Cappella Sacra Spina

Contenuto

La cappella della Sacra Spina
Gli ostensorii della Reliquia

La Sacra Spina durante il miracolo del 25 marzo 2005
[La Sacra Spina nel miracolo del 2005
- (Fotottica Guglielmi)]

Il Reliquiario medievale

Scrive il Merra nel testo sotto citato:

"...Se la sacratissima Spina Di Andria fu un dono di Re Carlo II d'Angiò, il primo Reliquiario, entro cui questa venne religiosamente conservata, dovette senza dubbio essere anche dono dell'istesso Monarca; questo esigeva la preziosità del dono, questo voleva la munificenza del donatore. Ed in vero nel Direttorio della Santa Visita, pubblicato in Roma nel 1593 da Mons. D. Luca Antonio Resta, Vescovo di Andria, ... in cui parla della visita che il Vescovo deve fare delle Reliquie dei Santi, e del come descriverle, presenta per modello la descrizione della teca della Sacratissima Spina, che si venera nella Cattedrale di Andria:

«In prima, una Spina della Corona, con la quale fu Coronato Nostro Signor Giesu Christo, la qual si conserva in un Tabernacolo di Rame ben lavorato indorato, & essa stà affissa in mezzo amovibile, che si può mostrare, coperta d'una vainella d'argento indorata con trenta perle, & quattro rubini, con una crocetta piccola di cristallo rossa in cima, & da piedi un pometto indorato, con quattro gemme pretiose, & un diamante»."

[il testo del Resta, citato dal Merra, è stato trascritto non dal libro del Merra ma dall'originale "Inventario delle Reliquie de' Santi, & Argenterie, che si conservano in questa Sacristia della Cattedral Chiesa d'Andria, ... Cap. XLVIII." in "Directorium Visitatorum, ac Visitandorum ...", di Luca Antonio Resta,  - , Extypographia Guielmi Facciotti, Romæ, 1593, pag. 57.]

Il Reliquiario cinquecentesco

Continua il Merra:
"Dopo sessantatrè anni, troviamo un altro Reliquiario per la medesima Santa Spina. Dalla descrizione, che si legge nella Santa Visita del Vescovo di Andria, Mons. D. Ascanio Cassiani, fatta nell' 8 marzo 1656, pare che esso doveva essere molto bello. Nel visitare egli le Reliquie innumerevoli, che si conservavano, e tuttavia si conservano nella Cappella del gloriosissimo Protettore San Riccardo, dice essergli stata presentata una Pisside, in cui eravi una delle maggiori Spine della Corona di Nostro Signore Gesù Cristo, ornata di gemme e di margherite. Componevasi di due sfere di cristallo, intorno alle quali girava una corona di spine d'argento. Il vaso era similmente di figura rotonda e di argento, e dentro, sulla base della medesima teca d'oro, vi erano quinti e quindi genuflessi due angioletti d'argento. Il piede che era di rame dorato, in cima aveva una crocetta d'argento anche dorato. Nel primo giro della sfera di prospetto stavano incisi i primi versi dei sedici seguenti, e gli altri dovevano stare scolpiti al di dietro: "

«En Cuspis de tot majoribus una Coronæ
Qua diræ pupugere manus pia tempora Iesu.
Quando Parasceve et Martis vigesima quinta
Concurrunt (veluti Majores ore probarunt),
Tunc hæc (oh quam mirum!) tota cruenta videtur,
Quæ solet esse alias guttis aspersa quibusdam
Ad nos Trinacriæ Carolus Rex ille secundus
Transtulit ex Paridis, quæ Urbs Regia Galliæ habetur.
Pectore devoto, venerandaque poplite flexo est
Spina Redemptoris roseo suffusa cruore,
Cum sentes, ut acus, totidem tolleraverit Ultor
Humani sceleris. Gratissima metra canamus:
Gloria Victori, et monumenta perennia palmæ;
Cornua enim Satanæ spinosa fronte repressit;
Detque illi Dominus pro tanto huc pignore vecto,
Cuncti exoremus, felicia regna Polorum.
»

"Questi versi in italiano suonano così: «Ecco una delle tante maggiori Spine della Corona, con cui le mani crudeli dei Giudei trafissero le tempia sacrate di Gesù. Quando concorrono la Parasceve ed il venticinque di marzo, come è antica tradizione, allora questa, oh meraviglia!, si vede tutta insanguinata, imperciocchè suol essere aspersa di alcune gocce di sangue. A noi Carlo II [D'Angiò] Re di Sicilia, la portò da Parigi, città capitale della Francia. Con cuore devoto, e con ginocchio piegato deve venerarsi questa Spina del Redentore, che di roseo sangue bagnossi, quando, vendicatore dell'umana scelleratezza, tollerò le spine, come altrettanti aghi. Cantiamo gratissimi cantici: Gloria al vincitore, e perenni monumenti di vittoria, imperciocchè con la fronte irta di spine fiaccò la potenza di Satana. Preghiamo tutti, affinchè il Signore, per tanto pegno qui portato, gli conceda il felice regno del cielo»."
"Dai quali ultimi due versi si vede chiaramente che essi furono composti non nel tempo, in cui Re Carlo II donò ad Andria la Santa Spina; ma dopo la morte di lui, mentre Andria in ricambio di tanto dono, gli augura da Dio il regno del cielo: Detque illi Dominus ... . Epperò questi esametri sebbene non sieno stati incisi sulla prima teca, ciò non ostante non cessano di essere un antichissimo documento in favore della provenienza di detta Reliquia."
"Monsignor D. Pompeo Sarnelli, Vescovo di Bisceglie, che nella Cattedrale di Andria avea veduto questo secondo Reliquiario, lo chiama: «Un ostensorio grande di cristallo, attorniato da corona di spine d'argento, dove sono scolpiti più versi»."
L'Addolorata danata da Vincenzo Morselli
[L'Addolorata donata da Vincenzo Morselli]

Il Reliquiario donato dai Carafa

Reliquiario donato da Vincenzo Morselli
[Reliquiario donato da Vincenzo Morselli]
Racconta ancora il Merra:
"Nel di 26 marzo 1785, avvenuto il miracolo della Sacratissima Spina, questa il Sabato Santo, dalla cappella del glorioso Patrono di Andria, San Riccardo, fu processionalmente portata sul Palazzo Vescovile. Ivi alla presenza delle autorità ecclesiastiche e civili, che erano state spettatrici del prodigio, Monsignor D. Saverio Palica, Vescovo di Andria, dissigillò religiosamente l'antico Reliquiario della Santa Spina, e questa ripose in un altro Reliquiario nuovo di argento, che il Medrano dice: pur troppo magnifico e ricco, dono del Duca e della Duchessa di Andria, D. Riccardo Carafa e D. Margarita Pignatelli."
Scrive infatti il Medrano:
«... Dopo di che si è detta santa Spina trasportata nel sopradetto Palazzo Vescovile coll'intervento delli medesimi Attestanti, di detti Eccellentissimi Signori, ed altri, in dove da detto Illustrissimo Monsignor Vescovo si è la suddetta santa Spina, precedente dissuggellazione traslata dall'antica teca ad un'altra nuova di argento pur troppo magnifica e ricca donata dalli suddetti Eccellentissimi Signori Duca e Duchessa, nella quale, e propriamente nel piede alla parte posteriore si vedono pur anche incisi ad literam quegli stessi versi, che vi sono nella detta teca antica. E dopo d'essersi detta nuova suggellata col suggello di detto Illustrissimo Prelato nella maniera, che si conviene, si è finalmente in tal modo portata a rimettere, e conservare nel medesimo Tesoro. ...».

Il Reliquiario donato da Vincenzo Morselli nel 1837

Così descrive il Merra questo reliquiario:
"In memoria perenne di questa invenzione [il ritrovamento della Spina nel 1837], furono composti altri cinque esametri, che unitamente ai sedici dell'antica teca, dovevano essere incisi sulla nuova; ma forse per mancanza di spazio non furono incisi né quelli, né questi. Essi sono i seguenti:"

«Quam cernis Spinam hinc peregrina in littora traxit
Dextera rapax, ferro quum sterneret omnia Gallus;
Iosephi intemerata manus, pietasque verenda
Antiquam in sedem Venusina ex urbe reduxit.
Inclytus ah vivat Praesul per saecula sospes!
»

"I quali versi italianamente suonano così: La Spina, che tu vedi, di qui in lidi lontani la portò la destra rapace del soldato Francese, allorquando tutto con la spada distruggea. La intemerata mano, e la veneranda pietà di (Monsignor) Giuseppe (Cosenza) la ritornarono dalla città di Venosa all'antica sua sede. Ah! viva, incolume per molti e molti anni l'inclito Pastore!
Mancava intanto un Reliquiario d'argento, ove decentemente collocare la Sacratissima Spina; ed ecco il pio cittadino don Vincenzo Morselli sobbarcarsi ben volentieri alla non lieve spesa di migliaia di ducati per fare lavorare in Napoli un bellissimo Ostensorio, che fosse degno d'una tanta Reliquia insigne.
Il nuovo Reliquiario è tutto di argento, alto centimetri 80 dal vertice della crocetta sino alla sua base, che è di figura quasi ovale, ornata vagamente di foglie d'acanto, di ovoli schiacciati e di modanature. Essa poggia sopra quattro piedi, somiglianti ad altrettante volute, le quali con varii ornamenti vanno a terminare in graziosissime testoline di serafini. Ai lati di questa base siedono due angioletti; quello di destra porta i chiodi, la croce, la lancia, e la canna con la spugna, e quello di sinistra la scala, il martello, e la tanaglia. Da questa base s'innalza un gambo artisticamente lavorato, adorno dello stemma di Andria, e di una immaginetta dell'Addolorata contornata di rubini. Sopra un gruppo di nuvolette, che poggia su questo gambo, si eleva uno svelto ed elegantissimo tempietto quadrilatero, formato da quattro colonnine scannellate, con capitelli corinti, e basi quadrate. Al di sopra di questi capitelli s'impostano quattro archi semicircolari ben incorniciati, i quali sostengono una svelta cupoletta, liscia nell'interno, ed intarsiata a scaglie nell'esterno. Una sfera, sulla quale s'innalza una crocetta, la sormonta. Agli angoli del tempietto stanno seduti quattro angioletti con le braccia aperte quasi ad esprimere il loro spavento alla vista di quell'orribile Spina, che trafisse il capo di Nostro Signore. Nell'intercolunio si veggono altri due angioli, dei quali quello di destra stringe nelle mani il santo Sudario, e quello della sinistra la colonna ed i flagelli. Dentro il tempietto, sopra una base d'argento dorato, della lunghezza di circa tre centimetri, vi sono quattro teste di Serafini, con le ali formate da rosette di rubini, mentre ai due lati stanno inginocchiati in atteggiamento di profonda adorazione due angioletti. Nel mezzo evvi un piccolo cono, fregiato in basso da un serto di rubini e di perle, e sopra da un anello formato anche di rubini, dal cui centro escono quattro piccole foglie dorate, fra le quali sta infissa la Sacratissima Spina della Corona di Gesù Cristo, la quale da tanti secoli forma l'ornamento più bello e più prezioso della città di Andria. Finalmente una campanetta di limpidissimo cristallo, alta circa tredici centimetri, con l'orlo fasciato di argento, bellamente e religiosamente covre l'elegante gruppo.
È questo il nuovo Reliquiario della Santa Spina di Andria, ed è l'eloquente testimonio della splendida munificenza e della singolar pietà di Vincenzo Morselli, che pure a sue spese ornò d'una ricchissima cornice d'argento l'Immagine dell'Addolorata, che si venera nella Cappella del SS. Crocifisso, sotto l'organo della Cattedrale.
"
[tratto da "Monografie Andriesi", di Emanuele Merra, tip. Mareggiani, Bologna, 1906, pagg. 133-138, 165-168]

Dello stesso reliquiario Morselli riportiamo anche le indicazioni devozionali suggerite nelle pp. 35-37 del testo "ECCO L’UOMO da conoscere, incontrare e servire per una nuova Umanità", sussidio pastorale edito dalla Diocesi di Andria nel settembre del 2015.

È un ostensorio sormontato da una croce: tutto in esso parla della Passione del Signore. È di metallo prezioso: dice la venerazione, la cura, l'amore che si nutre verso la Sacra Spina.
Due sono le tipologie di immagini che emergono e che ci invitano ad accostarci alla Sacra Spina, con i loro atteggiamenti: gli angeli e la Vergine addolorata.
Gli angeli sono 10, senza contare le teste di serafini che si trovano sulla base dove è infissa la Sacra Spina.
I quattro angeli che si trovano sulla cupoletta sono mossi dalla meraviglia, con la loro posa un po’ manieristica che indica stupore e dolore: ci invitano a porre lo sguardo su ciò che è conservato nel reliquiario. Sono angeli che portano a termine la loro missione di indicarci la strada, la modalità di avvicinarci alla Sacra Spina, con attenzione e con la capacità di stupirci, non con la semplice curiosità di chi vuole vedere un fatto nuovo.
Ci sono poi gli angeli che portano gli strumenti della Passione, che costituiscono una memoria del Vangelo e della salvezza. Essi portano le cosiddette “arma Christi”: il velo della Veronica e la colonna della flagellazione con i flagelli sono sostenuti dai due angeli accanto alla teca di cristallo; sulla base del reliquiario abbiamo altri due angeli: uno porta i chiodi, la croce, la lancia, la canna con la spugna, l’altro la scala, il martello, la tenaglia. L’espressione “arma Christi”, che significa letteralmente “emblemi di Cristo”, indica propriamente l’immagine degli Strumenti della Passione del Signore intesi come simboli del suo tormento ma anche come richiamo alle sue cinque piaghe. Ricordiamo le bellissime immagini degli angeli che portano i simboli della Passione nel Giudizio Universale della Cappella Sistina: portano quegli strumenti che rappresentano la salvezza che Cristo con la sua morte ha donato all’umanità. Sono simboli di misericordia: gli angeli ci annunciano che la Passione è un lieto annuncio di salvezza.
Infine ci sono gli angeli che adorano: sono i ministri della gloria e la loro presenza ci muove alla preghiera, all’adorazione, così come nel Salmo 137:

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.

L’atteggiamento davanti alla reliquia non può non essere che di stupore adorante del mistero della Croce, del prodigio della creazione nuova, della nostra salvezza. È il punto d’arrivo della missione delle creature celesti, che ci insegnano a lodare Dio con gratuità.
Sul fusto del reliquiario è collocata una immagine della Beata Vergine Maria con il cuore trafitto: è Maria partecipe al mistero della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Ci richiama le parole profetiche di Simeone: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35). Ci richiama la sua presenza presso la croce, partecipe del dolore del Figlio, ma anche madre dell’umanità nuova: “Donna ecco tuo figlio” (Gv 19,24). È l’ultima immagine che ci “parla” in questo reliquiario, perché ci insegna che non possiamo contemplare senza essere compartecipi del mistero del dolore di Cristo e del dolore dei tanti che oggi soffrono: la compartecipazione è la missione di coloro che hanno contemplato la Sacra Spina e in essa il mistero della Passione e Redenzione.
Reliquiario donato dai fratelli Ruotolo
[Reliquiario donato dai fratelli Ruotolo]

Il Reliquiario donato dai fratelli Ruotolo

Notizie su questo reliquiario le attingiamo dalla pubblicazione su DVD che la Diocesi di Andria ha effettuato in preparazione al miracolo del 2005:
"Fatto costruire dai fratelli S.E. Mons. Riccardo Ruotolo, vescovo ausiliare emerito di Manfredonia - Vieste, e da mons. Giuseppe Ruotolo, è stato eseguito in argento dagli orafi andriesi della ditta Barraquattro.
Si compone di un semplice gambo, sul quale è innestato il tempietto che raccoglie la teca di cristallo in cui è custodita la Scra Spina. Ai suoi piedi tre pigne, antico simbolo di immortalità, e sotto il tempietto tre stemmi: quello di S. E. Mons. Raffaele Calabro, vescovo di Andria, lo stemma di S. E. Mons. Giuseppe Ruotolo ( 1898-1970) Vescovo di Ugento - Santa Maria di Leuca, e lo stemma del Capitolo Cattedrale di Andria.
"

"Vera immagine del Cristo" - tela del Seicento
["Vera immagine del Cristo" - elab. elettr. su foto di. S. Di Tommaso 2015]

Durante il giubileo della Sacra Spina 2015-2016 è stata esposta alla venerazione dei fedeli l'icona "Vera Imago Salvatoris D. N. Jesu Christi", qui a fianco riprodotta.
Una descrizione della stessa corredata delle motivazioni liturgiche della scelta sono state enucleate nelle pp. 61-63 del su citato testo "ECCO L’UOMO da conoscere, incontrare e servire per una nuova Umanità":

Le fonti storiche delle notizie intorno al volto di Cristo, per circa diciannove secoli, si sono basate essenzialmente sulla tradizione tramandata con gli scritti dei Padri della Chiesa.
Il volto tumefatto, quel corpo scarnificato dalla flagellazione, il sangue che lo fasciava come una seconda veste, erano un monito, un richiamo, che non aveva bisogno di commenti.
È l’Ecce Homo, l'Uomo dei dolori, abbandonato da tutti e, come afferma il Profeta Isaia: “non ha apparenza, né bellezza, per attirare i nostri sguardi” (Is. 53,2).
Un’antica tradizione colloca durante la Via Crucis un personaggio di cui i Vangeli non dicono niente. Per molti secoli si provò tra i credenti il desiderio, la necessità di possedere una vera immagine, l’autentico volto di Gesù. La pia leggenda narra di una donna che sulla via del Calvario avrebbe asciugato, commossa, il volto di Gesù, la cui effige sarebbe rimasta impressa sul bianco lino. Questo vero volto, questa “vera icona”, si sarebbe tramandato nel nome della donna: Veronica.
Il gesto riflette la tenerezza della Chiesa, la premura della Sposa di Cristo, di voler asciugare il volto dolorante e insanguinato del suo Signore.
Il volto di Cristo però non è solo quello sfigurato dal dolore del Calvario, ma è anche il volto trasfigurato del Monte Tabor. Una anticipazione della gloria divina che, rimasta celata durante la vita terrena di Gesù, nella risurrezione, dopo la vittoria sulla morte, giunge al massimo splendore.
Il volto santo, icona dell’anno giubilare che quest’anno [2015] in particolare siamo chiamati a venerare, proviene dal “Conservatorio di Gesù, Giuseppe e Maria” di Minervino Murge, Monastero delle Visitandine fino al 1930 circa.
L’Ordine delle Visitandine, fondato da San Francesco di Sales e Santa Giovanna Francesca di Chantal, aveva un grande culto dell’amore di Cristo: la devozione al Sacro Cuore si sviluppa grazie alle rivelazioni private ad una visitandina, Santa Maria Margherita Alacoque.
La teologia che esprime la spiritualità espressa in questo quadro è quella dell’umanità di Cristo del Cardinale de Bèrulle (XVII sec.). Egli, vedendo il Dio-Uomo al centro di tutto, nei suoi scritti sottolinea molto il primato del Nome di Gesù.
L’influsso del cristocentrismo di Bèrulle è stato enorme in Francia, ed ha profondamente contagiato la spiritualità carmelitana francese.
Santa Teresa di Lisieux contemplando tutta la divinità, ne ammira in particolare la “suprema Bellezza”, la Misericordia e la Giustizia; contempla anche tutta l’umanità e specialmente i Misteri dell’Incarnazione e della Pasqua. Santa Teresa sintetizza la dottrina del cristocentrismo con questa affermazione: “Amare Gesù è farlo amare!”.

[le Le foto di questa pagina sono in gran parte tratte dalla pubblicazione in DVD del 2005 o dalla rivista "INSIEME - speciale 25 marzo 2016"]