Dittico dell'Intercessione - tavole del Quattrocento

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armadio delle reliquie: Cristo sull'anta sinistra  armadio delle reliquie: la Madonna sull'anta destra
[Cristo benedice Andria su invito della Madonna - elab. elettr. su foto di S. Di Tommaso - 13/11/2011]

Il dittico dell'Intercessione:

Cristo benedice Andria su ‘invito’ della Madonna,

Icona dell’Altare Maggiore e reliquiario

Percorso museale virtuale

Le meravigliose tavole di questo “dittico dell’Intercessione”, oggi esposte nel Museo diocesano “San Riccardo” di Andria, ai tempi di mons. Luca Antonio Resta facevano parte del reliquiario posto nel presbiterio, sull’altare maggiore della Cattedrale, e quasi certamente fungevano da dossale o pala d’altare. Nel 1586 lo scrive espressamente lo stesso vescovo nel suo “Officium Sancti Richardi primi Episcopi Andriensis et Patroni …”; vi si legge:

“Reliquiæ quæ conservantur in Ecclesia Cathedrali Andriensis.

In Sacello Sancti Richardi extat corpus eiusdem Sancti Primi Episcopi Andriensis,& patroni.
In Sacristia eiusdem Ecclesiæ.
… [segue l’elenco delle reliquie conservate in sacrestia, tra cui la Sacra Spina] …
In Icona Altaris Maioris
habentur infrascriptæ Reliquiæ.
… [segue l’elenco delle reliquie ivi conservate] … ”

[tratto da “Officium Sancti Richardi primi Episcopi Andriensis et Patroni …”, di Lucas Antonius Resta Messapiensis, Romæ, apud Iacobum Ruffinellum, MDLXXXVI, pag. 13]

Nella relazione sullo stato della Chiesa di Andria, datata 10 maggio 1590 e inviata a Roma per la prima Visita ad Limina, mons. Resta ribadisce che un reliquiario è posto nell’icona dell’altare maggiore della Cattedrale; scrive:

Reliquie S.[anct]orũ quæ usque ad mille et trecenta ascendunt decenter et recte servantur tam in icona altaris cũ specillis vitreis quam intus Sacristiam in thecis argenteis vel ligneis deauratis…”

La primitiva collocazione di queste due tavole come icona dell’altare maggiore giustifica la loro grandiosità, sia dimensionale che artistica; ambedue normalmente affiancate, splendide nella loro vasta superficie dorata, erano indiscutibile sprone al culto sia del Cristo che della Vergine, emergenti dall’interno di due luminosi nimbi ellissoidali, mistiche mandorle fiammanti, simboli di apoteosi e gloria.

Non sappiamo fino a quando le tavole funsero da dossale dell’altare maggiore, forse fino all’aprile del 1636 (non ho trovato documenti precedenti che ne parlino), quando mons. Felice Franceschini, dopo aver terminato la costruzione (edile) del nuovo coro, restaurò la cappella di S. Riccardo e spostò il sarcofago del Santo da sopra il baldacchino dell’altare sotto lo stesso; lo scrive nella sua visita ad limina del novembre 1636:

Corus d[ictæ] Cathed[ra]lis per antea valde angustus in maiorem, et venustiorem formam redactus fuitRestaurata … fuit Capella Divi Riccardi primi d[ictæ] Cathedralis E[pisco]pi et Civitatis patroni suumq[ue] venerandũ Corpus sollemni ritu summaq[ue] concurrentis Populi devotione à tumulo, in quo reconditũ venerabat[ur], translatum subtus altare d[ictæ] restauratæ Capellæ collocatũ maiorem in dies recipit concursum, et venerationem.”

Certamente le tavole non erano più sull’altare maggiore nel luglio del 1644, come testimonia la relazione sulla visita pastorale condotta in Cattedrale da mons. Ascanio Cassiano; vi annota:

Loco Iconæ adest Crux ex ligno inargentato cum Crucifixo ex eodem ligno inargentato, sex candelabra similiter ex ligno inargentato, et septimum candelabrum, quando celebrat Ep.[isco]ũs.”

Cristo benedice la città di Andria La Madonna invita il Figlio a proteggere Andria
[Cristo benedice Andria su invito della Madonna; particolari - elab. elettr. su foto di S. Di Tommaso - 13/11/2011]

Note descrittive, di datazione e atttribuzione

Dai testi "Ho raccolto per voi" e "San Riccardo protettore di Andria", si rileva la seguente bella descrizione dei due dipinti su tavola, che erano i due scomparti mobili e incernierati del polittico che conteneva internamente le reliquie nella Cappella di S. Riccardo della Cattedrale di Andria.
Tra i documenti è inoltre presente uno stralcio critico del 1992 sull'ipotesi di attribuzione a Tuccio da Andria, estratto dalla tesi sul pittore andriese di Maria Di Corato.

"A Francesco II Del Balzo risale probabilmente la commissione di queste due grandi tavole per il Cappellone di S. Riccardo, che si costruiva in quegli anni per far corona, con i bassorilievi, all'altare del Santo.
La presenza in Andria di queste due opere di cultura aggiornata, suggerisce come committente Francesco II Del balzo, Duca di Andria, così strettamente legato alla corte di Napoli e cioè a quell'ambiente di cultura mediterranea che andava decisamente verso il Rinascimento."

"CRISTO CHE BENEDICE ANDRIA distesa ai suoi piedi
È una delle due ante che chiudevano l'armadio. L'altra è quella della Madonna che si vede di seguito.
Chiuse, formavano un grande quadro: a sinistra Gesù che benedice Andria, a destra la Madonna che stende sulla città la sua materna protezione; sotto, l'Andria del duca Del Balzo, da porta S. Andrea alla Cattedrale, al castello ducale, (sotto Cristo), alla campagna (sotto la Madonna).

Nella parte posteriore le ante avevano ciascuna una rete di piccole teche di rame argentato chiuse da sottili lamine di tartaruga, che lasciavano intravedere le reliquie. quando le ante erano aperte si spiegava davanti ai fedeli il vano centrale dell'armadio con la ricchezza delle sue reliquie e ai lati si allargavano le due ante con i reticoli delle piccole teche legate tra loro da fiori d'argento, punteggiati da pietre di colore.
Le teche nel 1965 furono smontate e sistemate su due nuovi pannelli a cura del Gabinetto di restauro della Sovrintendenza di Firenze.
Tavola - m. 2,40 x 1,34
"

"La seconda anta: LA MADONNA che stende la sua materna protezione su Andria.
Delle due tavole è forse il pezzo più bello.
Le due ante, accostate formano un capolavoro, sia per la composizione mirabile ed armoniosa dell'insieme, sia per la composizione dei particolari: il Cristo seduto in trono, che poggia i piedi sul libro della scrittura, disteso come un tetto protettore e come un sole irradiante sulla città; la Madonna in atteggiamento di preghiera implorativa verso Cristo e di materna protezione sulla città e le sue campagne; la città bellissima, distesa nella composta e dignitosa monumentalità, da Porta S. Andrea al Castello, alla Cattedrale, alla dimensione silenziosa della campagna.
Tavola - m. 2,40 x 1,40
"

"La bellezza eccezionale che si manifesta a chi si ferma a contemplare l'insieme e i particolari ha sospinto i critici, che sino al 1964 avevano attribuito l'opera a Tuccio di Andria, a immaginare un supermaestro, che l'avrebbe realizzata, ‘Maestro Meridionale’ fantomatico, che forse è la personificazione di quella cooperazione che Tuccio seppe trovare tra gli artigiani delle varie botteghe, che facevano capo alla scuola di Napoli."

"Questa nitida veduta di Andria fu certamente dipinta dal vero. La Cattedrale, accanto alle dimore fortificate dei Del Balzo, è punto di convergenza di tutto il dipinto. La facciata volge ad Occidente e l'asse guarda - simbolicamente - a Oriente: e verso di essa salgono le case lungo la collina andriese protette dalle mura fortificate.
Si osservino le due Chiese conventuali dei Del Balzo, i comignoli; sulla destra estrema: le torri, le vedette, il piccolo castello, che proteggono le case più grandi.

Gli anni di Francesco II Del Balzo coincidevano con quelli in cui fioriva a Napoli l'Umanesimo promosso dai Re Aragonesi.
... alla nostra Città sono rimaste, di quella splendida stagione, le due grandi Tavole dipinte che il Del Balzo - con il Vescovo Florio - destinò a ornare la Cappella di S. Riccardo che si costruiva in quegli anni, per far corona, con i bassorilievi, all'altare del Santo
...
Attribuite nel 1964 ... a Tuccio d'Andria, esse si sono poi rivelate opera di un Maestro meridionale di più alto livello che, in collaborazione con Tuccio rivela in pieno certa cultura che fonde modi italiani, fiamminghi e persino francesi, come in seguito ha chiarito il D'Elia [1] in uno studio disteso e puntuale sui due Dipinti andriesi; la cui presenza in Andria non suggerisce altro committente che Francesco II Del Balzo, Duca di Andria così strettamente legato alla Corte napoletana e cioè a quell'ambiente di cultura "mediterranea" in cui il decorativismo tardo-gotico borgognone (con i suoi riflessi catalani) e la minuta indagine naturalistica dei fiamminghi si fondevano con il nuovo senso prospettico e volumetrico del Rinascimento."

[testi stralciati
- dal libro "Ho raccolto per voi" a cura di Giuseppe Lanave, edito da Grafiche Guglielmi, Andria, 1994, pp. 15, 17, 21;
- testo di Vincenzo Schiavone, dal libro "San Riccardo protettore di Andria" a cura di Giuseppe Lanave, edito da Grafiche Guglielmi, Andria, 1989, pp. 133, 137, 139]

particolare tratto dal dipinto su tavola attribuito a Tuccio da Andria
[Andria nel Quattrocento (clicca per vederla nella risoluzione originale) - elaborazione elettronica su foto di. S. Di Tommaso - 13/11/2011]

Per quel che concerne la datazione delle due tavole c'è un "terminus ante quem" essere devono essere state realizzate, ed è il 1477 o, più probabilmente ancor prima, il 1471.
Questo termine di loro esecuzione è suggerito dal particolare del campanile raffigurato nella veduta di Andria sotto il Redentore, nonché dalla mancanza delle cappelle laterali;
il pittore infatti ha rappresentato il campanile fino al registro delle monofore contenente le campane, perché logicamente fin lì era innalzato e rifinito di merlatura quando lo dipinse.
Entro il 1477, tuttavia, erano state già aggiunte le cappelle laterali ed il campanile era stato ulteriormente innalzato, non solo del successivo registro con le bifore, ma fino alla cuspide compresa.

Sulla lapide sepolcrale di mons. Martino de Sotomajor (vescovo dal 1471 al 1477) infatti vi si leggeva:

MARTINUS TUMULO, QUEM REDDUNT STEMMATA,
(…) CONDIDIT IN TEMPLO PLURA SACELLA, LATUS
CAMPANILIS & ARCEM HINC EXIT PROVIDUS ÆRE,
ATQUE HUMUM SUPERANS EXTRUIT SACRARIUM.
MAJORIS PIUS ARÆ PRÆTEXTUM OPUS & (…)
MCCCCLXXVII. [2]

L'epigrafe (nonostante alcune parole illeggibili) può essere così tradotta:

"Martino de Sotomajor, come testimoniano gli stemmi,
edificò molti sacelli (cioè le cappelle laterali),
elevò il fianco e l’apice del campanile dotandolo di campane
e nell’adiacente giardino costruì la sacrestia.
Devoto [realizzò] l’elegante costruzione dell’altare maggiore e (…).
1477"

Considerando inoltre che la maggior parte delle reliquie furono donate alla nostra Cattedrale da questo vescovo, come era scritto sulla lapide affissa in sacrestia [3],
le due tavole del Redentore e della Vergine probabilmente (per l'esiguità del tempo!) non nacquero come ante recanti reliquie, ma come dossali dell'altare maggiore;
comunque dovettero essere dipinte prima dell'episcopato di Soto Major o, tuttalpiù, nel suo inizio, prima cioè che si eseguissero i lavori al campanile e la costruzione delle cappelle laterali.

Il periodo di realizzazione, inoltre, si estenderebbe all’indietro nel tempo di almeno un ventennio, all'incirca tra il 1451 (data in cui Francesco II del Balzo scrive l'"Istoria inventionis") ed il 1471, se si tiene presente che nel 1438 sotto l’altare maggiore si era ritrovato il corpo di San Riccardo e, tuttavia, la cappella col suo avello sarebbe stata realizzata molto più tardi, durante l’episcopato di mons. Angelo Florio (1477-1495) [4]; è immaginabile che l’evento clamoroso del ritrovamento del corpo del Patrono abbia richiesto in quel tempo l’abbellimento dell’altare maggiore sotto il quale giaceva con questo pregevole dittico come pala.
Scrive a tal proposito la storica dell'arte, Dott. Clara Gelao, dirigente del Servizio Beni e Attività Culturali della Pinacoteca Provinciale di Bari:

“È probabile che le sacre reliquie di San Riccardo, nel lungo intervallo di tempo trascorso tra il loro ritrovamento e la fondazione del cappellone siano rimaste nella zona presbiteriale della chiesa, ma sembra improbabile che a questo ritrovamento (…) non sia stato dato un qualche tangibile risalto.
Si può avanzare l’ipotesi, pertanto, che, ad una data che cercheremo di circoscrivere con la maggiore precisione possibile, l’altare sia stato ornato proprio con le due tavole, che dovevano far parte di un enorme reliquiario, il cui aspetto con è esattamente ricostruibile. Questo consentirebbe di retrodatarne la datazione a prima del 1477 e di ipotizzare che proprio Francesco II del Balzo ne sia stato il committente.”

[testo tratto da “ANDRIA RINASCIMENTALE - episodi di arte figurativa”, di Clara Gelao, Grafiche Guglielmi, Andria, novembre 2018, p. 25.]

Orazio Lovino, nell’aprile del 2019 ha pubblicato una scheda di critica intitolata “Maestro d'Andria - Dittico-reliquiario dell'Intercessione”, in “Rinascimento visto da Sud. Matera, l'Italia meridionale e il Mediterraneo tra ’400 e ’500”, testo tratto dalla sua tesi di laurea magistrale del 2017-2018 "Pittura in Terra di Bari a cavaliere di due secoli"; ivi egli ipotizza invece che l'opera era dotata sin dall'inizio delle reliquie e potrebbe essere stata eseguita durante l'episcopato di mons. Martino de Soto Major; a tal proposito scrive:

“La commissione dell'opera, già ricondotta al duca Francesco II del Balzo, può aver coinvolto anche lo spagnolo Martino de Soto Major, vescovo di Andria e Montepeloso dal 1471 al 1477, noto, tramite una iscrizione sepolcrale perduta, per essere stato il responsabile della donazione di un numero cospicuo di reliquie della Cattedrale (Ughelli 1659, p.1263), in parte provenienti dalla Cattedrale di Montepeloso (Merra 1906, I, pp. 44-77). È quindi plausibile che l'idea strepitosa di concepire l'icona-reliquiario sia nata per volere del de Soto Major, il quale poteva avere a mente prototipi iberici, come l'altare-reliquiario (1390) del monastero de Piedra a Saragozza tipologicamente analogo al nostro, secondo la ricostruzione proposta da chi scrive.”

[testo tratto da “Maestro d'Andria - Dittico-reliquiario dell'Intercessione, scheda 5,18, di Orazio Lovino, in “Rinascimento visto da Sud. Matera, l'Italia meridionale e il Mediterraneo tra ’400 e ’500”, (a cura di) D.Catalano, M.Ceriana, P.Leone de Castris, M. Ragozzino, arte’m - prismi editrice, Napoli, 2019, p.366.]

Da quanto su esposto, a mio avviso, si può ragionevolmente ipotizzare, con un sufficiente margine di attendibilità, che il dittico dell'Intercessione, formato dalle due tavole del Cristo che benedice Andria su ‘invito’ della Madonna, sia stato realizzato nel terzo quarto del Quattrocento e non comunque oltre.


Enguerrand Quarton: La Santissima Trinità incorona Maria; Musée Pierre-de-Luxembourg di Villeneuve-lès-Avignon (foto di Adun17)
[ Enguerrand Quarton: La Santissima Trinità incorona Maria; Musée Pierre-de-Luxembourg di Villeneuve-lès-Avignon]

In merito all'attribuzione, dal capitolo dedicato a “Le tavole-reliquiario della Cattedrale” del testo su citato della Gelao. qui se ne stralcia una parte della critica esposta (passim dalle pp. 21-31), invitando a leggere l’intera ricerca per godere della loro accurara descrizione e dell’intera analisi storico-critica.

“Dal punto di vista storico-critico, l’attribuzione delle tavole costituisce, a tutt’oggi un grande, e per molti versi insoluto problema. …
Nel 2005 il D’Elia è tornato, sia pur brevemente, sulle due tavole, mettendo in dubbio, con ammirevole onestà intellettuale, la sua ipotesi ‘partenopea’, confermandone gli echi transalpini, e ipotizzando che esse siano opera di ‘un pittore di formazione francese o franco-provenzale, magari edotto di tutte le novità, che si sperimentavano nella capitale del regno, appositamente chiamato ad Andria da Francesco II del Balzo’, e aggiungendo, al già proposto confronto con la Pietà di Nouans-lès-Fontaines di Fouquet, quello ben più pertinente con l’Incoronazione della Vergine di Enguerrand Quarton nel Musée Pierre-de-Luxembourg di Villeneuve-lès-Avignon …
Indubbiamente le tavole andriesi presentano diversi, importanti riferimenti all’Incoronazione, anzitutto nell’impostazione della scena che, nel dipinto francese, vede nella parte superiore le figure della Trinità … incoronare la giovane Vergine a braccia conserte, dominando dall’alto una lunga e articolata rappresentazione urbica squadernata nella parte inferiore … Ma le analogie sono anche stilistiche: si osservi la similarità nel modo di condurre i panneggi e l’assoluta consonanza nel modo di rendere le mani: soprattutto la mano sinistra della Vergine …
L’ipotesi attributiva, ancora in parte generica ma più probabile, è quella di considerare le due tavole opera della ‘cerchia di Enguerrand Quarton’, non potendo in questo momento compiere ulteriori passi in avanti a causa del mediocre stato di conservazione delle tavole andriesi …”


Nel 2017 "HistAntArtSI" ha pubblicato sul web una scheda di quest'opera dal titolo "Andria, Museo diocesano, tavole del Cristo benedicente e della Vergine" elaborata dalla storica dell’arte Paola Coniglio.
Da tale scheda rileviamo le condizioni in cui le tavole si trovavano prima del 1963 quando furono restaurate nell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze dal relativo Gabinetto di restauro della Sovrintendenza; vi si legge:

“Dopo una prima attribuzione a Tuccio d’Andria avanzata nel 1954 da Michele D’Elia, lo stesso studioso ha espunto le due opere dal catalogo del pittore pugliese, dirottandole verso un ignoto ‘Maestro di Andria’, dai modi stilistici più raffinati di Tuccio. Il ripensamento del D'Elia avvenne quando, nel 1969, a restauro ultimato, le tavole esibirono l'altissima qualità d'esecuzione, restituendosi anche nella loro integrità iconografica grazie al disvelamento, in alto, delle testine di serafini, e, in basso, delle interessantissime vedute della città e della campagna andriesi, che in epoca imprecisata erano state nascoste da una doratura che aveva risparmiato le sole figure centrali del Cristo e della Vergine.
Un punto fermo nell'analisi dello stile del ‘Maestro di Andria’ condotta dal D'Elia è costituito dalle chiare affinità che le ante andriesi presentano con il polittico che un ancora anonimo pittore ha eseguito, intorno agli anni settanta del Quattrocento, per la chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio a Napoli. Alla luce di queste considerazioni, per il D’Elia la figura di Tuccio si porrebbe come quella di un collaboratore del più dotato ‘Maestro di Andria’, cui spetterebbe anche un trittico con la Visitazione tra i santi Bernardino e Francesco conservato nella chiesa di San Bernardino a Molfetta.
A Tuccio, la cui unica opera certa è lo Sposalizio mistico di Santa Caterina con santi, firmata e datata 1487, e destinata alla Cappella di San Bonaventura nella chiesa di San Giacomo a Savona, sia il D’Elia che Clara Gelao (2005) hanno confermato invece la responsabilità del trittico, oggi nella Pinacoteca provinciale di Bari, ma proveniente dalla chiesa francescana di Santa Maria Vetere ad Andria.”


Infine dall'interessante scheda su citata di Orazio Lovino si riporta una piccola parte riguardante la descrizione e le note sull'attribuzione ad un imprecisato Maestro d'Andria (p. 366); si riproduce anche, per una migliore comprensione, la foto di un dipinto del Maestro di San Severino (da p. 311 dello stesso testo).

“… Cristo, seduto su un trono di nubi con i piedi adagiati sopra un codice dalla coperta in cuoio, con chiudende e cantonali, esageratamente scorciato, accoglie la supplica materna benedicendo la città, mentrecon l'altra mano tiene il globo sul ginocchio.
Le due figure, affrontate, sono iscritte ciascuna entro una mandorla in oro a guazzo a raggi ondulati incisi, il cui effetto luminoso si riverbera naturalisticamente sulle teste di cherubini e serafini.
Maria, vestita con abito broccato d'oro com notivo a griccia e stretto in vita da un cinturino, è avvolta in un manto blu soppannato di bianco a cui è appuntato, tramite un prezioso fermaglio, un candido velo che le ricopre il capo coronato da un diadema incastonato di perle, zaffiri e rubini.

Le parentele stilistiche con il Maestro di San Severino si palesano, in particolare, nel Cristo, coperto d'un mantello rosa accartocciato in pieghe tubolari e falcate: tali panneggi, insieme al volto terso, alla costruzione geometrica e alle palpebre a mezz'asta, rivelano stringenti analogie con i santi Giovanni evangelista e Pietro del Polittico di San Severino.
Ad ancorare il Maestro d'Andria alla cultura partenopea dell'ultimo quarto del secolo subentra inoltre un dettaglio tecnico, l'oro inciso con motivo strigilato che, già presente in Beato Angelico … si ravvisa in esempi napoletani, quali il nimbo della Sant'Anna metterza di Pietro Befulco … e la mandorla e i nimbi della Dormitio Virginis di Riccardo Quartararo (Napoli, Capodimonte). …”

Maestro di Sanseverino: Madonna con Bambino(part) - Museo di Capodimente - MiBAC    Teca delle reliquie: La Vergine(part) - Museo Diocesano, Andria
[a sx: Maestro di San Severino: Madonna con Bambino(part); Museo di Capodimente, MiBAC (particolare dell'immagine di pag 311 del testo qui sopra citato)
a confronto con a dx: Teca delle reliquie: La Vergine(part); Museo Diocesano, Andria -foto di. S. Di Tommaso]


NOTE

[1] Sull'attribuzione di queste tavole, si legga anche l'intervento di Michele D'Elia al Convegno Internazionale di Studio "Memoria Christi", tenuto in Andria dal 26 al 27 novembre 2004, "Ancora su Tuccio e il maestro di Andria: una piccola storia, un grande problema", in: "La sacra spina di Andria e le reliquie della corona di spine", Fasano, 2005, pagg. 403-412. Tale suo rilevante intervento è richiamato in tutte le critiche successive, in parte su citate.

[2] Epigrafe trascritta da "Italia Sacra", di F. Ughelli, Venetiis, apud Sebastianum Coleti, 1721, tomo VII, col. 931.

[3] Annota l'Ughelli nella stessa colonna 931 del testo citato:

MARTINUS DE SOTO MAJOR EPISCOPUS OLIM
PLURIMA IN HOC TEMPLUM SANCTORUM TRANSTULIT OSSA.

[4] Riporta l'Ughelli nella stessa colonna 931:

ADDIDIT IS DIVI RICCARDI IN HONORE SACELLUM,
CORPUS UBI, ATQUE OSSA CONDITA SANCTA JACENT.
HOC QUOQUE DE NIVEO MONUMENTUM MARMORE FACTA
EREXIT SUB QUO CONDITUS IPSE JACET.