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Lato dell'aula verso la lama: affresco

L'affresco, che prima dei restauri del 1998 era nascosto dalla tela del D'Elia raffigurante Salomone e la regina di Saba, rappresenta un miracolo di San Benedetto, che manda (San) Mauro a salvare il piccolo (San) Placido che veniva trascinato dalla corrente del lago. Tratto in salvo, Placido racconta di aver visto sul suo capo, durante il salvataggio, la mantellina di San Benedetto.
Il miracolo è raccontato da San Gregorio Magno [1]:
affresco di S. Mauro che salva S. Placido
[affresco di S. Mauro che salva S. Placido - elab. elettr. su foto di Michele Monterisi, 2010]

Un attento studio di Nicola Montepulciano (storico e ambientalista, ed esponente di rilievo della sezione WWF di Andria), pubblicato nel n.2 della "Rivista Diocesana Andriese", Maggio/Agosto 2011, pagg.140-145: “ Nuove ricerche sul santuario della Madonna d’Andria”, inquadra storicamente l'affresco e ne interpreta la didascalia.

Quando, nel Gennaio 1998, dalla parete che fronteggia la grotta con l’immagine della Vergine fu rimossa la tela raffigurante la Regina di Saba alla corte di Re Salomone, per essere sottoposta a restauro, venne alla luce un affresco del quale s’ignorava l’esistenza (Fig. 6). Il dipinto, di chiara impronta secentesca, raffigura l’episodio del salvataggio di San Placido dall’annegamento, derivante dall’agiografia del santo, e costituisce la conferma che le pareti della chiesa inferiore, verso la fine del XVII secolo erano tutte dipinte (32). L’affresco, che è racchiuso in una cornice dipinta ed è inquadrato in un’architettura, anch’essa dipinta, formata da una balaustra sorretta da colonne con capitelli ai due lati, si presenta parzialmente mutilo sia per i danni subiti dal supporto sia perché in parte coperto dalla cornice di gesso curvilinea che conteneva la tela rimossa.
Al momento resta ignoto l’autore del dipinto per la mancanza di documentazione dovuta alla distruzione dell’archivio del santuario, avvenuta dopo la confisca effettuata nel 1806.
L’affresco presenta alla base un’estesa didascalia latina, distribuita su tre righi, che descrive la scena rappresentata nel dipinto (Fig. 7). Si tratta di una particolarità piuttosto inconsueta nella nostra città, dal momento che l’unico altro caso di affresco con epigrafe si trova nel Cristo Pantocratore presente nella cripta della Cattedrale di Andria, dove sul libro che Cristo regge con la mano sinistra si legge la frase “Lux ego sum”, Io sono la luce, ovvero la salvezza.
Purtroppo l’epigrafe è mutila sia perché in parte coperta dalla cornice in gesso e sia perché alcune lettere sono scolorite e, quindi, poco visibili. Addirittura il terzo rigo è quasi integralmente ricoperto dalla cornice di gesso. Le parole integre che si possono leggere ad occhio nudo sono soltanto sei: DVM, PLACIDVS, IN, IMPETV, JVSSV, AQVAS. Altre quattro parole sono incomplete: RAPERET, VPER, INCEDF, ATTRAY. Le lacune sono quindi talmente gravi da rendere l’epigrafe quasi incomprensibile.
Con l’aiuto di un binocolo si leggono meglio altre lettere ma per la soluzione del testo è stata determinante la decisione di effettuare delle foto digitali da esaminare, opportunamente ingrandite, al computer (nota 33: Devo l’esecuzione delle foto a Michele Monterisi il cui contributo in questa ricerca è stato determinante). Dall’esame delle foto si possono leggere più chiaramente le parole RAPERETVR, (che da terra si legge “RAPERET”), parola “IN-CEDENS”, (che da terra si legge “INCEDF”). Quindi, le parole intelligibili diventano 8, alle quali si possono aggiungere tracce di altre lettere che, successivamente, risultano molto utili alla comprensione del testo.
Tutto questo, però, non è sufficiente per comprendere la didascalia. Poiché le ricerche sui testi nelle varie biblioteche non hanno dato alcun esito, si è pensato di eseguire una ricerca su Internet di una estrapolazione certa del testo (nota 34: Anche questa intuizione la devo a Michele Monterisi). Inserite quindi alcune parole della didascalia e precisamente “Dum Placidus monachus”, è venuto fuori l’intero testo originario dal quale era stata estratta l’epigrafe.
La didascalia è un adattamento di una frase tratta dal Divinum officium matutinum S. Pauli primi Eremitae et Confessoris scriptura: feria VI (sexta) infra Hebdomadam I post Epiphaniam (lectio 9) – Commemoratio St. Mauri, Abbati., cioè dalla nona lettura dell’Ufficio divino mattutino di S. Paolo, primo eremita e confessore, venerdì della I settimana dopo l’epifania - commemorazione di S. Mauro Abate.
Viene qui riportata quella parte della commemorazione della vita di S. Mauro, nel testo originale in latino e relativa traduzione, che più ci interessa, perché da questa l’autore dell’affresco ha tratto la didascalia:
Maurus nobilis Romanus puer a patre Eutichio Deo sub sancti Benedicti disciplina oblatus, brevi tantum divina gratia profecit, ut ipsi magistro admirationi esset: qui illum saepe veluti regularis observantiae, et virtutem omnium specimen, ceteris discipulis ad imitandum proponebat. Cujus adhuc adolescentis illud admirabilis obedentiae exemplum a sancto Gregorio Papa commemoratur. Nam cum Placidus monachus in lacum prolapsus, aquarum impetu raperetur, sancti Patris jussu accurrens Maurus, et super aquas incedens, socium capillis apprehensum, ad terram attraxit (35).
Traduzione:
Mauro nobile fanciullo romano, consacrato a Dio dal padre Eutichio sotto la guida di San Benedetto, in breve tempo crebbe tanto in divina grazia, da essere ammirato dallo stesso maestro, che spesso lo proponeva (lo indicava) agli altri discepoli come esempio di costante (zelante) obbedienza, e modello di ogni virtù da imitare. L’esempio di ammirabile obbedienza di quel giovane viene anche ricordato da San Gregorio Papa. Infatti quando il monaco Placido caduto nel lago, stava per essere portato via dall’impeto delle acque, Mauro accorrendo su comando del santo Padre e camminando sulle acque, preso il confratello per capelli, lo trasse a riva.
La didascalia è stata ricavata dall’ultimo periodo del brano, quello, cioè, sottolineato. Il periodo non fu riportato fedelmente, ma adattato con alcune varianti per renderlo autonomo dal contesto e comprensibile. Qui si riporta l’intero periodo variato e la relativa traduzione (Fig. 8).
Dum Placidus in lacum prolapsus, aquarum impetu raperetur, sancti Benedicti jussu accurrens Maurus, et super aquas incedens, socium capillis apprehensum, ad terram attraxit.
Mentre Placido, caduto nel lago, veniva travolto dall’impeto delle acque, accorrendo Mauro su comando di San Benedetto, camminando sulle acque, preso il confratello per capelli, lo trasse a riva.
... ... ...
L’affresco trova una giusta collocazione nella chiesa inferiore dove vi sono le immagini affrescate di S. Margherita e S. Nicola, che sono due santi “sauroctoni”, capaci, cioè, di sconfiggere ed esorcizzare il diavolo sotto forma di drago, al pari di S. Silvestro, di S. Giorgio, di S. Michele(36). ... ... ...
A questo punto viene naturale chiedersi il perché sia stato scelto questo soggetto per decorare l’aula della chiesa inferiore. Si possono fare due ipotesi che non si escludono a vicenda.
Prima ipotesi. Il santuario era retto dai monaci benedettini e la storia dell’affresco aveva come protagonisti due monaci, San Mauro e San Placido che appartenevano all’Ordine.
Seconda ipotesi. Dato l’enorme afflusso di pellegrini nel nostro santuario, provenienti da ogni parte della Italia Meridionale, si voleva dare grande risalto all’Ordine dei Benedettini. Per far questo i Cassinesi fecero dipingere l’affresco di fronte alla grotta, in modo da colpire il pellegrino, che scendeva verso questa. Era come un manifesto dell’Ordine. In base alle mie ricerche, sebbene non approfondite, non risulta in nessuna chiesa o monastero benedettino della provincia di Bari un dipinto raffigurante il salvataggio di San Placido che, probabilmente, era ritenuto in tempi passati uno dei miracoli più sensazionali di San Benedetto.

NOTE

[1] Questo miracolo di San Benedetto (480c-547) è raccontato da San Gregorio Magno (540-604) al suo discepolo Pietro, nei "Dialogorum" (scritti nel 594) narrandogli "La Vita e i Miracoli del Venerabile Benedetto".
Ecco il testo originale latino trascritto dall'abate Angelo della Noce (fu il 136° abate di Montecassino, come riporta il Muratori, se non si considerano i mandati ripetuti, altrimenti è il 146° [1657- 1661 e 1665-1669]) assieme alla "Chronica sacri Monasterii Casinensis". Al testo latino affianco una mia traduzione.
[testo originale latino] [traduzione]

IN LIBER SECUNDUS
DIALOGORUM” MAGNI GREGORII PAPÆ

VITA, ET MIRACULA
VENERABILIS BENEDICTI

[ab Angelo de Nuce neapolitanus (1604-1691),
abbas Casini centesimus trigesimus sextus,
notis illustrata (1668)]

CAPUT VII.
De ejus Discipulo, qui super aquas pedibus ambulavit.

[GREGORIUS]
Quadam verò die, dum isdem Venerabilis Benedictus in cella consisteret, prædictus [1] Placidus puer sancti viri Monachus [2] ad hauriendam de lacu aquam egressus est: qui vas, quod tenuerat in aquam incautè summmittens; ipse quoque cadendo secutus est. Quem mox unda rapuit, & penè in unius sagittæ cursu à terra introrsus traxit.
[3] Vir autem Dei intra cellam positus, [4] hoc protinus agnovit, [5] & Maurum festinè vocavit dicens: «Frater Maure curre, quia puer ille, qui ad hauriendam aquam perrexerat, in lacum cecidit, jamque eum longiùs unda trahit.»
[6] Res mira, & post Petrum Apostolum inustrata: [7] benedictione etenim postulata, atque percepta, ad Patris sui imperium concitùs perrexit Maurus, atque usque ad eundem locum, quò ab unda ducebatur puer, per terram se ire existimans [8] super aquam cucurrit; eumque [9] per capillos tenuit, rapido cursu rediit.
[10] Qui mox terram tetigit ad se reversus post terga respexit, & quia super aquas cucurrisset agnovit, & quod præsumere non potuisset, ut fieret, miratus, [11] expavit factum. Reversus ad Patrem rem gestam retulit.
Vir autem Domini Venerabilis Benedictus, hoc non suis meritis, sed obedientiæ illius, deputare cœpit. At contrà Maurus pro solo ejus imperio ſactum dicebat: seque conscium in illa virtute non esse, quam nesciens fecisset;
[12] sed in hac humilitatis mutuæ amica contentione, accessit arbirer puer, qui ereptus est, nam dicebat: «Ego cum ex aqua traherer, [13] super capud meum [14] Abbatis melotem videbam, atque ipsum me ex aquis [15] reducere considerabam.»
PETRUS.
Magna sunt valdè quæ narras, & multorum ædificationi proſutura: Ego autem boni viri miracula, quo plus bibo plus sitio.

Dal Libro Secondo
dei “DIALOGHI” di PAPA GREGORIO MAGNO

VITA E MIRACOLI
Del Venerabile BENEDETTO

[annotata (nel 1668)
da Angelo della Noce napoletano (1604-1691),
centotrentaseiesimo abate di Montecassino,]

Capitolo VII.
Del suo Discepolo, che camminò sulle acque.

[GREGORIO]
Un giorno dunque, mentre lo stesso venerabile Benedetto stava nella sua cella, il predetto piccolo Placido, monaco del sant’uomo, uscì ad attingere l’acqua nel lago; ma, immergendo in modo incauto il secchiello che aveva portato, con esso cadendovi ne fu sovrastato. Subito l’onda lo travolse e lo trascinò lontano da terra quasi quanto il lancio di una freccia.
L’uomo di Dio pur essendo nella cella intuì immediatamente il fatto. Chiamò subito Mauro dicendogli: «Corri, fra Mauro, perché il piccolo Placido, che si è recato a prendere l’acqua, è cascato nel lago, e l’onda l’ha già trascinato piuttosto lontano».
Avvenne allora un prodigio meraviglioso, mai accaduto dopo quello di Pietro Apostolo. Infatti, chiesta ed avuta la benedizione, Mauro, incitato dal comando del Padre suo si fiondò e, ritenendo di camminare sulla terra, corse sull’acqua fin dove l’onda stava trascinando il fanciullo; lo acciuffò pei capelli e rapidamente ritornò.
Non appena tornato a terra, rientrato in sé egli si guardò indietro, e si accorse di aver corso sulle onde; poiché non riusciva ad immaginare come potesse essere successo, sbalordito fu preso da forte emozione. Tornato dal Padre gli raccontò l’accaduto.
Allora il venerabile Benedetto, uomo del Signore, iniziò attribuendo il prodigio non ai suoi meriti, ma all’obbedienza di lui; Mauro di contro affermava che era accaduto esclusivamente per il suo comando, e che egli era estraneo a quel prodigio inconsciamente attuato.
In questa amichevole gara di umiltà si interpose arbitro il fanciullo salvato; questi infatti raccontava: «Mentre venivo tratto fuori dall’acqua io vedevo sopra il mio capo la mantellina dell’Abate ed avvertivo che era proprio lui a tirarmi fuori».
PIETRO.
Molto rilevanti sono i fatti che narri, e di futura educazione per molti; io poi più ascolto i prodigi del sant’uomo, più ne bramo.

Note del testo latino   [Si avverte che i numeri di nota precedono quanto intendono annotare]
[1] Non ergo simplex scholaris, sed monasticis sacris initiatus: …
[2] Lacus erat factitius, de quo vide Plin. Lib. 36. inde Anienis aqua per aquæductus in Urbem comportabarur. Absoluti sunt hi aquæductus anno Christi 51. sub Claudio, per undecim continuos annos tríginta hominum millibus sine intermissione ibi laborantibus. Duraverunt integri usque ad Pontificatum Vigilií Papæ circa. annum Domini 539. quo victiges Gothorum Rex omnes aquæductus Romam influentes incidit, & devastavit. Restaurati verò fuerunt Claudii aquæductus ab Adriano primo Papa anno 780. Lacus duravit ab auno 51, usque ad annum 1305. quo causã exundationis disruptum fuit clautrum aquamm, sicque fluvíus antiquo cursu inferiùs perennare iteratò cœpit.
[3] Cella híc vel pro cubiculo proprio Sancti Patris, vel pro Monasterio, quod Cellæ nomine venit, accipitur. Vide …
[4] Spiritu Sancto revelante, ex Gordiano in vita Sancti Placidi.
[5] Vel quòd adjutor ejus esset in regimine; vel quia, utpotè familiarior, assiduus illi assistebat.
[6] Nazzarium, Celsum , & Patroclum, Marthyres, aliosque mariambulos leges apud Surium, & Hæstenum.
[7] Ex more, quem retinemus.
[8] Creatura enim Deo factor¡, ejusque preceptia deserviens (per potentiam, quam obedientialem Theologi vocant) in omnia transfiguratur. Sapientiæ 16. & 19.
[9] Nondum in Monachum attonsus fuerat, vel quia adhuc puerulus, vel quia nondum professio nem emiserat. Regula enim cap. 58. præscribit, ut nisi promissã obedientiã, Novitius non exuatur rebus propriis, quibus vestitus est, & induatur rebus Monastrii. …
[10] Alii codices, Mox ut terram tetigit. Sed utrumque rectè.
[11] Alia lectio: Extremuit.
[12] Hæfrenus: In hac itaque mutua humilitatis contentione.
[13] T. in D. frequenter mutatur, & contra, D. in T. ut alibi notavimus.
[14] … Certè melotes hic Sancti Patris exteriorem amictum signat, sive ex ovilla pelle, sive ex caprina, quod es tunica pellicea.
[15] Ali¡: educere.
Sed hic demùm quæstio solvenda occurrit. Quomodo, inquam, Placidus Abbatis melotem super caput suum videbat, seque ab Abbate ex aquis educi considerabat, cum S. Benedictus non propè Placidum, scd absens tunc in cella moraretur? Ut hæc sancti pueri verba cum veritate subsistant, Hæstcnus … censet Placidum ex aquis eductum ab Angelo, speciem & personam Sancti Patris induto, sed aliam ab Angelo assumptam personam, ad miraculi_ministerium, … .

[Il testo latino è tratto da “ Rerum Italicarum Scriptores”, tomus IV, Ludovicus Antonius Muratorius, Mediolani, ex Typographia Societatis Palatinæ in Regia Curia, MDCCXXIII, p. 195-196]