPOTI. DIGNISSIMO. PYRRHI. AVTEM. ALTAMVRENSIVM. PRINCIPIS. AC. VENVSINORVM. DVCIS. ENGELBERTI. ETIAM. NOLÆ
ET. ANTONIÆ. S. SEVERINÆ. COMITVM. PARENTI. OPTIMO
QVOD. EXVVIARVM. SVORVM. SCELETVM. IN. SVBJECTA. HEIC. ARCA. RECONDITVM. EX. BENEVOLENTIA. SVA
HVIC. ORDINIS. FF. PRÆDICATORVM. FAMILIÆ. TESTAMENTO. RELIQVERIT. ALIAQVE. BENEFICIA. CONTVLERIT
QVVM. DIEM. EXTREMVM. OBIIT. ANNO. REPARATÆ. SALVTIS. MCCCCLXXXII. ÆTATIS. VERO. SVAE. LXXII
BENEFICENTISSIMO. JVSTO. AC. PIO. PRINCIPI.
EJVSDEM. CŒNOBJ. GRATA. FAMILIA. VNA. CVM. EJVS. SIMVLACRO. SVPRAPOSITO. IN. PERENNE. MONVMENTVM
JVSTA. PERSOLVENS. HOC. EPITAPHIVM. APPONI. CVRAVIT

NOTE

[NDR] In questa trascrizione dell'epitaffio sono state corrette alcune imprecisioni ed omissioni rilevate nel testo di Cesare Malpica, rispetto a quanto effettivamente scritto sulla lapide.

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XXIII.

Gli successe nel Ducato Pirro suo figliuolo, che prese poi il titolo di Principe, per l’acquisto che fece di Altamura.
Ma in lui la fortuna de’ del Balzo si ecclissò. Avendo egli preso parte alla congiura de’ Baroni fu con parecchi di loro spento, e Andria concessa a Federico d’Aragona, il quale vi pose la sede colla Reale famiglia, riconoscendola egli come capitale degli altri suoi Stati, finché non salì al trono di Napoli.

Sono famosi i quindici articoli d’una legge per lui dettata mentre dimorò in Andria per fare esenti dalle frodi i contratti matrimoniali. Famosi ancora per essere stati in osservanza in Andria e ne’ dintorni dal 1489 al 1808.
Ne trascriviamo un brano nelle note per soddisfare la curiosità del lettore [53].

NOTE
(53) «Federicus Princeps Altamuræ: Dux Andriæ etc. Havendo noi inteso che in la Città d’Andria in lo contrahere delli matrimonji circa la costitutione et lucrare delle doti quarto, e meffio (donativo) tanto ex parte viri, come dalla donna, per la prava, e mala consuetudine, et obscurità, resultano diverse ambiguità ec. Ordinamo, e statuimo, che lo marito quando riceverà la dote per la quantità, ch’è stata promessa da sua mogliere, o dal padre, o da altro, debbia esso marito fare cauta la sua mogliere, padre, o altro, de conservare, e restituire le dette doti, quando succedesse il caso della restituzione ec.»

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Disfida di Barletta: combattimento -  acquerello di Tommaso Minardi
[Disfida di Barletta: Il primo scontro delle lance -
acquerello di Tommaso Minardi, Pinacoteca di Faenza]

XXIV.

Or trasportiamoci col pensiero al dì 13 di Gennaio del 1503. Vedete que’ tredici cavalieri che col sorgere dell’alba vengon di Barletta in Andria?
Sono i tredici Italiani del battaglione italico dell’esercito del gran Capitano Consalvo di Cordova. Chiamati vili e codardi da’ francesi di La Motte dimoranti in Ruvo, sfidati a singolar cimento, vanno a sostenere colla spada l’onore e il nome di quella che fu Regina del le Nazioni, per sapienza, e per valore.

Una pianura presso Corato, luogo intermedio fra Ruvo e Barletta, e poco lungi da Andria, è il campo prescelto.
Pria di recarvisi i tredici valorosi vanno a prostrarsi nel Duomo andriese, e colà invocano il favore del Dio delle battaglie.

Qual fosse l’esito della tenzone è noto nelle storie, fu celebrato da’ Romanzieri, e da’ Poeti, e però stimiamo superfluo ogni altro ragguaglio.
Solo diremo come i vincitori cinti, e seguiti da immensa gente accorsa dalle città vicine, furono al ritorno accolti e festeggiati in Andria da Marcantonio Colonna, Duca di Termoli, Giovanni Carafa, Conte di Policastro, Gismondo de Sanguine, Martino Lopez, e da altri chiari Italiani e Spagnuoli. Di là recaronsi a Barletta preceduti dal Clero uscito ad incontrarli a mezzo del cammino.

Un monumento fu alzato a tre miglia di distanza tra Andria e Corato, colla si nota iscrizione ricordata dagli storici.
Gli uomini no ’l curarono, lo distrussero. Sol puoi vedere in una meschina casa rurale del territorio detto di S. Elia, di proprietà del Capitolo della Cattedrale di Trani, la lapide che il monumento ornava: i buoni Canonici a serbarla l’han fabbricata nella parete dell’umile tugurio.

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XXV.

Ora Andria obbedisce a novello Signore.
I Francesi son disfatti a Cerignola da Consalvo [di Cordova] (Maggio 1503). Il Monarca delle Spagne a premiare il valore del suo Duce gli conferma il titolo di Vicerè, e gli concede il Ducato di Andria.

Due memorie raccomandano il suo dominio alla gratitudine degli Andriesi: i soccorsi da lui largiti alla città durante il flagello della peste; e la legge con cui volle che i suoi cittadini nelle cause, sì civili che criminali, dipendessero unicamente dal loro particolare tribunale.

Tornato nella Spagna il Consalvo, Andria obbedì ad Aloisio Guevara di Cordova suo parente, e marito della di lui figlia.
Sotto questo Duca Andria soffrì due tremende sventure: fu posta a ruba e a sangue da Odette de Fois, Signore di Lautrec, sceso nel regno co’ suoi francesi; fu desolata dalla cruda peste che afflisse Italia tutta (1528).

Morto Aloisio gli successe il figlio Consalvo, che mandò a governarla un Giorgio de Salredo.
Fu questo Consalvo che con suo editto del 1550 confermò il privilegio della fiera a pro del reverendo Capitolo.

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XXVI.

Il Duca Consalvo II costretto a dimorar nelle Spagne fermò di vendere il suo Ducato di Andria pel prezzo di 100,000 scudi.
Questa nuova turbo l’animo de’ cittadini, temendo essi non qualche uomo d’ignobile legnaggio acquistasse il dominio della città.
Ad evitar questo possibile danno le ventisei famiglie notabili si raccolsero in parlamento sulla piazza di Corte, e dopo tre giorni di non pacifiche conferenze decisero: si pagassero al Duca i 100,000 scudi; Andria si acquistasse in loro nome.

Non appena il popolo ebbe ciò udito, insorse tumultuando. Non volere, dicea, obbedire a ventisei Signori; essere questa una insopportabile aristocrazia; si comprasse Andria, ma a nome della università; con gente eletta dalla università si reggesse.
Ma a’ notabili non piacea il partito. Negarono di dare pur un obolo del loro denaro.
Da ciò nacque una effervescenza che sarebbe divenuta sorgente di gravissimi fatti se gli ecclesiastici non erano, i quali percorrendo la città consigliavan pace e docilità alle turbe, promettendo loro il favore del Cielo.

Nè questo fu tardi. Tosto giunse la nuova: essere il Conte di Ruvo Fabrizio Carafa entrato in trattative col Consalvo per l’acquisto del Ducato. Piacque l’annunzio; il popolo acchetossi.
Nobilissimo era il Conte di Ruvo, e non odioso.

Ma in questa nuovo ostacolo sorse a ridestar la procella. Il Conte non avea tutta la somma, mancavan 15,000 scudi a’ 100,000.
Allora si convocò una novella assemblea; una specie di comizio, in cui furono ammessi gli ecclesiastici, i gentiluomini, e quelli che fra il popolo avean grido maggiore.
Dopo lunghi parlari fu risoluto: dall’erario pubblico si fornissero al Conte i 15,000 scudi sotto certe condizioni che egli giurerebbe di osservare.
Ed ecco che Gianmarco Leopardi, Domenico Sagariga, Giacomo Tesoriero, Ferdinando de Angelis, Flavio Curtopassi, Alessandro Spoletrino, Fabio Cito, e Gio: Battista Bianco furono deputati al Conte per recargli in Napoli il denaro, per fargli giurare i patti contenuti nel pubblico istrumento rogato pel Notaio Nicolangelo Facinio.

Dicesi in questo atto:
la Università di Andria pagare al Conte di Ruvo scudi 15,000 a compimento di 100,000 richiesti dal Duca Consalvo per alienare il Ducato, formato dalla città di Andria, e suo stato, e dal Castello del Monte; Ciò farsi a riguardo delle nobili qualità del Conte: a patto che esso illustre Conte dovesse con pubblico atto confermare tutti i privilegi, grazie, immunità, esenzioni, prerogative, capitoli, statuti, consuetudini, officî, dignità concessi agli Andriesi da’ Re, dagl’Imperatori, e da’ suoi Duchi.

Accolse il Duca con lietissimo viso i Deputati; giurò con istrumento stipulato dal Notaio Giulietta di Napoli la osservanza di tutte le condizioni che gli erano imposte; obbligossi benanco; a stabilir sua residenza in Andria; ad accordare un generale indulto a qualsiasi imputato; a restituire il denaro in caso di non adempimento.

Questi fatti ricorda il grandioso palazzo Ducale di Andria.
Danneggiato dal tempo e dagli uomini fu restaurato dal Conte Fabrizio, il quale vi spese ben 120,000 scudi.
Poi correndo il 1556 venne a stabilirvisi colla sua moglie Porzia, e co’ suoi quattro figli Antonio, Vincenzo, Francesco, e Orazio, avendogli l’Imperatore Carlo V concessa la investitura.

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XXVII.

Epigrafe di Giovanni Bovio in memoria di Ettore Carafa (in Municipio)
[Epigrafe di G. Bovio in memoria di Ettore Carafa]

Ebbero un pacifico Regno i Conti di Ruvo fino al 1799. Tranne qualche fatto di poca importanza, tranne la fondazione di qualche convento e del seminario, altro non ricorda la storia di Andria in questo lungo periodo di quasi due secoli. E però noi possiamo saltarlo a pie’ pari, per intrattenerci sovra un fatto che grandemente onora gli Andriesi.

Chi giunto in Andria si arresta innanzi alla porta detta del Castello vede la fronte dell’arco che la regge retta in due parti. Quelle stimmate ricordano tutta una storia, che non va dimenticata, e che noi narreremo con sincere e brevi parole.

Il torrente rivoluzionario di Francia, dopo di aver travolti colà uomini e cose, sormontò le Alpi, e inondò l’Italia, giungendo co’ suoi flutti fino al mar di Scilla.
Ma non tutte le genti furon dome dal suo impeto; e fra queste gli Andriesi osarono alzare il capo, per far sì che non si accostasse alle loro mura. Troppo eran essi teneri del titolo di fidelis accordato alla loro città.
Una non numerosa schiera retta da Broussier tenea le stanze in Barletta. Si unirono ad essa molte genti accogliticce. Tra queste v’eran coloro che correan dietro alle lusinghe de’ tempi, ed erano i pochi; e quelli che miravano allo spoglio delle altrui sostanze, ed erano i moltissimi. V’erano fra’ primi, chi’l crederebbe! un che pe’ natali [Ettore Carafa], e pel grado avrebbe dovuto non mescolarsi in ta’ ribalderie.

Gli Andriesi quando ebber saputo che il nemico era in Barletta accennando ad Andria si disposero non solamente alla difesa, ma giurarono altresì di opporre alle armi rivoluzionarie la più fiera resistenza.
Tutti gli uomini atti alle armi, coloro financo che mai di armi non seppero, tranne i soli vecchi impotenti e gl’ infanti, si formarono in compagnie. Si raccolsero in copia armi, viveri, munizioni, ciascuno fornendo come potea denari all’uopo. Si visitarono le mura, e le porte, quelle restaurando ove occorrea, queste fortificando. Poi le chiusero, e ne affidarono la custodia a vigili cittadini. Intanto nella città regnava un cupo silenzio, un tetro raccoglimento, qual d’un popolo che sa di esser devoto alla morte, ma che pur non teme di andarle incontro, per serbare intatte le sue credenze, il suo culto, e le sue istituzioni. Solo scorgevi un andare e venire di armati; e drappelli di donne che recavan su le mura quanto abbisognava alla resistenza; e devote processioni di Sacerdoti che a capo chino, a mani giunte, in vesti di penitenza invocavano per la diletta patria i soccorsi e la misericordia del Signore. S’accordava alle lugubri litanie la ricorrenza della Settimana Santa.

Quindi ne’ templi vestiti di gramaglie, a pie’ de’ nudi altari, udivi un gemito prolungato di vecchi, e di donne: pregavano, quelli pe’ loro figliuoli, queste pe’ loro fratelli, o mariti.

Era quel dì che al Sol si scoloraro
Per la pietà del suo fattore i rai
,

quando verso il tramonto s’udì la nuova: avere la schiera di Broussier già spiegate le ordinanze in Barletta: partirebbe in breve per alla volta di Andria: col favor delle tenebre si accosterebbe alle mura.
Immagini ognuno qual notte sia stata quella per Andria.

Ed ecco che apparvero i primi albori del dì 23 di Marzo [era un sabato santo], giorno tremendo di sangue ne’ fasti di Andria.
Quelli che erano a guardia delle mura udirono un dimesso mormorio, uno strepito d’armi, un nitrir di cavalli.
Tosto di porta in porta corre l’annunzio: avere il nemico invasa la campagna; esser già sotto a’ baluardi; sembrar più folte le compagnie che guardavan le porte.

In questa traverso l’incerto chiaror dell’aere il drappello che era postato sul campanile del Carmine scorse le baionette, e i pennacchi de’ granatieri di Francia.
A darne l’avviso a’ compagni questi prodi scaricano i loro archibugi, cui fu risposte da’ soldati di fuori.
A questo segnale tutte le porte si spalancarono, tutte le donne furon fuori ad animare i loro diletti nel fatal cimento, tutte le campane suonarono alla distesa, a’ salmi del profeta del dolore si sposarono le fervide preci de’ devoti, e ’l grido di: all’ armi, all’ armi o Andriesi, e lo strepito de’ tamburi di Francia che battean la carica, e le onde sonore dell’inno con cui quelle genti soleano incitarsi alla battaglia.

Di su di giù era un trarre continuo incessante di archibugiate. Andria tutta era cinta da una nube fiammeggiante, entro di cui erano involti gli assalitori, e gli assaliti. Le bombe, e le granate cadean dentro con uno scoppio orrendo, uccidendo uomini, diroccando tetti, flagellando le facciate degli edifizî. Era più feroce la resistenza, e quindi più feroce l’attacco a Porta della Sbarra: perché colà il numeroso presidio avea certi mortaletti legati a delle travi come sovra affusti, e facea con essi un fuoco micidialissimo, respingendo tante volte i Francesi, quante volte stretti e agglomerati tentarono di appressarsi. Era egualmente terribile la pugna a Porta Castello. Di rimpetto a lei aveano i Francesi piantato un cannone, e con esso la batteano.

Or gli Andriesi aveano in quel sito anche essi un cannone, il solo che possedessero, ricevuto in dono da’ Tranesi. Questo cannone era servito da un solo artigliere, di cui ci duole non veder notato il nome nelle storie, e ben lo meritava! Era da Bitonto questo valoroso, avea servito nell’artiglieria del Re, e passati molti anni nelle batterie della forte Gaeta. Senza compagni, senza gli opportuni attrezzi, con due soli proiettili di calibro, con tre sole cariche di polvere, questo intrepido volle dare una lezione di destrezza e di pratica all’artiglieria dello straniero.

Incontro alla Porta Castello s’apre la diritta via che mena a’ Cappuccini. Quando, avuto il segnale, la vide piena di soldati, caricò il suo pezzo con chiodi, e altri ferramenti, aprì lo sportello, vi accostò il cannone, e mirando il gruppo degli Uffiziali di Stato Maggiore, scagliò il colpo. E colse nel segno; tra gli altri che caddero vi fu il Maggiore dell’artiglieria: prode soldato, che tratto in Barletta sopravvisse sol poche ora alle ferite.

Di ciò non fu pago il Bitontino. Vedendo che i Francesi a presti passi s’appressavan col cannone alla porta, caricò nuovamente, ma sta volta con proiettile di calibro. Quindi senza muoversi dallo sportello spalancato, non ostante la grandine delle palle, mirò propriamente al cannone nemico, a fin di renderlo inutile. Tanto avvenne. Il carretto andò per terra infranto!

Broussier scorgendo come da questa parte fosse inutile l’attacco menò grosse e unite le sue genti sul piano dell’orto del Capitolo. E l’artigliere a correre colà col suo cannone, colla sua ultima carica di polvere, col suo ultimo proiettile. Giunto su quella parte di muro che guarda la casa de’ Sarchio gettò nella ferrata gola la polvere, e la palla, vi aggiunse de’ ferramenti, e fece cadere su gli assalitori il mortal colpo, che menò strage di molti e molti.
Il Duce spumante di rabia, vedendo come i suoi che pure avean vinto tante battaglie, cadessero a centinaia per mano di gente non agguerrita, comandò: scalassero in massa le mura.

Ora rifulge il disperato valore degli Andriesi: ora si scorge quanto possa una sentita credenza ne’ petti degli uomini. Cessando dal trarre, i cittadini diedero di piglio a tutte le armi che loro somministrò il furore. Con tizzi roventi, con pali, con sassi, con scimitarre, con suppellettili loro recate dalle donne, flagellano, percotono, gettan giù dalle scale l’animoso, e meravigliato nemico. Tre volte granatieri, ussari, e accogliticci giunsero in cima, tre volte precipitaron giù pesti, malconci, o trafitti.

E — avrebber vinto i cittadini se un tremendo annunzio non era. Molti accorrendo gridavano: avere i Francesi espugnata Porta Castello, pel mancato cannone, e pel presidio scemato dalla morte.
Difatti tanto era avvenuto. I tamburi e le trombe già risuonavano nell’interno della città. Gli arrabbiati assalitori, a modo di belve sitibonde di preda e di sangue, già ingombravan le vie della misera ed eroica Andria!

Credevan essi che vinti dallo spavento i cittadini avessero deposte le armi. Ma s‘ingannavano. Quanti eran coloro che poteano ancora maneggiare un fucile, abbandonando le mura corsero su’ terrazzi delle case: quante eran le donne, quanti erano i fanciulli, financo i vecchi, financo gl’infermi si posero alle finestre. Quindi cominciò una pugna spaventevole, inaudita: una lotta tra’ nemici di giù, e i cittadini di su; una lotta che dalle vie si propagò di tetto in tetto, di casa in casa. Suonavano i tamburi, squillavan le trombe, e le campane, bestemmiavano i Francesi, gridavano i cittadini, urlavan le donne, si udiva il fischio delle palle, il gemito de’ morenti, il cader de’ gravi pesi slanciati dall’alto, il fremer delle fiamme appiccate a vari luoghi: caldaie d’olio bollente, bracieri accesi eran rovesciati sul nemico, che fatto più furente raddoppiava gli sforzi per vincere. Alfine i colpi di su divenner più radi, per mancate munizioni, e per stanchezza, non per scemato ardimento.

dipinto raffigurante l'eccidio in Cattedrale

Allora gli assalitori poteron francamente salir su le case. Allora cominciò il ferale dramma ad assumere un aspetto diverso.
Quanto potea esser preso fu tolto; quanto era immobile fu rotto; chiunque alzasse una voce fu ucciso. Si vedean per le vie, per le scale de’ palazzi, per le stanze , cadaveri deformati, feriti palpitanti, donne violate, forzieri infranti, lingerie sparse, suppellettili spezzate.
Fu violata la santità de’ conventi, furon le celle poste a sacco, le Suore e i Frati soggetti a orrendi trattamenti. Furon profanati i templi, la Cattedrale specialmente. Arredi sacri, ori, argenti, donativi, fin le Sacrosante Custodie del Dio Vivente furon segno alla sfrenata rapacità.

Erano efferrati i Francesi; ma più efferrati e cannibali di loro si mostraron que’ che Francesi non erano!
I Sacerdoti che osarono difender le are di Cristo le bagnaron col loro sangue! — I Religiosi non sapeano a chi aver ricorso. Tutta una Comunità di Suore co’ panni laceri, colle membra peste, correndo, corse a cercare un asilo nel palazzo ducale — là dove il Duce di Francia s’era ritirato.

Ed ecco venire a’ suoi piedi un cittadino; un vecchio pallido, a metà nudo pel patito saccheggio; Carlantonio d’Urso, agente generale de’ Carafa. A che! — gridò egli animosamente, — le schiere di Francia fan cose non decorose per delle truppe disciplinate! Che si vuole più dalla misera Andria, ridotta omai un cumolo di cadaveri e di macerie! Frenasse pure i suoi; fosse pago della ottenuta vittoria.

Broussier che non avea l’anima crudele si lasciò commovere. Ordinò che i tamburi suonassero a raccolta; e, alle ore cinque pomeridiane uscì colle schiere di ordinanza dalla insanguinata Andria; tirandosi dietro lunga riga di carri, su cui erano i cadaveri de’ soldati, almeno quelli che poteronsi raccogliere. Giunto al largo de’ Cappuccini fece arrestar la marcia, compose le morte spoglie in mucchi, e vi appiccò il fuoco. Orrenda ecatombe!
Ma non per questo cessò il sacco della città. I non Francesi lo continuarono fino a sera. Finalmente usciron anch’essi dalla depredata terra, non che fosse venuta meno la ferocia, o la brama di rapina, ma sol perché mancavan gli oggetti a sfogar l’una e l’altra.

Alla dimane cittadini e Sacerdoti, piangendo, recitando salmi, preceduti dalla croce recaronsi anch’essi a dar tomba a’ fratelli caduti per la patria. Assegnarono un luogo distinto alle spoglie de’ Sacerdoti, diedero tomba a quelle de’ cittadini in alcune cisterne, di cui chiusero ermeticamente gli orifizî. Poi raccolsero i cadaveri de’ Francesi, e de’ raccogliticci che ancora ingombravano le vie, e nel piano de’ Cappucini li bruciarono.

Mancaron de’ Sacerdoti quarantatrè. Di questi diciotto appartenevano alla Cattedrale, gli altri alle due Collegiate, e a’ Conventi. Militi della Fede caddero difendendo i suoi altari.
De’ cittadini mancarono seicento — quasi tutti morti combattendo corpo a corpo col nemico. De’ collettizi, a volerlo giudicar dal numero de’ cadaveri, caddero cinquecento.

Ma! quando Broussier, schierate le ordinanze, numerò i suoi, trovò che 2,000 non risposero alla voce che li chiamava. Ed eran de’ vecchi soldati quelli. De’ soldati che avean vedute le guerre d’Italia, e d’Alemagna.
Scorgendo la immensa perdita arse di nuova sdegno, volea tornare indietro, giurava che di Andria non rimarrebbe pietra sopra pietra. Ma gli furono intorno i buoni, e con dolci parole, e colla promessa d’una forte taglia arrestavan l’ira del bollente soldato.

Quindi un suo ordine dicea agli Andriesi: pagassero, immantinenti, sotto pena di sterminio, come contribuzione di guerra 12,000 ducati.
Ma dove prendere questa somma! I gentiluomini e i Sacerdoti poterono appena raccorne la metà. Con essa vennero a Barletta, supplicando il vincitore di accettarla. Ma! lo direm noi! Ebber la pruova che in questo affare della contribuzione il Francese vi entrava sol di nome. I denari de’ miseri Andriesi caddero in altre mani.

Cosi ebbe fine il terribile Dramma.
Questa fu la eroica resistenza di Andria al torrente di quelle idee, che tanto danno, e irreparabile, recarono alla povera Italia.

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XXVIII.

Tanta fedeltà non rimase senza premio. Quando il Monarca tornò al soglio avito comandò che Andria per un decennio fosse esente dalle contribuzioni fiscali, e dal fornire soldati all’esercito.

Nel 1806 gli altri mutamenti avvenuti nel Regno non ebbero per lei una particolare influenza. Andria seguì la sorte del Regno intero, né i suoi fasti fino a nostri dì offrono alcun avvenimento degno di ricordanza, tranne un solo che qui riferiamo.

Quando la città fu manomessa nel 1799, tra le altre cose preziosissime di cui dovette lamentar la perdita, quella vi fu d’una Santa reliquia, carissima al Clero e a’ cittadini, e per molti, secoli venerata qual celeste palladio. Era una delle spine che formaron la corona, con che i carnefici trafissero il capo del Redentore.

La donava al Duomo di Andria la Principessa Beatrice d’Angiò, quando venne Sposa del Duca Bertrando del Balzo. Come fosse pervenuta nelle di lei mani fia pregio del nostro lavoro il raccontare.

È noto per le storie con quanto zelo i Cristiani, poiché Costantino ebbe assicurato il trionfo della Fede, cercassero le memorie della Passione dell’Uomo-Dio È noto per qua’ prodigiose vicende gran parte degli strumenti del supplizio giungessero in poter della Chiesa. Fra questi la Corona di cui parliamo era nel 1238 posseduta da’ Francesi che, reggeano Costantinopoli [54]. Ora avvenne che essendo la città cinta di assedio, e in preda alla fame, Baldovino II, per provvedere agli urgenti bisogni desse in pegno la Santa Corona per 13,134 Pepri, di moneta Imperiale. Venuta la scadenza, e non avendo denari per riscattare il Sacro deposito, si ebbe ricorso al nobile veneto Nicola Quirini, il quale fornì la somma che gli si chiedea, a patto però che la Corona si serbasse nella Chiesa de’ Veneziani, per trasportarla di là in Venezia, se scorsi quattro mesi non fosse il debito soddisfatto.

Dura condizione era questa. Baldovino dolentissimo la fece nota al Santo Re Luigi IX. Questi cogliendo il destro che gli si offeriva di possedere un sì prezioso ricordo, fece immantinente pagare al Veneto i suoi denari, e anziché dare a Venezia la Corona volle che Francia la possedesse.

«Quando essa giunse a Villeneuve, — dice lo storico che citiamo nelle note — alcune leghe lungi da Sens, andò il Re ad incontrarla, e non l’abbandonò finché non giunse nella Reale Parigi. Dopo che il popolo ebbe soddisfatta la e sua pietà, si depositò la Santa Corona nella Cappella del Palazzo, oggi nota col nome di Santa Cappella.»

E Guglielmo Durando Scrive [55], d’aver egli veduta questa Corona nella Cappella del Re di Francia; e di esser essa formata di giunchi marini: Corona fuit de juncis marinis, sicut etiam vidimus in thesauris Regis Francorum, quorum acies non minus Spinis duræ sunt, et acutæ.

Morto Manfredi, caduto il Regno di Napoli in poter di Carlo Duca d’Angiò, fratello di Luigi IX, quando egli vi giunse nel 1266, tra le cose preziose che portò seco vi furon due delle Spine di quella Corona. Di una fece presente al Clero del Duomo Napolitano; tenne l’altra per sé.

Alla sua morte fu il trono occupato da Carlo II suo figlio, di cui era figliuola Beatrice. Costei nel 1305 andò sposa di Azzo VIII Marchese di Ferrara, a cui recò in dote la Contea di Andria; tolta a Pietro, ultimogenito del Re. Rimasta vedova sposò in seconde nozze nel 1308 il Conte Bertrando del Balzo, a cui recò la medesima dote.

Venuta col marito a porre le sue stanze in Andria, pria di partirsi ottenne dal padre in dono la Sacra Spina, che poi in attestato di benevolenza fu da lei stessa donata al Duomo andriese, coll’obbligo di esporla alla venerazione de’ fedeli. Immagini ognuno come que’ cittadini la tenessero cara, e con quanto fervore l’adorassero.

Ed ecco che nel trambusto del 1799 fu inviolata. Invano al ritorno della calma i Sacerdoti, e i cittadini la ricercarono; invano della sua perdita si dolsero fino al 1837 — quando occupando la Sedia Vescovile l’attuale virtuoso Prelato, Giuseppe Cosenza, il Signore permise che Andria racquistasse il perduto palladio.

Un uomo di pii costumi recatosi innanzi al Vescovo gli manifestò e chi lo possedea, e il luogo ov’era celato. Immantinenti un zelante Canonico fu spedito là dove il narratore dicea, e propriamente in Venosa, nella casa del cameriere del defunto Vescovo Guarini. Visitata diligentemente ogni stanza, mescendo alle preghiere le minacce, alle promesse i consigli, giunse finalmente il buon Sacerdote a scoprire il Sacro deposito.

Tosto le Autorità locali e i Sacerdoti tutti accorsero. Ma il Canonico non concesse che la Santa Reliquia si togliesse dal nascondiglio se pria il suo Vescovo, da lui chiamato, non giungesse. Questi avuto l’annunzio si mosse senza por tempo in mezzo, giunse in Venosa (25 di Ottobre) accompagnato da’ suoi Preti, e poté giulivo e riverente baciare quella sacra e benedetta memoria.

Scrisse poi al Capitolo in Andria: nel dì ultimo del mese, una a tutti i Sacerdoti, e a tutto le comunità religiose, si recasse ad aspettare nella Chiesa dell’Annunziata fuori le mura: colà giungerebbe al cader del sole: di là processionalmente ricondurrebbero al l’antico sito la reliquia eccelsa. Così fu fatto.

Fu giorno solenne e glorioso quello. Le campane suonavano a festa, eran parate con arazzi le case, erano sparse di fiori le vie, tutta una gente devota e giubilante attendea col clero in paramenti di gala il Prelato; il quale reduce di Venosa giungea in mezzo al suo ovile all’ora prefissa. Allora la devota gioia ruppe ogni freno. Piangean di contentezza i cittadini, alzavan inni di ringraziamento i Sacerdoti, ognuno si rallegrava col suo vicino, come ne’ tempi di pubblica felicità.

Il Vescovo con l’argentea urna fra mani, sotto al pallio, preceduto dalla sacra processione, seguito dal popolo, costeggiando le mura entrò in città, e quindi nella sua Cattedrale. Colà salito sul grande Altare benedisse il popolo genuflesso con la Santa Reliquia; la quale fu poi in decoroso modo trasferita nell’Episcopio, ed ivi in apposita stanza decorosamente posta.

Cola oggi si vede: colà noi che scriviamo la vedemmo ancor non fa molt’anni, invitati ad adorarla dal cortese quanto illustre ed umile Prelato. Possano gli Andriesi goder per sempre sì preziosa memoria: possa la loro devozione non intiepidirsi mai.

Questo religioso episodio della storia di Andria abbiam voluto narrare per riposarci al quanto dalle scene delle guerre e de’ trambusti politici. E fu nostra gran ventura il poter narrare un fatto che si lega a’ prodigi del Cielo, dopo di aver narrato tanti fatti che ricordano le passioni degli uomini.

Or ci chiama a sé il Castello del Monte.

NOTE
(54) Stor. Rom. L. 12. Cap. 2.
(55) Rational. Divin. I. 6. C. 77.

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XXIX.

Disegno dell'architetto Victor Baltard 1836, pubblicato da H. Bréholles
[Disegno dell'architetto Victor Baltard 1836 - elab. elettr. del colore]

È il faro de’ naviganti che veleggiano per l’Adriatico Castel del Monte. Torreggiante su la conica collina che gli serve di base egli addita loro le pugliesi terre, che tanto invocarono, pellegrinando per lontani paesi.

Lo scorgi non appena varchi il monte che s’interpone fra il Vallo di Bovino e l’immenso Tavoliere. Lo segui con l’occhio traversando la Capitanata. Lo risaluti allorché tornando di Terra d’Otranto, tocchi quel delizioso giardino che forma la Terra di Bari.

Puoi salirvi movendo da Andria; puoi andarvi prendendo le mosse da Minervino e varcando le Murgie. Quest’ultima via fu per noi prescelta.

Era un mattino sul cader di Ottobre e soffiava un vento impetuoso, quando noi lasciata la casa ospitale montammo a cavallo, accompagnati da lieta e cortese comitiva di amici.

Traversando le Murgie, contemplando que’ scheggiati monti alberghi di greggi e di pastori, avevam sempre l’occhio fiso al Castello, che or ci appariva, ed or si celava, a seconda che giungevamo sul vertice d’un colle, o scendevamo giù nelle valli. Alfine e vette e valli lasciandoci alle spalle, giungemmo a piè dell’altura desiata. Allora il Castello ci apparve in tutta la sua grandezza, con le sue otto torri robuste, con le sue finestre ad arco gotico, con le sue mura massiccie che videro tanti secoli, tanti uomini e tanti avvenimenti.

Ponendo il cavallo a passo lento su per la china, abbandonandogli il freno sul collo, piegammo le braccia al petto, e andammo pensando alla storia di quella rocca.

La è antichissima. Forse esistea a’ tempi che videro in queste nostre contrade i Greci, i Saraceni e i Longobardi. Tal’ è la opinione del Pratilli, che la dipinge «tutta vestita al di fuori di marmo rustico, a punta come di cono di diamante, e al di dentro tutta incrostata di scelti marmi ben lavorati e commessi, oltre a molte colonne ec.» Crede benanco che fosse una tomba a’ tempi del paganesimo, ridotta dipoi a fortezza. Ma ciò non par vero. D’ un monumento funebre sì colossale non v’ ha memoria nelle nostre storie. E ben gli storici ne avrebber fatta menzione; ch’egli avrebbe vinto il monumento di Cecilia Metella in grandezza e magnificenza, e quasi emulata la Mole Adriana.

Nel 1009 fu occupato a viva forza da’ Saraceni, non ostante la resistenza di due famosi Duci Baresi, Melo e Datto: Saraceni comprehenderunt Botuntum et Castrum Nætii, Anno 1009. E Castrum Nætii era un de’ nomi che davansi a questo Castello.

Nel 1029, Rachio Duca di Puglia ne tolse il dominio a’ Greci e a’ Saraceni «Raycus Dux Barensis post Dattum præliatus est cum Græcis, qui victi sunt prope Botuntum, et cepit eam cum Castrumonte (vulgo Castello del Monte) quod adhuc existit situm inter Canusium, et Andriam.»

Nella Cronaca di Alessandro Celesino, là dove si tocca delle ribellioni di taluni Baroni normanni nelle Puglie, contro il Duca Ruggeri, figlio di Ruggero Re di Sicilia, si fa spesso parola di questo Castello.

Dunque è falso che esso ripeta la sua esistenza dagli Svevi. Ben poté Federico II adornarlo con marmi e accrescergli splendore: ma che sorgesse per suo cenno non par certo.

Un antico manoscritto d’un Riccardo Bellapianta dice chiaramente: esservi su questo Monte, a’ tempi di Roberto Guiscardo, una torre Lombarda: averla egli fatta demolire e alzare in sua vece il Castello, di poi terminato da Ruggero suo figlio. E ‘l Cavalieri soggiunge: avervi Ruggero adattata una porta di bronzo recata dal padre da Palermo; la quale trasportata in Napoli fu poi posta da Carlo d’Angiò in Castel Nuovo.

Checché vogliasi credere di queste varie opinioni, certo è che questo castello cominciò ad essere splendidissimo a’ tempi di Federico II, avendone egli fatto un soggiorno di delizia pe’ dì che dedicava alla caccia. Qui egli venne a distrarsi dal dolore della perduta Jolanda; di qui mosse per Barletta, ove convocato un solenne parlamento provvide alla successione del Trono, caso che e’ morisse in Palestina.

Qui venne Ferdinando d’Aragona col suo corteggio: di qui spedì il decreto con cui concedea due territori alla Chiesa Canosina, e però si legge in piè del foglio: Datum ex felicibus Castris Montis prope Andrien, die XI Ianuarii sextæ Indictionis an. 1459: e qui pure furon fermate le nozze tra Pirro figliuolo del Duca di Andria e Maria Donata Orsino de’ Duchi di Venosa.

Ma una memoria anteriore grandeggia fra tutte. Spento Manfredi, qui furon chiusi i suoi figli, affidati a un custode, col sussidio di due tarì al giorno.

Era magnifico, era ricchissimo di marmi e rabeschi, era adorno di colonne di granito, era degna dimora e deliziosa per un Monarca.
Tal si mantenne fino alla metà del secolo XVIII. Ascoltate l’Abate D. Placido Troyli, che lo vide nel 1745.

«È disegnato in modo di fortezza Tom. 4, par. I, pag. 128), con otto torri grandissime negli otto suoi angoli, ogni torre di sei angoli: con le mura larghe dodici palmi e più, tirate con nobile e uguale maestria, con pietre tutte quadrate, che paion di getto. Nelle torri vi son varie balestriere con ugual simmetria disposte. La porta che guarda l’Oriente, e per cui solo si va nella rocca, è di superbissimi marmi lavorata, con due bellissimi leoni pur di marmo, solita impresa degli Svevi. Sta il suo corpo di guardia al di fuori, e la ritirata al di dentro. Il cortile è benanco ottangolare.
Il primo piano è composto di otto vastissime stanze, rispondenti alla forma della rocca, ciascuna sostenuta da quattro grandissime colonne di marmo, con vaghissimi capitelli intagliati (corintii). Quattro cordoni partono dalle quattro colonne, i quali a guisa di archi maestosi s’incrocicchiano sotto la volta.
Si ascende al piano superiore mercé due scale a lumaca mirabilmente praticate entro due torri. E s’incontrano otto vaste stanze corrispondenti a quelle di sotto: ognuna adorna di dodici colonne di marmo bianchissimo, tre per angolo, sovra una sola base. Le finestre e le porte sono orlate di finissimi marmi; di marmo son pure le colonnette che sostengono gli archi acuti delle finestre. V’ ha cammini con le basi di porfido; accanto ad ogni focolare v’ ha stipi incastrati di porfido nel muro. I pavimenti son di marmo bianco intarsiati di porfido. Le pareti fino all’altezza delle colonne son vestite di marmo bianco: il di più è adorno di rabeschi e mosaici. Per altre scale a lumaca si sale al terrazzo. Ivi son mirabili quattro cisterne pensili, formate sul vertice di quattro delle otto torri. Queste raccolgono una metà dell’acqua piovana; la quale si partisce negli appartamenti, mercé canaletti di marmo forati mirabilmente ed incastrati nel basso delle pareti. L’altra metà dell’acqua si riversa per altri canali nelle cisterne del cortile.»

Letta questa descrizione spronammo il destriero, e in pochi istanti giungemmo alla porta di entrata, con la mente piena di cento immagini di lusso e di splendore. Ahi disinganno!
Volete udire qual sia ora il magnifico Castello del Monte? Siateci cortesi di breve attenzione.

Il cortile è ingombro di macerie e di bronchi; delle sale terrene una è ridotta a uso di forno, la seconda serve di stalla a vari animali, le altre sono ingombre quale di strame, quale di paglia. Furon deformate le colonne, infranti i capitelli; le volte qua e là minaccian di crollare. Delle scale a lumaca che menan su, parte de’ scalini di marmo fu rapita; furon rapiti tutti i marmi delle pareti e de’ pavimenti; scastrati tutti i rabcschi e i mosaici; tolte in parte le colonnette delle finestre; tolti i marmi delle porte; lo sterco delle capre e le macerie ingombrano i solai; le fiamme de’ fuochi accesi da’ pastori annerirono le pareti, sparse d’iscrizioni fatte col carbone, che rammentan nomi di cui nessuno è noto ad anima vivente. Son solo intatti i fusti delle colonne; solo esistono ancora le cisterne del terrazzo, le quali, dopo tanto volger di secoli, adempiono ancora al loro uffizio!

Oh il Vandalismo! Rivive in ogni età, non perdona ad alcuna bellezza, calpesta i prodigi delle arti, si ride delle memorie della Storia! Questo monumento della magnificenza de’ Re, così deformato, non può mirarsi senza pianto.

Una sola cosa i Vandali non gli poteron togliere; il panorama incantevole, che si scorge dal terrazzo. Di là tu vedi a’ tuoi piedi l’Adriatico a manca, una catena di colline a ritta, e nel mezzo il ridente giardino di Terra di Bari, con le sue città che si slanciano con una punta nel mare, co’ suoi campi di mandorli e ulivi.

Giuliva e magnifica vista. Essa soltanto ti consola del danno recato dagli uomini e dalla non curanza alla rocca famosa. E — non una lapide, non una iscrizione si vede nell’edifizio!

Sì, nell’alto della parete del cortile che guarda la porta è un bassorilievo rappresentante una donna in atto supplice al cospetto di un duce seguito da alcuni guerrieri. Al di sotto si scernon queste lettere: D.s I. D. C.a D. B.lo C. L. P. S. HA.

Quali parole esprimon esse? Chi può dirlo! Le abbandonammo alle ricerche degli Archeologi; e con la mente rattristata sedemmo al campestre convito. Col tramonto del sole rivedemmo la scoscesa Minervino.

C.*** M.***

[tratto da “Annali civili del Regno delle due Sicilie”, Napoli, tip. del Reale Ministero di Stato degli Affari Interni, 1845, Vol. XXXVII, fasc. LXXIII, pp. 25-40; fasc. LXXIV, pp. 134-151
(da un volume posseduto da “Univ of California”)]

  

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Appendice

“Andria”

22 Settembre 1840

… … …

Che cosa ho io veduto durante 60 mesi! Toledo, il largo di S. Domenico, e una cameretta larga e lunga pochi palmi; il caos, e due prigioni. — Dunque apritemi il varco; sono incalzato dalla fretta; desidero di vaneggiare, di commovermi, d’andare in estasi percorrendo questa magnifica Terra di Bari — en avanti già scompariscono a dritta e a sinistra i vigneti di Canosa.
Il sentiero sale, discende, poi torna a salire, poi torna a discendere; piani e colline si alternano; e prima Castel del monte par che ti corra incontro; poi un lungo campanile si mostra a mezzo, indi si scopre del tutto, e vedi che torreggia in mezzo ad un cumulo di case; indi boschi di mandorli di quà e di là, e grossi alberi di ulivo, e vigneti, si spiegano, e par che fuggano mentre passi; indi il suon d’una squilla ti percote l’orecchio — eccomi in Andria —

Ecco Andria la ricca, Andria l’antichissima, Andria la rinomata, Andria la nemica a Manfredi, e da lui soggiogata, Andria la ridente, dalle belle mandorle, dalle belle ulive, dalle belle donne, dalle genti avventurose e industriose, da’ palagi nuovi che sorgono, dalle strade nuove che si compiono, da’ denari nuovi che raduna — buona porzione delle mandorle che si gittano confettate nel le nozze di tutta Europa dagli Andresani si forniscono. Raccolte a mucchi o in ceste stanno sparse lungo la strada che percorriamo.

Donne da’ capelli alla Pugliese, dalle braccia nude, dall’occhio nero, dalla sembianza lieta che spira salute, le frangono cantando, ridendo, celiando, e appena si curano di noi che fumando i nostri sigari le contempliamo fuggendo.
Gioite pure o figlie di Andria! è destinato alla gioja il prodotto delle terre de’ vostri ricchi — quanto duri la gioja del mondo è inutile che lo sappiate. Denari e filosofia non vanno insieme — gioite o figlie di Andria, nè mai la malinconia, o la sventura turbi il sereno del vostro cielo, il sorriso del vostro labbro, il fulgore del vostro sguardo, la fecondità de’ vostri campi. —

Girando e salendo un pò a manca giungiamo alla porta della città, che guarda Trani — Bun cafe, bun licuor sta scritto su la soglia d’una botteguccia presso a questa porta. Su Toniuccio mio danne un pò del tuo bun Cafe! Sta bene; e — giacchè è buono davvero, e ce ’l porgesti con buon garbo, ti permetto di comporre la scritta della tua insegna in quella lingua che meglio ti parrà.

Io non viaggio per conto de' dizionari — Entro in Città e veggo un bel largo con belle case e decenti — e questo è tutto quello che io ho veduto.
Ma ti rivedrò o Andria — e allora avrai nel seguito di queste pagine il posto che merti —.

[da “Il giardino d’Italia: scene, costumi, impressioni, paesaggi e rimembranze durante un viaggio nelle province del Regno per Cesare Malpica, parte prima la Puglia”,
Napoli, tip. all'insegna di Salvator Rosa, 1841.]