Basiliani nel Medioevo presso Andria?

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Possibile presenza dei Basiliani nel Medioevo presso Andria

appunti di una ricerca

San Basilio, nell'arco tra navata centrale e navata dx
[Probabile raffigurazione di S.Basilio, in Santa Croce - foto S. Di Tommaso, 2013]

Negli ultimi decenni da diversi studiosi (come, ad esempio, Cosimo Damiano Fonseca) si tende ad escludere che le chiese rupestri presenti tra le abitazioni trogloditiche del territorio di Andria siano state per un certo periodo sede di monaci orientali.
Il Fonseca infatti, a pag. 14 di " La Madonna d'Andria" del 2008 di AA.VV. (riportando una relazione del 26/11/2006), scrive:
“… Ad Andria e nella letteratura che ho con molta attenzione consultata e letta, si dice che qui ci sono cripte basiliane, ci sono monasteri basiliani. … ad Andria non c’è presenza di monasteri greci, come invece si riscontra in altre parti (nell’area lucana in modo particolare ma anche nel Basso Salento). Quindi, monaci e monasteri italo-greci qui non ci sono. In secondo luogo anche, per quanto riguarda il monachesimo latino neppure ci sono monasteri; l’unico monastero menzionato -parlo di epoca medioevale- per Andria è quello femminile di San Tommaso fondato prima del 1192. …”

Qui si vuole evidenziare che, invece, "una probabile presenza dei Basiliani nel Medioevo presso Andria" non è un’ipotesi da scartare, nonostante la scarsezza di testimonianze, poche, tenui, ma ineludibili.

Premessa

In campo storico il buon senso e la dialettica impongono che, se la ricerca riguarda epoche remote di molti secoli, nel caso delle chiese rupestri tra l’alto ed il basso medioevo (periodo nel quale i documenti al riguardo sono pochi e vaghi, e forse potrebbero esserne trovati di nuovi), negare decisamente ipotesi diverse da quelle personalmente conseguite o condivise, sia concettualmente unilaterale e non corretto.

Inoltre, la ricerca storica condotta su un determinato evento si basa essenzialmente sul metodo - ragionamento abduttivo: partendo cioè da dati documentali scritti o iconici, fatti storici accertati, e da altri elementi verificati, si ricerca se è concettualmente valida una delle possibili spiegazioni dell’evento pensata come ipotesi.
Su un insieme di eventi analoghi si imposta poi il metodo induttivo e, quando si hanno sufficienti dati collimanti ad una ipotesi che li giustifica, questa diviene spiegazione generale di quegli eventi; a questa seconda categoria sembra appartenga l’ipotesi che attualmente esclude la suddetta presenza orientale nel nostro territorio.

Se un’ipotesi si intende escluderla dalla ricerca, è necessario reperire prove irrefutabili della sua improponibilità con ricerche specifiche e mirate; non basta accampare una spiegazione generale degli eventi, perché non è scientificamente provabile che tutti i casi verificatisi nel contesto facciano parte di tale spiegazione.

Analisi dei dati storico - ambientali

Prendiamo ora in esame la suddetta ipotesi che riguarda specificatamente nel territorio di Andria le antiche abitazioni trogloditiche sui declivi delle lame, dei lagni – canali, e i luoghi di culto tra tali grotte esistenti, come Santa Croce ai Lagnoni:
Tra queste abitazioni rupestri andriesi può esserci stata, per un certo tempo, la presenza dei Monaci orientali (basiliani)”?

La loro eventuale presenza (col metodo abduttivo) potrebbe essere rilevata:
- da fonti letterarie documentali (purché ritenute non apocrife);
- da fonti archeologiche monumentali, siti e dipinti coevi;
- da fonti storiche attendibili (di autore coevo ai fatti o che cita documenti).

- La tradizione è presa in seria considerazione solo se collima coi documenti e sia da essi supportata, altrimenti rientra tra le ipotesi totalmente inverificate, di scarsa attendibilità.

Fonti documentarie

  1. - “in un libro (raccolta documenti di visite legali) intitolato — Liber visitationis factæ a D. Joanne Baptista Corrado ab illustrissimo Capitulo lateranense deputato, — questa memoria — Andrien in Apulia —. «Ecclesia Sancti Thomæ extra, et prope muros Civitatis Andrien, ubi antiquitus erat Monasterium Monialium Sancti Basilii, et postremo Sancti Benedicti, etc. et ad supplicationem Capituli Episcopalis fuit unita Ecclesia ipsa cum redditibus Canonicis, et Capitulo Ecclesiæ Andrien per Papam Paulum II. Anno Domini MCCCCLXVI. prout apparet per Bullam expeditam tempore præfati Pontificis, sub annua præstatione mediæ Libræ Croci; prout Canonici Andrien pluribus vicibus solverunt etc.»”.
    È questa una citazione dal “Liber Visitationis …”, estratta dal L. IV, cap. X, p.75, della “Storia della Città di Andria” del non sempre affidabile Riccardo D’Urso, confermato poi dai altri autori successivi (M. Agresti, …).
    La bolla di Paolo II richiamata nel documento esiste effettivamente, è del 6 gennaio 1469 (e non 1466) ed è intitolata “Quod monasteria, prioratus et alia beneficia ecclesiastica, perpetuo unita et de cetero non vacantia, teneantur rev. Cameræ Apostolicæ debita iura et servitia, ut laxata sunt, præstare: alia vero annatam persolvere singulis quindecim annis”; è una disposizione generale, non riferita ai singoli Monasteri e Chiese.
     
  2. vari “diplomi” dei catepani bizantini stipulati intorno all’anno mille (nell'esempio il diploma del 1032) all'inizio del documento scrivono “τω̃ μοναχω … τοὖ ἁγίου βενεδίκτου” per indicare il monaco benedettino al quale sono restituiti i territori … , tra i quali quello ubicato presso “τό ρυάκιν τὀ λεγόμενον τω̃ν καλογέρων”, (tradotto) “intorno al rivo chiamato dei monaci orientali”, denominazione del torrentello-canale presso il quale il Catepano riconosceva al Monastero di Montecassino un territorio di Andria a loro precedentemente usurpato.
    A mio avviso tale differenza lessicale non è una eleganza stilistica ma individua chiaramente due identità monacali diverse; intende cioè indicare che nel territorio presso quel torrentello-lagno c’era (stato) un insediamento monastico orientale, e non latino-benedettino, che invece esisteva nelle vicine Canosa e Trani (qui documentato come monastero nella penisoletta di Colonna a partire dal gennaio del 1104, prima solo "cella sancti Benedicti in Trano"), dalla grangia del quale tornava ad appartenere tale territorio.

Fonti archeologiche / monumentali

Le fonti archeologiche qui di seguito prodotte penso abbiano una rilevanza minima, in quanto, pur rispondendo a caratteristiche proprie di chiese rupestri realizzate da monaci orientali, potrebbero non essere totalmente ed esclusivamente ascrivibili ad esse.

  1. Le varie chiese rupestri, attorniate da diverse altre grotte, esistenti extra moenia, fuori cioè delle antiche mura della Città, per la rilevanza degli affreschi (con santi quasi tutti orientali), ma soprattutto, per la rudimentale presenza di un coro ricavato nel masso tufaceo (cori esistiti in Santa Croce e in Madonna dei Miracoli, visti fino all'Ottocento, poi distrutti per allargare gli ambienti), prevedrebbero un gruppo orante in presbiterio, un servizio liturgico più intenso di un semplice cappellano officiante una messa (non soltanto un sacerdos billanus o un cellario della grangia benedettina), una attività corale, cioè, praticata nelle varie “ore” del giorno (festivo).
     
  2. Le grotte (compresa la pianta iniziale di S. Margherita in Lamis) hanno la tipica forma abitativa colonica di piccolo chorion bizantino, con l’androne, che prendeva luce dall’ingresso, seguito da una o, più raramente, due alcove; l’insieme delle grotte, inoltre, non ha una corte-slargo d'attività comunitarie, caratteristica prevalente d’insediamento occidentale.
     
  3. Usanza dei monaci basiliani era quella di affrescare nell'ingresso (antro più piccolo) della chiesa rupestre un'immagine della Madonna, detta perciò Vergine portinaia, protettrice del luogo di preghiera.
    La chiesa rupestre, oggi chiamata di S. Maria de' Miracoli ed esistente nella nostra valle di Santa Margherita, era composta di due grotte, in una delle quali era affrescata la Madonna, quale Vergine portinaia; la valle ab antiquo si chiamava "di Santa Margherita in lamis" perché la chiesa era intitolata a tale santa orientale (affrescata perciò nella grotta più grande), mentre la Vergine era affrescata (nella grotta più piccola in quanto) solo come protettrice del luogo.
    Del complesso rupestre, infatti, abbiamo la descrizione fedele di come fu trovata il 10 marzo 1576, quando vi si avventurarono i tre andriesi dopo secoli di abbandono. Il racconto dei tre fu registrato nella curia vescovile del tempo, retta da Luca Fiesco, e succintamente riportato nel 1606 da Giovanni Di Franco nel cap. IV del I° libro della pubblicazione “Di Santa Maria de’ Miracoli d’Andria. La descrizione fa capire che la grotta aveva due ingressi che davano in due ambienti, l'ingresso verso Aquilone (Nord), ostruito da sterpaglie e materiale vario, dava nell'antro più piccolo dov'era affrescata la Vergine col Bambino, l'altro verso Austro (Sud) in quello più grande, accessibile, nel quale era affrescata S. Margherita d'Antiochia; i due ambienti inoltre comunicavano tra loro attraverso un passaggio anch'esso ostruito, che essi sgomberarono per accedere dall'antro grande al piccolo. Questo il testo del Di Franco:
    ... andarono alla Valle, & entrando nella prima, e maggiore Grotta dedicata à santa Margherita, trovando, quasi del tutto otturato quell’arco, per lo quale si entrava alla seconda, e minore Grotta verso Tramontana, per la gran copia de’ sterpi, e spine, & altri arboscelli selvaggi, anzi di pietre rovinate dalla sommità della Grotta, dimodo che perciò era impedito il calle, che non senza grandissima difficultà si entrava d’una grotta all’altra: ma operato in tanto sino, che si fecero facile la strada, & finalmente entrarono nella desiderata Grotta, minore alquanto della prima, & havendo trovato la maravigliosa, e sacra Imagine della Beatissima Vergine, poste le ginocchia à terra d’avanti; ...”.
    Un complesso-grotte simile è ancora oggi visitabile sull'acclivio opposto, presso il ninfeo, nonché altri nelle vicinanze.

Fonti storiche attendibili

  1. Non ho trovato narrazioni storiche coeve, né successive, che, documentando, esplicitamente narrino eventi inerenti la presenza di monaci basiliani nel territorio di Andria, tranne quanto scrivono gli storici locali ottocenteschi (senza addurre altra documentazione oltre quella su citata), e, soprattutto, diversi importanti autori contemporanei, tra questi:

    Pasquale Barbangelo (in “ Andria nel Medioevo”, 1985, pp.33-34), dopo aver magistralmente esposto un'analisi dettagliata degli eventi medievali, non esclude l'avvento dei basiliani in Andria; scrive infatti:
    A proposito della presenza dei Basiliani in Andria, nessuna congettura è possibile affacciare sull’epoca in cui furono costruite le «cripte» di Cristo della Misericordia, di S. Vito — in cui si trova il dipinto della Vergine, venerata col nome di «Madonna dell’Altomare» —, di S. Margherita, su cui sorge il tempio della Madonna dei Miracoli e di S. Angelo in Gurgo. … A me sembra, infatti, troppo azzardata l’ipotesi durante il secolo VIII e per quasi tutto il secolo IX ... preferisco seguire il Vinaccia (vedi p. 5 e nota 10), che pone nel X e XI secolo la diffusione della colonia brindisina dei monaci basiliani e la loro penetrazione nel nord-barese con relativi insediamenti ad Andria e a Trani. … ”

    Barbara Baert in “ The legend of the True Cross Reconsidered: A Discovery in the Grotto Church of Andria,Italy (fifteenth century)” del 2012, cioè “ Riflessioni sulla leggenda della Vera Croce: Alla scoperta della Chiesa rupestre di Andria (sec. XV)”, senza approfondire l'affermazione scrive:
    The grotto church was hollowed out in the tenth century by Greek hermits, the so-called Basilian monks, who were continuously moving northward from the East over Sicily along the Adriatic coast. There was a morphological adaptation of the choir by Benedictine monks in the thirteenth century.” (in italiano) "La chiesa rupestre fu scavata nel X secolo da eremiti greci, i cosiddetti monaci basiliani, che, da est della Sicilia, furono in continuo movimento verso nord lungo la costa adriatica. Nel XIII secolo ci fu un adattamento morfologico del coro da parte dei monaci benedettini."
     
  2. Di certo la storia narra che il territorio di Andria, (dopo tre secoli, VII-IX, di prevalenza longobarda e sporadicamente saracena), è stato sotto la dominazione bizantina dalla fine del IX secolo all’ XI compreso, come provano anche i già citati diplomi del 1000, del 1011 e del 1032, emessi da catepani greci; i governanti bizantini con precise leggi (di Niceforo II Foca nel sec. X) attivarono la colonizzazione delle terre pugliesi incentivando a tale scopo il ruolo del monachesimo greco; cominciarono così a sorgere, a partire dal Salento, numerose chiese rurali che fornivano ai contadini un forte legame religioso. È questo un ampio arco di tempo nel quale vigeva una pacifica convivenza di ambedue i riti liturgici, sia il latino che l’orientale, i cui santi verranno poi indifferentemente effigiati sulle pareti delle chiese rupestri andriesi.

Tradizioni

  1. Tradizione rilevante:
    le chiese rupestri esistenti e scomparse e i relativi toponimi di zona hanno tutti nomi di santi eremiti orientali: S. Margherita d’Antiochia, S. Onofrio, Santa Sofia, Santa Croce.

Conclusione

Premesso che escludo la tesi pan-monastica negli insediamenti rupestri in quanto gli studi finora condotti hanno posto in evidenza un uso civile degli stessi, tuttavia i dati, parziali e molto succintamente annotati in questi appunti, mi inducono (o meglio, mi abducono) a non scartare l'ipotesi su impostata: tra queste abitazioni rupestri andriesi è molto probabile che (contemporaneamente o in periodo diversi) ci sia stata la presenza dei Monaci orientali, in esichia o in piccolo cenobitismo lavriotico, ovvamente, non in strutturato monastero. (una possibilità, non una certezza!).

D’altro canto l’insufficienza di dati certi mi invitano a tener presente che qualsiasi altra ipotesi contraria, purché supportata da documenti, nuovi o da me non conosciuti, può essere avanzata a spiegazione di quanto esiste, o è certamente esistito, ed è stato documentato o storicamente affermato.

stralcio della chiesa rupestre dal panorama edilizio
[la chiesa rupestre di Santa Croce stralciata da una parte del panorama edilizio attuale (2016)]