Buongiorn signor Crist

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Buongiorn signor Crist

Cour d mamm, la guerra e le preghiere
La storia a lieto fine di Serafina e del figlio Giuseppe partito soldato

racconto di Vincenzo D’Avanzo

Serafina aveva perso il padre durante la prima guerra mondiale e aveva vissuto di stenti in virtù di quella perdita. Da quel momento viveva con il risentimento nei confronti dello Stato italiano che le aveva rubato il padre ancora giovanissima. Per questo fu costretta a sposarsi subito per avere qualcuno a fianco che le consentisse di vivere. Ebbe un figlio nel 1922 e lo chiamò Giuseppe come il padre.

Nel 1930 quello stesso Stato si ricordò della mamma vedova: il podestà, Cafaro, la invitava alla inaugurazione del Monumento ai caduti, avvertendola che anche il nome di suo marito sarebbe stato iscritto sulla lapide. Ma l’invito arrivò tardi: la mamma era già morta e Serafina, appena incontrò una camicia nera gli disse: “Ve doie a crr ca cmmann ca du monument nan sacc ci ffè.” Quando la camicia nera cominciò a rimproverarla per l’atteggiamento irrispettoso verso l’autorità lei rispose: “Dè staich, mnitm a bgghiè.” Per fortuna la cosa si chiuse lì.

Giuseppe intanto cresceva. Non potette andare a scuola perché andava con il padre in campagna, ma aveva imparato a leggere perché in chiesa il parroco insegnava a leggere ad alcuni ragazzi. Per scrivere era più complicato.
Ecco avvicinarsi la guerra d’Africa e tra la gente cominciò di nuovo la paura. Anche il padre di Giuseppe tremava all’idea di dover partire per l’Africa. Un giorno in campagna il figlio si accorse che il padre stava trafficando con uno spago, si avvicinò e chiese cosa stesse facendo. Il padre non rispose, agganciò un dente allo spago e disse al figlio: “Tira con tutte le tue forze.” Il figlio tentò di rifiutarsi ma il padre insistette facendo capire che sarebbe stato peggio se fosse stato costretto a partire. Allora Giuseppe chiudendo gli occhi fece come il padre gli aveva chiesto. Tre denti gli tirò e lo spavento maggiore venne dopo quando dovettero tamponare l’emorragia avendo a disposizione solo stracci vecchi. Ci riuscirono anche se quando tornarono a casa la moglie si spaventò. Ma alla fine furono tutti contenti perché con quel sistema era scampato dal fare la gita in Africa.
Sventato il pericolo imminente cominciava a profilarsi uno più grave. Ormai di guerra si parlava sempre più di frequente nelle case anche se il regime ci teneva a spiegare che, nonostante l’amicizia con Hitler, l’Italia di un’altra guerra non sentiva proprio il bisogno.

Le preoccupazioni erano per Giuseppe che era nell’età giusta per essere coinvolto in un eventuale conflitto. Giuseppe sperava comunque che la guerra non ci fosse ma in ogni caso non era disponibile a farsi del male. Aveva la fidanzatina e non era proprio il massimo presentarsi a lei senza denti.

Serafina abitava nei pressi della chiesetta di santa Chiara, santa alla quale era molto legata. Tutte le sere in casa si riuniva con le amiche per la recita del rosario pregando sempre perché non ci fosse la guerra. Il marito, invece, che riteneva quella pratica cosa per donne, se ne usciva e per andare in piazza era costretto a passare davanti alla chiesetta di San Micheluzzo. Un giorno l’aveva trovata aperta e si affacciò per vedere cosa c’era dentro. Vide sulla parete di fronte il volto di un uomo maturo, bello, sereno. Chiese al prete che stava dentro indaffarato: “Cià iaie?” “È il volto di Cristo”, rispose il sacerdote. Stette qualche secondo in silenzio guardando quell’affresco, poi si girò per andare via quando il prete lo richiamò: “Mbè non si saluta?” Il padre di Giuseppe confuso disse: “Buongiorn signor Crist.” E da quel giorno aveva preso l’abitudine di salutarlo sempre quando passava davanti alla chiesetta: “buongiorn signor Crist, bunaseir signor Crist.

Il volto di Cristo affrescato in San Micheluzzo
[Il volto di Cristo affrescato in San Micheluzzo - foto SDT del 2006]

Ed ecco che il 10 giugno del 1940 gli andriesi furono convocati in piazza Catuma per ascoltare dagli altoparlanti un discorso del duce. Il padre di Giuseppe andò ad ascoltarlo. Non è che capisse molto, ma vedendo che tutti battevano le mani si unì anche lui. Alla fine però chiese a uno con la camicia nera: “Crrobb ha ditt?” “Ha ditt ca ama fè nu picch d uerr.” Un vecchietto che era lì presente e aveva sentito il dialogo disse: “Adacchsè dcern l’olta volt. Ma cherr puttoin d uerr s soip cumà acchmmenz ma me cumà fnescn.” A sentire la parola uerr il padre di Giuseppe cangè claur. Si mise a scappare verso casa per portare la notizia alla moglie che subito comincia a piangere. “Ha ditt c’anna iess picch l murt.” E la moglie: “Ind a r uerr l murt nan so me picch, i poue, piur ca so picch, a ciaie attocch?

Giuseppe cercava di consolarla dicendo che aveva saputo al fascio che le camicie nere non sarebbero partite perché dovevano mantenere l’ordine nel paese. Ma lei continuava a piangere fino a quando si rivolse al marito dicendo: “Moue assidt i dcioim nu bell rsarie, ci sé Crist n’aieut.” A sentire la parola Crist il marito si era ricordato che quella sera era passato davanti alla chiesetta ma per la fretta non l’aveva salutato. “Aspitt - disse alla moglie - moue veng.” Passò sotto l’arco di vicolo santa Chiara e mandò un bacio volante alla Madonna e giunse davanti alla chiesetta: “Bunaseir signor Crist, scusm c proim nan t so salutoit, ma scioiv d fodd. Ha ditt mgghierm ca sgnrei n put aitè, nan si pnzann a maie, dè n’ucch a u uaggnaun, chddiun tnoim. Statt bunn signor Crist.” Se ne tornò a casa che la moglie stava finendo di dire il rosario. Serafina lo rimproverò: “T so ditt c’avemma doic u rsarie.” Il marito replicò: “So sciut a parlè direttament p Crist.” Ma la moglie non gli credette. Tuttavia il discorso finì lì, continuarono la vita normale fino alla fine di agosto del 1942.

Quel pomeriggio Serafina considerato che erano presenti sia il marito che il figlio si era organizzata per fare la salsa. Due giorni prima aveva comprato i pomodori e li aveva stesi sul terrazzo per completare la maturazione. La mattina aveva lavato le bottiglie e i pomodori, aveva portato la legna in terrazza e tutto ciò che serviva per il fuoco. Ora servivano le braccia per cucinare i pomodori, passarli e imbottigliare la salsa. E fin qui bastava il marito e la signora di vicino che si era offerta di dare una mano in cambio di qualche bottiglia. Giuseppe serviva alla fine per mettere i tappi alle bottiglie. Lavoro per il quale serviva molta abilità: infatti bisognava inserire nel collo della bottiglia u fltiur di sughero e poi con lo spago legarlo sotto il rilievo del collo di bottiglia. Bisognava essere precisi e soprattutto legarli stretti per evitare che durante la bollitura il tappo saltasse e la salsa si versasse.

Stavano intenti a queste incombenze quando sentirono il rumore del battente di ferro alla porta. Giuseppe si affacciò dal terrazzo e vide due camicie nere. Scese subito per scusarsi che quella sera non era andato al fascio. Ma giù trovò la sorpresa: i due camerati erano lì per comunicare che doveva anche lui partire per la guerra. “Ma non si diceva che noi non dovevamo partire?” “Si - risposero i camerati - ma ora è cambiato tutto, anche noi dobbiamo partire.

Giuseppe risalì sul terrazzo tutto accigliato ma non disse nulla ai genitori per evitare che la salsa andasse in malora. Mise i tappi regolarmente anche se un po’ nervoso: infatti un paio di tappi non furono legati bene e durante il bagno se ne usciranno versando nell’acqua il contenuto. Finita l’incombenza la mamma apparecchiò la tavola per la spaghettata con la salsa fresca e la salsiccia di cavallo. Ma Giuseppe disse che non aveva fame ed era stanco, preferiva quindi andare a letto.
Il giorno dopo diede la notizia alla mamma e al padre. Fu una giornata triste con la mamma che si accarezzava tutte le immaginette esposte in casa parlando con esse. La sera cominciarono i rosari per il ritorno del figlio dalla guerra e siccome anche le donne del vicinato avevano uomini già in guerra o in procinto di partire prima del rosario comunicavano alla Madonna i nomi dei loro uomini perché ad essi riservasse particolare attenzione.
C’è nella fede popolare qualcosa di arcano ma anche di semplicità essenziale. Pensate al saluto del padre di Giuseppe: “buongiorn Signor Crist”: c’è il saluto, c’è il riconoscimento della divinità, c’è la fiducia nella salvezza.

Giuseppe partì e fu mandato in Grecia. Tutte le sere il padre andava al fascio per sapere notizie. Ma quelli niente. Ogni tre quattro mesi arrivava una lettera dalla Grecia e i genitori si tranquillizzavano, ma solo per quel giorno. Il giorno dopo riprendeva l’ansia. A settembre del 1943 le comunicazioni con il figlio si interruppero: nessuna notizia, nessuna lettera. L’angoscia si fece spasmodica.

Un giorno si sparge la notizia che alcuni soldati feriti erano stati ricoverati a Trani. Serafina non ci pensò due volte e chiese al marito di accompagnarla in quell’ospedale. Il marito obbedì e preparò il traino e siccome piovigginava, montò la racn sul traino per ripararsi in qualche modo dall’acqua sottile che cadeva.
Giunti all’ospedale di Trani il marito resta a custodire il traino, la moglie si precipita all’ingresso dell’ospedale chiedendo dove fossero i soldati. Fu mandata al primo piano e cominciò a chiedere stanza per stanza se ci fosse Giuseppe ricevendo sempre risposta negativa. Finalmente incontra una infermiera che esce di fretta da una stanza. Serafina la ferma: “Signurì, si vist pppein u figgh moie.” La infermiera ebbe un momento di incertezza, poi rispose: “È lì in quel letto vicino alla finestra.” Appena si avvicinò la donna esclama: “Ma nan ià figghm” e stava girandosi indietro ma proprio in quel momento il ferito cominciò a chiamare: “Ma, ma.” La donna si ferma, si accorge che quel poveretto era alla fine e si china sul malato e gli fa una carezza giusto in tempo prima che il ragazzo reclinasse il capo. I medici, chiamati dalla infermiera, ne constatarono la morte. Ancora Serafina si avvicina e con la mano tesa gli chiude gli occhi esclamando: “Cour d mamm.” L’infermiera si scusò per averle detto la bugia, ma lei disse: “Nan ta da scusè, si fatt bunn. Sarè quanda figgh d mamm morn assiul assiul. Chessa uerr….. ca l’hann accioit!” E se ne tornò dal marito con il cuore in subbuglio. Dopo che raccontò il fatto al marito le sfuggì un commento: “Nanziamè avissa captè a niue u stess fatt … ehi Madonn achiudl tiu l’ucch” e si asciugò i suoi.

Chiesetta di S. Micheluzzo
[Chiesetta di S. Micheluzzo - foto SDT del 2006 (ante restauro)]

Intanto di Giuseppe niente. Ogni giorno che passava era un’altalena di sentimenti: nessuna notizia era una notizia buona ma poteva essere anche cattiva. Per non stare sempre a pensare al figlio Serafina se ne andava in campagna con il marito. Avevano un terreno in contrada Cicaglia. Passavano con il traino davanti al santuario della Madonna dei miracoli e Serafina si segnava ogni volta, tanto che anche il marito aveva preso la stessa abitudine solo che la moglie segnandosi diceva: “Ehi Madonna maie” in forma di preghiera, lui con il tono di rimprovero: “Ehi Crist.

Ritornando dalla campagna un giorno con il traino abbasc a Camagg scorsero un gruppo di soldati piuttosto malandati. Serafina disse al marito di accelerare per raggiungerli: il povero cavallo ne subì le conseguenze d r scrscddoit (le scudisciate). Arrivati a ridosso del gruppo Serafina cominciò a gridare: “Giuvinò, canscioit a Giusepp.” Mentre un soldato si voltava chiedendo “cià Giusepp” ecco che proprio il figlio si gira: la mamma appena lo vide saltò giù dal traino e, travolgendo il gruppo, si precipitò dal figlio. L’abbraccio durò una eternità tanto che il marito disse: “U pozz abbrazzè piur ioie?” Giuseppe salutò i compagni di ventura e salì sul traino.
Dopo l’armistizio il gruppo era sfuggito alla cattura dei tedeschi nascondendosi e muovendosi solo di notte, indossando abiti civili che i greci avevano loro offerto. La divisa militare l’avevano conservata pensando che giunti in Italia potesse essere utile. Per venire da Barletta avevano preferito la via più lunga cammnann a mizz a mizz. Giunti a casa Serafina scappò ind a la ciffunir dove teneva conservato un cero e lo accese davanti all’immagine della Madonna.
Per un po’ di giorni Giuseppe rimase nascosto in casa poi cominciò ad uscire quando si rese conto che da noi la guerra era passata definitivamente. La prima tappa fu dalla fidanzatina, felice di averlo aspettato. Intanto il padre di Giuseppe continuava a salutare il suo Cristo silenzioso. Un giorno trova di nuovo aperto. Il sacerdote stava in mezzo alla porta a parlare con un ragazzo. Chiese il permesso ed entrò. “Buon giorn signor Christ”, disse guardando l’affresco. Stette qualche secondo in silenzio, poi si avviò verso l’uscita, arrivato vicino al prete disse: “Però quand’è aggarboit Crist, foic find d nan snduie, ma poue s’arrcord.” Il prete sorrise e disse: “Con Dio bisogna avere pazienza.

[Pubblicato dall'autore, Vincenzo D’Avanzo, nel suo diario su facebook nonché sul giornale telematico “Andrialive.it” il 24 settembre 2017]