La seguente “novella” è stata ispirata dal ritrovamento di due capitelli nei sotterranei dell’ex Mercato Comunale nei restauri eseguiti nel 2024-25; sono avanzi scultorei di quale antico bene architettonico?
“Progetto di senso”
[1]
di eventi diacronici
in una vaporosa e ironica prosa
Correva l’anno 1659 quando mons. Alessandro Egizio, nobile d’origine minervinese già un po’ attempato (sessantaduenne)
e scrupoloso prelato della città di Andria, nel pomeriggio di una afosa giornata estiva, era l’undici luglio,
sventolandosi frequentemente uscì sudaticcio dal cortile dell’episcopio e lesto, coi fiocchi del galero al vento,
si recò, muro muro, al vicino monastero delle monache benedettine. Sull’ingresso della loro chiesa
dedicata alla SS. Trinità la sua attenzione, quasi sbattendoci contro, fu attratta da due colonne in pietra
che sostenevano la cantoria addossata alla controfacciata; procedendo nell’aula assembleare notò
che anche l’altare maggiore si ornava di due simili colonne in pietra sormontate da un baldacchino color zafferano.
Purtroppo il presule nella
sua dettagliata relazione non ci descrive i capitelli
che certamente ornavano una coppia di tali colonne, ma noi li consideriamo esistenti nonché rinascimentali,
in quanto cinquant’anni prima, nel 1608, anche mons. Antonio Franco aveva osservato e annotato quegli elementi scultorei
nel suo rapporto alla Sede Apostolica sullo Stato della Chiesa.

[schema di pianta della Chiesa della SS. Trinità nel 1659, elaborata sulla descrizione di mons. Alessandro Egizio]
Sull’antichità di tali manufatti c’è da tener presente che quel tempio era annesso al monastero almeno dal 1582, quando mons. Resta introdusse nel claustro le prime monache alle quali aveva imposto la regola benedettina; il complesso inoltre era stato destinato a tale uso fin dal 1563, quando un atto notarile del 15 febbraio e una bolla pontificia del 7 maggio ne avevano autorizzato l’istituzione legale e canonica, soppiantandone le funzioni ospedaliere alle quali la struttura era stata prioritariamente assegnata.
Gli ammirati capitelli ornarono le colonne della cantoria o del baldacchino d’altare, godettero delle antiche armonie ammalianti filtrate dalle roste dorate e deliziarono la visuale degli oranti fedeli finché nella seconda metà del Settecento i maestri dell’arte muraria Nicolao Antolini e Saverio Raimondo, demolendo su ordine di mons. Francesco Ferrante la quattro-cinquecentesca chiesa per costruirne una barocca [2], li scalzarono malamente dai loro fusti marmorei e, non sapendo più che farsene, li deposero, con le basi marmoree atticizzanti ornate angolarmente da quattro zampe di leone, sotto le silenti e austere volte del chiostro.
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[parziale veduta del chiostro mentre era in demolizione nel settembre del 1937 - foto Antonio Ceccato per la Soprintendenza]

Ivi negletti gli umili avanzi scultorei sopravvissero ancora ben oltre cent’anni all’incuria delle claustrali, ormai prese dalla settecentesca fregola di ornare il nuovo ed elegante edificio barocco di svolazzanti stucchi e cartigli, finché il 6 dicembre del 1909 non furono notati da uno scrupoloso inviato dalla Soprintendenza ai Monumenti di Puglia e Molise, l’ispettore Angelo Pantaleo, che non mancò di annotare:
“Nella grande chiostra a portico pilastrato, vi sono ancora alcune basi di colonne e capitelli di pregio artistico, del tempo dell’ospedale di S. Riccardo. … Per terra presso alcuni pilastri del portico, vi è una base atticizzante con ai lati del plinto una zampa di leone, tradizione medioevale, prolungatasi assai tardi in Puglia. Vi sono inoltre due capitelli alla maniera corinzia con foglie d’acanto italico, il cui intaglio è trattato così piatto da sembrare cosa fusa e non pietra sculta.”
Quando nel 1935 il bel convento, dopo tanti e progressivi malanni strutturali denunziati fin dai primi del Novecento,
iniziò la sua lenta agonia dell’abbattimento, un blasonato “raccoglitore di oggetti d’arte”
(così fu chiamato dalla Ditta demolitrice a lui riverente)
[3]
approfittando del momentaneo caos, arbitrariamente pensandoli (si disse)
destinati alla discarica, sottrasse i due capitelli ed altri pregevoli reperti
per impreziosire un suo falso maniero arroccato su un dosso del bosco, dove l’anno dopo, il 12 agosto del 1936,
furono rinvenuti dall’accorta Soprintendenza alle Antichità
[4].
Rocambolesca era stata la rischiosa operazione che alcune malelingue pettegole chiamarono di trafugamento,
e la fantasia di un testimone si sbizzarrì favoleggiando (tale per gl’inquisiti) di un traino carico d’una balla di paglia che,
per alcune notti fonde e senza luna, aveva di soppiatto prelevato dal cantiere e portato via i pregevoli reperti
[5].
Quell’avventura dei malcapitati due capitelli finì bene, in quanto nei documenti si afferma che nell’autunno del 1937 furono, di malavoglia, restituiti al Municipio [6]; ma la conclusione fu positiva sol per loro, perché l’altro importante e artistico materiale sottratto pare avesse ormai e definitivamente cambiato residenza e, in barba al popol minuto, addobbasse con gran magnificenza la nobil villa a diletto esclusivo del signore e dei suoi ospiti.

A quel tempo e già dal 1931 il Municipio utilizzava, purtroppo come
quotidiano Mercato Comunale di generi alimentari,
una vasta e molto elegante sala – loggia, la quale, adiacente all’ex convento degli Agostiniani,
appariva molto mortificata e svalutata per essere stata eretta e per aver certamente ospitato nel Quattro-Cinquecento
momenti assembleari di gran prestigio.
Tale raffinata sala era (ed è) dotata di capienti sotterranei e il Municipio,
quando entrò in possesso dei due capitelli, non sapendo al momento come utilizzarli, li depositò in quei sottani,
forse in attesa di una migliore e più idonea destinazione che esaltasse i loro indiscutibili pregi scultorei e archeologici
e, per essi, il nostro rinascimento artistico.
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Nel 2024, restaurando detto mercato comunale, le maestranze rinvennero nei sotterranei i due dimenticati
ed ormai misconosciuti capitelli di stile composito corinzio (foto qui
sopra); non se ne fecero una ragione in quanto sembra
che non reperirono alcun documento che ne dimostrasse l’origine e la provenienza.
Non immaginarono che essi erano (o potrebbero essere?) i suddetti due capitelli rinascimentali
che in quel 6 dicembre del 1909 l’ispettore Pantaleo aveva trovato, e catalogato come avanzi scultorei cinquecenteschi,
presso i pilastri e la vera di pozzo del chiostro delle Benedettine.
Sabino Di Tommaso
[2]
Archivio di Stato di Trani, atto del notaio Giovanni Lorenzo Topputi del 16 gennaio 1774 (prot. 221, f.24)
Nell’atto il “Monastero della Trinità cum M.ro Nicolao Antolini e M.ro Saverio Raimondo
salda un conto complessivo di D. 917 per lavori di rifacimento della chiesa” …;
vi si richiamano poi altri due precedenti contratti del 23 agosto e del 19 settembre 1772,
onde i maestri muratori rilasciano una ricevuta di D. 160 per la
“demolizione delle fabbriche, e pedamenti [fondazioni] fatti in detta chiesa”.
[3]
Archivio Soprintendenza alle Opere di Antichità ... di Bari;
lettera inviata all'On. Ministero Educazione Nazionale del 30/10/1936, prot. n.3945, posizione di Andria,
“Del valore artistico di quei pezzi, la vera di pozzo in tufo, e i due capitelli in pietra
che erano situati nel mezzo del chiostro, falsamente dichiarati distrutti o dispersi –
l’Impresa si era subito resa conto, tanto che ne aveva effettuata la vendita ad
un privato, noto raccoglitore di oggetti d’arte.”
[4]
Archivio Soprintendenza alle Opere di Antichità ... di Bari, prot. n.2838 del 10/08/1936, posizione di Andria;
lettera inviata a RR. CC. Stazione di Andria,
“L’anno 1936 = addì 12 del mese di Agosto …
Noi sottoscritti, Maria Luceri dottoressa ispettrice presso la Sotrintendenza delle opere d’Arte della Puglia, sede di Bari, …
alla villa … abbiamo constatato l’esistenza dei due capitelli scolpiti in pietra appartenenti al demolendo convento delle Benedettine di Andria,
capitelli che per dimensioni ed altro corrispondono esattamente a quelli ricercati ed anche perché riconosciuti
da noi Luceri, per averli visti e inventariati quando si trovavano nel convento anzidetto … ”
[5]
Archivio Soprintendenza alle Opere di Antichità ... di Bari, prot. di arrivo n.2786 del 08/06/1936, posizione di Andria,
una
lettera di un cittadino, dallo stesso firmata e datata Andria 06/08/1936.
“Un carrettiere … informò … che ogni notte,
e per diverse volte, andò con un traino, pieno di paglia per occultare il trasferimento, a trasportare dal Convento delle Benedettine,
dei capitelli, la banchina del pozzo ed altri frammenti, trasportandoli alla villa …
sappiamo che i capitelli si trovano all’ingresso del cancello della villa e non all’ingresso del cancello della strada,
e che i pezzi del pozzo sono stati soprapposti ad un altro vecchio pozzo che trovasi proprio vicino alla villa. …”
[6]
Archivio Soprintendenza alle Opere di Antichità ... di Bari, prot. di arrivo n.2089 del 17/06/1937, posizione di Andria;
lettera del Municipio di Andria, prot. n.6419 datata Andria, 08/06/1937.
“Con riferimento agli accordi verbali …
I capitelli saranno consegnati ugualmente come da dichiarazione scritta impegnativa della
persona presso cui si trovano. Definita in tal modo la incresciosa questione, sento il dovere di ringraziare vivamente la S. V.
Ill.ma per l’opera svolta con sagacia competenza e zelo. …”
[il testo e le immagini della pagina sono di Sabino Di Tommaso (se non diversamente indicato)]