la navata

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[Se si vuol ascoltare la "Ave Maria" di sottofondo cantata dal coro polifonico "Farinelli" avviare  ►  il sottostante riproduttore.] [1]
ascoltare la musica di sottofondo

L'ampia NAVATA

La Chiesa, osservata dalla facciata, non evidenzia la considerevole ampiezza della navata interna; ma così non era ai suoi primordi.
Almeno fino al 1608 era a tre navate; fu poi resa a navata unica e nel Settecento arredata in stile barocco. Nei restauri del Novecento fu spogliata di quasi tutti gli arredi settecenteschi. È opportuno qui leggere l'aspra critica di Vincenzo Zito su tali sconsiderati restauri effettuati negli anni Sessanta.
"Seguendo il discutibile esempio della cattedrale, nello stesso periodo fu restaurata anche la chiesa dell'Annunziata. Durante tali lavori furono rimossi gran parte degli arredi settecenteschi, salvandosi solo tre altari ed altre decorazioni secondarie che oggi convivono, in contrasto stridente, con la parte presbiteriale della chiesa le cui pareti sono state ridotte a nudità. Nel corso dei lavori furono individuate le basi dei pilastri che una volta dividevano la chiesa in tre navate, come si nota dalla facciata."

[testo tratto da " La guerra dei 200 anni", di Vincenzo Zito, Ed. dell'Autore, Andria, 2010, pag. 30]

Attualmente quattro fornici per lato sovrastati da un architrave, su cui si aprono otto piccole monofore ogivali (esternamente rettangolari), reggono il soffitto ligneo in cui spicca centrale un grande dipinto dell'Immacolata.
I primi due fornici, entrando, ospitano due confessionali e due tele tonde: sul lato sinistro è affissa l'Assunta tra gli Apostoli Giacomo, il minore, e Filippo; sul lato destro l'Immacolata con il piccolo Gesù tra le braccia.
Sulle paraste di questi primi fornici sono affisse due acquasantiere seicentesche.
Nei fornici a seguire sono innalzati due maestosi altari lignei di stile barocco: su quello di sinistra è incastonata la tela dello Sposalizio di Maria con San Vito Martire, e nell'edicola superiore una tela riproducente la Visitazione di Maria a Santa Elisabetta; su quello di destra è incastonata una Immacolata librantesi sul territorio della Chiesa dell'Annunziata, e nell'edicola superiore una tela più piccola di Dio Creatore.
Nei fornici successivi (terzi dall'ingresso) si aprono due cappelle: quella di sinistra, dedicata al SS. Sacramento, ospita un altare marmoreo con l'affresco di un'Annunciazione nella lunetta superiore; quella di destra, dedicata all'Immacolata, ha sulla parete di fondo una tela dell'Immacolata tra San Gaetano e San Sabino.
Gli ultimi fornici a ridosso del presbiterio ospitano due notevoli altari doviziosamente scolpiti nella pietra: quello di sinistra è un pregevole altare di stile prerinascimentale dedicato alla Madonna della Pietà, nel quale è incastonato l'affresco della stessa; quello di destra, in stile barocco come i precedenti altari lignei, porta sulla parete una tela del Cuore di Gesù e nell'edicola superiore una della Deposizione.
Chiudono la navata il maestoso arco ogivale di fine Quattrocento e i tre gradini di accesso al presbiterio.

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Nell'alto soffitto della navata è incastonata, centrale, una grande tela raffigurante, tra angioli agitanti i simboli di alcune virtù, Maria Immacolata che calpesta il Demone tentatore, avvinghiato intorno all'albero del peccato originale, ai cui piedi Adamo ed Eva hanno appena disobbedito al loro Creatore. Tre festoni riportano frasi della Bibbia che si riferiscono alla scena; la prima in alto recita: «NONDUM ERANT [ABYSSI] ET EGO IAM CONCEPTA ERAM» (tra parentesi quadre le parole danneggiate e illeggibili); la seconda, molto più lunga «IPSA CONTERET CAPUT TUUM, ET PRAECIPITABIT FACIEM VINCULI COLLIGATI SUP̶  OMNES POPULOS»; e l'ultima in basso «SI DIXERIMUS QUONIAM PECCATUM NON HABEMUS IPSI NOS SEDUCIMUS». Immediatamente sopra i nostri progenitori sono dipinti alcuni condottieri d'Israele: a destra Salomone e Davide con la cetra; a sinistra, insieme ad un personaggio con la corona, uno con la tiara, un altro con il turbante, c'è Mosè con una tavola, al centro della quale è possibile leggere ΩΧ e in basso ΙΧΘΣ [2].
Colorita è al solito la descrizione del Borsella:
"Ma ben sorprenderà chiunque farassi a mirare il gran dipinto in tela affisso in mezzo della soffitta quantunque per l’altezza non fosse discernibile nelle più minute parti.
Rifulge la gran Diva Maria, ritta in cima, la cui testa brilla fra il triplice splendore di luce, e di bellezza, e della più soave espressione. Ella tiene le mani giunte verso il Cielo in atto di rendere grazie all’Eterno, per vedersi francata dal peccato originale che ogni altra creatura nascendo contrae, ricadendo coi primi progenitori sotto la dura schiavitù di Lucifero, dopo aver gustato il vietato pomo.
A dritta e sinistra della Vergine osservansi dei Serafini, due dei quali, tengon lo giglio e lo specchio, e gli altri la palma e la rosa. Dei nastri spiegati portan queste leggende “Nondum erant abyssi et ego iam concepta eram. Ipsa conteret caput tuum. Si dixerimus quoniam peccatum non habemus ipsi nos seducimus.„ Sotto a’ di lei piedi si eleva l’albero fatale, avendo accanto Lucifero cornuto in forma di uomo, con ben lunga coda attorta a quel tronco. Adamo ed Eva nudi sono da catena avvinti ai rami. E catenati pur veggonsi il condottiere del popolo ebreo tenendo in mano le tavole della Legge, il re Profeta coll’arpa, e quel coronato suo figlio, che lasciò dubitare, se più tesori di sapienza, o di terrene dovizie posseduto abbia dalla munificenza del Creatore ed altri antichi Padri.
Egli è tale il pregio di questa tela, che raccomandasi da sè senza bisogno di elogio e sembra esserne opera del pennello stesso che ritrasse il quadro della Concezione da noi descritto di sopra vedendosene troppo chiaramente l’analogia dello stile delle immagini, delle forme, del colorito."
tela nella volta della navata: Immacolata
[elaborazione elettr. su foto di Sabino Di Tommaso - 2012]

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Infine, sulla bussola d'ingresso, addossata alla parete di fondo, è collocato il dipinto a forma di trittico dell'Annunciazione;
alla sua destra trovasi una tela polilobata di San Riccardo sovrastante la pietra tombale di Carlo Albanese, un tempo nel pavimento del presbiterio, alla sua sinistra una di San Ciro sovrastante la lapide sepolcrale di Fra Giovanni di Bosnia.

Gli autori dell'Ottocento vedono un dipinto del'Annunciazione nel presbiterio, con incise le parole pronunziate dall'Arcangelo e da Maria; ne indicano poi uno sull'altare di fronte a quello della Pietà, dove infatti il Borsella dice di vedere "un quadro dedicato all’Annunziata, che sta in cima di esso, cui stan sottoposti gli Apostoli, S. Giacomo, S. Filippo"; quest'ultimo da come vien descritto sembra debba trattarsi del tondo attualmente posto nel primo fornice di sinistra, nel quale tuttavia tra gli apostoli è riconoscibile più un'Assunta che un'Annunziata.
Sulla controfacciata dell'ingresso oggi è affisso il sotto riprodotto trittico dell'Annunciazione, dipinto dall'andriese Carmine Conversano (1923-2008), probabilmente nello stesso periodo in cui dipinse la tela del Sacro Cuore sul 2° altare laterale di destra.
parete di fondo: Annunciazione
[elaborazione elettr. su foto di M. Monterisi]
Sulla parete, ai due lati della bussola d'ingresso sono affissi (abbiam detto) due tele in cornici polilobate: a destra entrando quella raffigurante San Ciro d'Alessandria eremita e il suo discepolo San Giovanni, entrambi martirizzati insieme nel 303; a sinistra il patrono di Andria San Riccardo, benedicente reggendo nella sinistra col pastorale la Città sul libro sacro. Quest'ultima tela porta in basso a destra scarsamente leggibili la firma e la data, [una possibile interpretazione: Giovanni Papa per sua devoz.ne 1838, ma sono in attesa di trovare una lettura certa]
parete di fondo: San Ciro  parete di fondo: San Riccardo
[elaborazione elettr. su foto di Sabino Di Tommaso - 2012]

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NOTE
[1] Musica di sottofondo: "Ave Maria" di Jacques Aercadelt (1505?-1568) - dal volume "Cantate Domino" del 1998 - coro polifonico "Farinelli" diretto da Graziano Santovito.
[2]
Bella e profonda è l'anamnesi essenzialmente religiosa di questo dipinto dell'Immacolata, elaborata dal prof. Schiavone nelle pagine 96-104 del testo già citato "La Chiesa dell'Annunziata di Andria". Ne stralciamo qualche pensiero che aiuti a comprendere la scena rappresentata.
"A) Ai piedi di un albero, grande, frondoso e carico di frutti, ma a foglie fosche e che sembra come l'asse portante di tutto il dipinto, Eva e Adamo. Più vicina all'albero la donna, rappresentata nell'atto in cui porge all'uomo il frutto dell'albero, perché ne mangi. È il peccato dell'uomo, maschio e femmina creati da Dio, e a cui il Creatore aveva proibito di «mangiare dell'albero del bene e del male», perché il potere di decidere del bene e del male non appartiene all'uomo, ma a Dio solo.
Le conseguenze di questo atteggiamento dell'uomo che diviene qui autonomo, si autodetermina, non riconosce di essere «creatura» attraversando così il piano di Dio, sono chiaramente espresse nella scritta che si legge ai piedi di questa coppia umana: «Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus»: (Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi): l'espressione è presa dalla prima lettera di San Giovanni (2, 8), ed esprime lucidamente le conseguenze dell'atto rappresentato sopra la scritta: il peccato è entrato nel mondo ed è una realtà ininterrotta nella storia umana. «Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al peccato» è un ingannare se stessi ed «è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale, dei costumi» [dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407]. È la dottrina del peccato originale.
B) Questa continuità del peccato, che dall'uomo Adamo arriva all'uomo di oggi, nel quadro è posta in relazione con un progetto di redenzione e di riscatto che è nella mente di Dio da tutta la eternità: e Dio lo ha pensato da sempre perché non può sopportare questa nostra schiavitù nei confronti del male. Questo il senso profondo delle tre scritte che si leggono sui nastri.
Nella prima, in cima al dipinto (Nondum erant abyssi et ego iam concepta eram), il soggetto nel senso originario del testo biblico, è la Sapienza di Dio, che è da sempre, increata, eterna: ed essa da sempre ha pensato a quell'azione di riscatto. Essa, la Sapienza, scenderà, dall'eterno nel tempo, entrerà nella storia umana: il Verbo si farà carne, diventando uno di noi. Sua la iniziativa, sua l'azione sovrana: ma la realizzerà per mezzo di una donna pensata da Dio da cui Dio stesso assumerà la natura umana: «Porrò inimicizia tra te e la donna, la stirpe tua e la stirpe di lei: essa ti schiaccerà il capo»: Ipsa cònteret caput tuum (è la scritta in alto a sinistra). La stirpe della donna schiaccerà il capo alla stirpe del serpente; cioè il genere umano che discende dalla donna e rappresentato da Gesù Cristo, vincerà il demonio. Il testo ebraico riferisce essa a stirpe di lei, il testo latino invece a donna.
Maria viene così associata alla futura redenzione operata da Gesù. E nella tela il pittore la rappresenta nell'atto in cui essa con i piedi schiaccia la testa di Satana e collocando il nastro della iscrizione tra due donne: in basso Eva, l'alleata di Satana e da lui sconfitta, in alto Maria, la nemica di Satana per sconfiggerlo, come Dio, nell'Eden, aveva annunziato (Genesi 3, 15).
La sconfitta di Satana diviene nel grande quadro come centro ideale su cui grava tutto il dipinto. Il pittore gli dà un volto e un atteggiamento umano: è malinconico, con le braccia enormi, ma conserte e rassegnate: sotto i piedi di Maria è un vinto. Dal ventre in giù, il corpo tozzo si prolunga in una gamba viscida simile a grosso pitone, che gira intorno all'albero, diviene coda sottile e scende in basso, più vicina alla testa di Eva che a quella di Adamo.
C) Il piano di salvezza Dio lo estende a tutti gli uomini: questo è il senso dell'ultima iscrizione che si legge a destra, sul nastro sostenuto dagli angeli: Et praecipitabit faciem vinculi colligati super omnes gentes. È un versetto tratto dal libro di Isaia in un passo in cui il profeta dice che il Signore, sul Monte Sion, radunerà per un banchetto divino tutti gli uomini: «E su questo monte farà cadere la benda che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre» (Isaia 25, 6-7). Una immagine, questa del banchetto, per rappresentare simbolicamente il momento della comunione dell'uomo con Dio che farà cadere dagli occhi la loro cecità e la miseria umana. Un simbolo, il banchetto, che Gesù usava più volte per rappresentare il "regno". Nella traduzione latina del testo ebraico, la benda è resa con il termine latino vincula che significa appunto bende, ma può significare anche catene: il pittore, allora, fa delle catene un motivo ricorrente e caratterizzante della sua grande rappresentazione pittorica: nella quale tutti i personaggi, da Eva a Davide, da Salomone a Mosè, sono incatenati ai rami del grande albero.
Il versetto allora significa che chi schiaccerà (conteret) il serpente farà cadere quelle catene che gravano e collegano gli uomini, legandoli nella schiavitù del peccato e della morte. … … … .
D) Al di sopra di Adamo, sotto lo stesso albero, due figure maschili, chiaramente distinguibili.
Il primo è un re, vecchio e dimesso, che imbraccia la cetra e ne tocca le corde con la destra: ma il polso è trattenuto da una catena, che lo lega a un ramo dell'albero. È Davide, il sovrano grande e umile, il Cantore dei Salmi. Dietro di lui Salomone con scettro e corona, figlio e successore di Davide.
La presenza di Davide ci ricorda le parole di Gabriele alla Vergine, sul figlio che sarebbe nato da Lei («il Signore Dio gli darà il trono di Davide») … … … .
E) A sinistra dell'albero, in simmetria con Davide e Salomone, due volti barbati, con la corona regale, o con un turbante orientale. Un terzo volto, sotto una pesante copertura del capo (sembra una tiara), è scomparso per l'abrasione subita dalla tela: anche qui, come a destra, i segni della regalità dei potenti. Uno di essi fa pensare a un re assiro o babilonese (Sargon o Nabucodonosor?) che ha voluto farsi "uguale all'altissimo e invece è stato precipitato nelle profondità dell'abisso» (Isaia 14, 14-15). … … … .
La figura più in basso a sinistra, ai margini della tela, è anche quella di un condottiero: Mosè. Condottiero carismatico degli Ebrei verso la Terra promessa e iniziatore della teocrazia di Israele. Ma a Mosè i committenti di questa grande tela hanno voluto conferire un significato tutto particolare.
Anch'egli come gli altri condottieri, ha una mano legata dalla nera catena, ma regge con la destra una grande tavola. È la Legge: per gli Israeliti Mosè ne era l'estensore; e il popolo ebraico riconobbe nel Jahveh predicato da Mosè il suo Dio, e nella Torah una religione che non viene dagli uomini ma da Dio stesso e di cui Mosè non fu che il portavoce e il profeta.
Nel nostro dipinto, la tavola di Mosè rappresenta non soltanto la legislazione del Sinai, ma tutta la mentalità, la economia dell'Antico Testamento che era fondata sulla Legge: una economia però che Cristo è venuto non per abolire, ma per completare. … … … .
Il pittore esprime con una sola immagine questi pensieri: incidendo, sulla tavola di Mosè, alcune lettere dell'alfabeto greco.
In alto: ΩX. Significa: O(μέγα) Χ(ριστός), cioè «O grande (è) Cristo».
La «O grande» (Ω,) era, per i Greci, la ventiquattresima e ultima lettera dell'alfabeto. Perciò qui ΩX significa: Ultimo [è] Cristo. X è la iniziale di Χριστός che è poi la traduzione visiva di Apocalisse 1,8: «Ego sum Alpha et Omega, principium et finis»: «Io sono la prima e l'ultima lettera»: cioè principio e fine di ogni cosa (Cfr. Isaia, 44,6: Ego primus et ergo novissimus).
Ma il pittore-teologo ha voluto essere ancora più chiaro: lapidario.
Infatti ha dipinto la mano di Mosè che, mentre sostiene la Legge, indica con il pollice quattro lettere: IXΘΣ. Esse sono le iniziali della parola greca Ίχδύς le quali si identificano con le iniziali del nome di Cristo: Ίησούς Χριστός Θεοϋ Υιός Σωτήρ: «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore». Sulle quattro lettere poi ha inciso proprio l'ultima lettera dell'alfabeto greco: ω.
Sopra aveva scritto che Cristo è l'Ultimo: qui in fondo alla Tavola, suggerisce che Cristo è «fine della Legge», ma rimandandoci questa volta alla espressione originale di Paolo (Ai Romani, 10,4) che in greco suona così: Tέλος Nόμου Χριστός. E vuole rammentarci, con Paolo, che Cristo-telos significa che Cristo, mentre segna la fine cronologica della Legge mosaica ne costituisce, nello stesso tempo il completamento, secondo il si¬gnificato del termine telos. … … … .