[La navata il 03/05/2022 - elab. elettr. su foto di Sabino Di Tommaso
Se si vuol ascoltare la "Ave Maria" di sottofondo cantata dal coro polifonico "Farinelli" avviare
► il sottostante riproduttore.]
[1]
L’ampia NAVATA
La Chiesa, osservata dalla facciata, non evidenzia la considerevole ampiezza della navata interna;
ma così non era ai suoi primordi.
Almeno fino al 1608 l’interno era a tre navate (come è evidenziato dai segni sul pavimento
indicanti i sottostanti plinti delle colonne intermedie un tempo ivi erette) e aveva le volte molto più basse;
fu poi resa a navata unica, innalzata e, tra la seconda metà del Seicento e
la prima del Settecento, arredata in stile barocco.
Nei restauri del Novecento fu spogliata di quasi tutti
gli arredi settecenteschi, tranne per gli altari laterali con i loro dossali pregevolmente scolpiti.
È opportuno qui leggere l'aspra critica di
Vincenzo Zito su tali sconsiderati restauri effettuati negli anni Sessanta.
Seguendo il discutibile esempio della cattedrale, nello stesso
periodo fu restaurata anche la chiesa dell'Annunziata. Durante tali lavori
furono rimossi gran parte degli arredi settecenteschi, salvandosi solo tre
altari ed altre decorazioni secondarie che oggi convivono, in contrasto
stridente, con la parte presbiteriale della chiesa le cui pareti sono state
ridotte a nudità. Nel corso dei lavori furono individuate le basi dei
pilastri che una volta dividevano la chiesa in tre navate, come si nota
dalla facciata.
[testo tratto da "
La guerra dei 200 anni",
di Vincenzo Zito, Ed. dell'Autore, Andria, 2010, pag. 30]
Attualmente quattro fornici per lato sovrastati da un architrave, su cui si aprono otto
piccole monofore ogivali (esternamente rettangolari), reggono il soffitto ligneo in cui spicca centrale
un grande dipinto dell'Immacolata.
I primi due fornici, entrando, ospitano due confessionali e due tele tonde:
sul lato sinistro è affissa l'Assunta tra gli Apostoli Giacomo, il minore, e Filippo;
sul lato destro l'Immacolata con il piccolo Gesù tra le braccia.
Sulle paraste di questi primi fornici sono affisse due acquasantiere seicentesche.
Nei fornici a seguire sono innalzati due maestosi altari lignei di stile barocco:
su quello di sinistra è incastonata la tela dello Sposalizio di Maria con
San Vito Martire, e nell'edicola superiore una tela riproducente la Visitazione
di Maria a Santa Elisabetta; su quello di destra è incastonata una Immacolata
librantesi sul territorio della Chiesa dell'Annunziata, e nell'edicola superiore
una tela più piccola di Dio Creatore.
Nei fornici successivi (terzi dall'ingresso) si aprono due cappelle: quella di sinistra, dedicata al SS. Sacramento,
ospita un altare marmoreo con l'affresco di un'Annunciazione nella lunetta superiore;
quella di destra, dedicata all'Immacolata, ha sulla parete di fondo una tela
dell'Immacolata tra San Gaetano e San Sabino.
Gli ultimi fornici a ridosso del presbiterio ospitano due notevoli altari doviziosamente scolpiti nella pietra:
quello di sinistra è un pregevole altare di stile prerinascimentale
dedicato alla Madonna della Pietà, nel quale è incastonato l'affresco della stessa;
quello di destra, in stile barocco come i precedenti altari lignei,
porta sulla parete una tela del Cuore di Gesù e
nell'edicola superiore una della Deposizione.
Chiudono la navata il maestoso arco ogivale di fine Quattrocento e i tre gradini
di accesso al presbiterio.
Nell'alto soffitto della navata è incastonata, centrale, una grande tela
raffigurante, tra angioli agitanti i simboli di alcune virtù,
Maria Immacolata che calpesta il Demone tentatore,
avvinghiato intorno all'albero del peccato originale, ai cui piedi
Adamo ed Eva hanno appena disobbedito al loro Creatore. Tre festoni
riportano frasi della Bibbia che si riferiscono alla scena;
la prima in alto recita: «NONDUM ERANT [ABYSSI] ET EGO IAM CONCEPTA ERAM»
(tra parentesi quadre le parole danneggiate e illeggibili);
la seconda, molto più lunga «IPSA CONTERET CAPUT TUUM, ET
PRAECIPITABIT FACIEM VINCULI COLLIGATI SUP̶ OMNES POPULOS»;
e l'ultima in basso «SI DIXERIMUS QUONIAM PECCATUM NON HABEMUS IPSI NOS SEDUCIMUS».
Immediatamente sopra i nostri progenitori sono dipinti
alcuni condottieri d'Israele: a destra Salomone e Davide con la cetra;
a sinistra, insieme ad un personaggio con la corona, uno con la tiara,
un altro con il turbante, c'è Mosè con una tavola, al centro della quale è possibile
leggere ΩΧ e in basso ΙΧΘΣ
[2].
Colorita è al solito la descrizione del Borsella:
Ma ben sorprenderà chiunque farassi a mirare il gran dipinto in tela affisso
in mezzo della soffitta quantunque per l’altezza non fosse discernibile nelle più minute parti.
Rifulge la gran Diva Maria, ritta in cima, la cui testa brilla fra il triplice splendore
di luce, e di bellezza, e della più soave espressione. Ella tiene le mani giunte
verso il Cielo in atto di rendere grazie all’Eterno, per vedersi francata
dal peccato originale che ogni altra creatura nascendo contrae, ricadendo
coi primi progenitori sotto la dura schiavitù di Lucifero, dopo aver gustato il vietato pomo.
A dritta e sinistra della Vergine osservansi dei Serafini, due dei quali,
tengon lo giglio e lo specchio, e gli altri la palma e la rosa.
Dei nastri spiegati portan queste leggende
“Nondum erant abyssi et ego iam concepta eram. Ipsa conteret caput tuum.
Si dixerimus quoniam peccatum non habemus ipsi nos seducimus.„
Sotto a’ di lei piedi si eleva l’albero fatale, avendo accanto Lucifero cornuto
in forma di uomo, con ben lunga coda attorta a quel tronco.
Adamo ed Eva nudi sono da catena avvinti ai rami. E catenati pur veggonsi
il condottiere del popolo ebreo tenendo in mano le tavole della Legge,
il re Profeta coll’arpa, e quel coronato suo figlio, che lasciò dubitare,
se più tesori di sapienza, o di terrene dovizie posseduto abbia
dalla munificenza del Creatore ed altri antichi Padri.
Egli è tale il pregio di questa tela, che raccomandasi da sè senza bisogno
di elogio e sembra esserne opera del pennello stesso che ritrasse
il quadro della Concezione da noi descritto di sopra vedendosene troppo chiaramente
l’analogia dello stile delle immagini, delle forme, del colorito.
[elaborazione elettr. su foto di Sabino Di Tommaso - 2012]
Questa bellissima tela della volta non può essere anteriore al 1694 in quanto
non è mai citata nei documenti precedenti e a quel tempo
la navata si presentava semplicemente coperta di tegole, quindi a capriata.
Scrive infatti mons. Triveri nella relazione della sua visita condotta il 21 novembre 1694:
[trascrizione del testo originale in latino]
[traduzione]
Die 21 9mbris 1694.
...
A presbyt.[eri]o ad planũ Eccl.[esi]æ
per 3 gradus lapideos descenditur unica constat navi, et hæc tegulis contecta. In pavim.[ento]to adsunt opercula quædam sepulcrorum, quæ plano eiusdem ñ[on] equantur. ...
21 novembre 1694.
...
Dal presbiterio attraverso tre gradini di pietra si scende nel piano della Chiesa,
consistente in una unica navata, la quale è coperta a tettoia. Nel pavimento si trovano i coperchi di alcune sepolture, non livellati col piano circostante. ...
Poi nell'ottobre del 1711 mons. Nicola Adinolfi trova pareti e soffitto dipinti in modo non disprezzabile; scrive
nella relazione
della sua Visita Pastorale:
Dè Visitat.[io]ne Pavimenti, sufficti et parietes d.[ic]tæ Colleg.[ia]tæ
Pavimentũ lapideũ benè contextũ, parietes dealbatos, et suffictum, tam in navi,
quam in Presbyterio eiusdem Colleg.[ia]tæ modo non spernendo depicta invenit, omniaque commendavit.
Della visita di Pavimento, Soffitto e Pareti di detta Collegiata
Trovò il Pavimento in pietra ben connesso, le pareti imbiancate e il soffitto,
sia nella navata
che nel Presbiterio della stessa Collegiata dipinti in modo non disprezzabile, onde tutto apprezzò.
[Gli arredi della confrofacciata - elab. elettr. su foto di Sabino Di Tommaso - 03/05/2022]
Gli autori dell'Ottocento vedono un dipinto del'Annunciazione nel presbiterio,
con incise le parole pronunziate dall'Arcangelo e da Maria; ne indicano poi uno
sull'altare di fronte a quello della Pietà, dove infatti il Borsella dice di vedere
"un quadro dedicato all’Annunziata, che sta in cima di esso,
cui stan sottoposti gli Apostoli, S. Giacomo, S. Filippo";
quest'ultimo da come vien descritto sembra debba trattarsi del
tondo attualmente posto
nel primo fornice di sinistra, nel quale tuttavia tra gli apostoli è
riconoscibile più un'Assunta che un'Annunziata.
[L'Annunciazione di Carmine Conversano - elaborazione elettr. su foto di Michele Monterisi]
Sulla controfacciata dell'ingresso oggi è affisso il su riprodotto trittico dell'Annunciazione,
dipinto dall'andriese Carmine Conversano (1923-2008), probabilmente
nello stesso periodo in cui dipinse la tela del Sacro Cuore sul 2° altare laterale di destra.
Negli anni Sessanta del Novecento, e per alcuni anni,
questa tela fu posta
come dossale dell'altare maggiore.
[Le due tele di San Ciro d'Alessandria e di San Riccardo - elaborazione elettr. su foto di Sabino Di Tommaso - 2012]
Sulla parete, ai due lati della bussola d'ingresso sono affissi
due tele in cornici polilobate: a destra entrando quella raffigurante
San Ciro d'Alessandria eremita e il suo discepolo San Giovanni,
entrambi martirizzati insieme nel 303; essa è sovrastante la lapide sepolcrale di Fra Giovanni di Bosnia.
A sinistra di detta bussola è affissa il quadro del patrono di Andria
San Riccardo, benedicente reggendo nella sinistra col pastorale la Città sul libro sacro;
esso sovrasta la
pietra tombale di Carlo Albanese,
un tempo nel pavimento del presbiterio.
Quest'ultima tela porta in basso a destra scarsamente leggibili la firma e la data,
[una possibile interpretazione: Giovanni Papa per sua devoz.ne 1838, ma
sono in attesa di trovare una lettura certa]
[Un'altra panoramica della navata - elaborazione elettronica su foto tratta da facebook parrocchia del 03/02/2021]
[1]
Musica di sottofondo: "Ave Maria" di
Jacques Aercadelt (1505?-1568) - dal volume "Cantate Domino" del 1998 -
coro polifonico "Farinelli" diretto da Graziano Santovito.
[2]
Bella e profonda è l'anamnesi essenzialmente religiosa di questo dipinto dell'Immacolata, elaborata
dal prof. Schiavone nelle pagine 96-104 del testo già citato
"La Chiesa dell'Annunziata di Andria".
Ne stralciamo qualche pensiero che aiuti a comprendere la scena rappresentata.
A) Ai piedi di un albero, grande, frondoso e carico di frutti, ma a foglie fosche
e che sembra come l'asse portante di tutto il dipinto, Eva e Adamo.
Più vicina all'albero la donna, rappresentata nell'atto in cui porge all'uomo
il frutto dell'albero, perché ne mangi. È il peccato dell'uomo, maschio e femmina
creati da Dio, e a cui il Creatore aveva proibito di «mangiare dell'albero
del bene e del male», perché il potere di decidere del bene e del male
non appartiene all'uomo, ma a Dio solo.
Le conseguenze di questo atteggiamento dell'uomo che diviene qui autonomo, si autodetermina,
non riconosce di essere «creatura» attraversando così il piano di Dio,
sono chiaramente espresse nella scritta che si legge ai piedi di questa coppia umana:
«Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus»:
(Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi):
l'espressione è presa dalla prima lettera di San Giovanni (2, 8),
ed esprime lucidamente le conseguenze dell'atto rappresentato sopra la scritta:
il peccato è entrato nel mondo ed è una realtà ininterrotta nella storia umana.
«Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al peccato» è un ingannare se stessi
ed «è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale, dei costumi»
[dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407].
È la dottrina del peccato originale.
B) Questa continuità del peccato, che dall'uomo Adamo arriva all'uomo di oggi,
nel quadro è posta in relazione con un progetto di redenzione e di riscatto
che è nella mente di Dio da tutta la eternità: e Dio lo ha pensato da sempre
perché non può sopportare questa nostra schiavitù nei confronti del male.
Questo il senso profondo delle tre scritte che si leggono sui nastri.
Nella prima, in cima al dipinto (Nondum erant abyssi et ego iam concepta eram),
il soggetto nel senso originario del testo biblico, è la Sapienza di Dio,
che è da sempre, increata, eterna: ed essa da sempre ha pensato a quell'azione di riscatto.
Essa, la Sapienza, scenderà, dall'eterno nel tempo, entrerà nella storia umana:
il Verbo si farà carne, diventando uno di noi. Sua la iniziativa, sua l'azione sovrana:
ma la realizzerà per mezzo di una donna pensata da Dio da cui Dio stesso assumerà
la natura umana: «Porrò inimicizia tra te e la donna, la stirpe tua e la stirpe di lei:
essa ti schiaccerà il capo»: Ipsa cònteret caput tuum
(è la scritta in alto a sinistra). La stirpe della donna schiaccerà il capo
alla stirpe del serpente; cioè il genere umano che discende dalla donna
e rappresentato da Gesù Cristo, vincerà il demonio. Il testo ebraico riferisce
essa a stirpe di lei, il testo latino invece a
donna.
Maria viene così associata alla futura redenzione operata da Gesù. E nella tela
il pittore la rappresenta nell'atto in cui essa con i piedi schiaccia la testa di Satana
e collocando il nastro della iscrizione tra due donne: in basso Eva,
l'alleata di Satana e da lui sconfitta, in alto Maria, la nemica di Satana per sconfiggerlo,
come Dio, nell'Eden, aveva annunziato (Genesi 3, 15).
La sconfitta di Satana diviene nel grande quadro come centro ideale su cui grava tutto il dipinto.
Il pittore gli dà un volto e un atteggiamento umano: è malinconico, con le braccia enormi,
ma conserte e rassegnate: sotto i piedi di Maria è un vinto. Dal ventre in giù,
il corpo tozzo si prolunga in una gamba viscida simile a grosso pitone,
che gira intorno all'albero, diviene coda sottile e scende in basso, più vicina
alla testa di Eva che a quella di Adamo.
C) Il piano di salvezza Dio lo estende a tutti gli uomini: questo è il senso
dell'ultima iscrizione che si legge a destra, sul nastro sostenuto dagli angeli:
Et praecipitabit faciem vinculi colligati super omnes gentes. È un versetto tratto
dal libro di Isaia in un passo in cui il profeta dice che il Signore, sul Monte Sion,
radunerà per un banchetto divino tutti gli uomini:
«E su questo monte farà cadere la benda che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre» (Isaia 25, 6-7).
Una immagine, questa del banchetto, per rappresentare simbolicamente il momento
della comunione dell'uomo con Dio che farà cadere dagli occhi la loro cecità
e la miseria umana. Un simbolo, il banchetto, che Gesù usava più volte
per rappresentare il "regno". Nella traduzione latina del testo ebraico,
la benda è resa con il termine latino vincula che significa appunto bende,
ma può significare anche catene: il pittore, allora, fa delle catene un motivo
ricorrente e caratterizzante della sua grande rappresentazione pittorica:
nella quale tutti i personaggi, da Eva a Davide, da Salomone a Mosè,
sono incatenati ai rami del grande albero.
Il versetto allora significa che chi schiaccerà (conteret) il serpente
farà cadere quelle catene che gravano e collegano gli uomini,
legandoli nella schiavitù del peccato e della morte. … … … .
D) Al di sopra di Adamo, sotto lo stesso albero, due figure maschili, chiaramente distinguibili.
Il primo è un re, vecchio e dimesso, che imbraccia la cetra e ne tocca le corde con la destra:
ma il polso è trattenuto da una catena, che lo lega a un ramo dell'albero.
È Davide, il sovrano grande e umile, il Cantore dei Salmi.
Dietro di lui Salomone con scettro e corona, figlio e successore di Davide.
La presenza di Davide ci ricorda le parole di Gabriele alla Vergine, sul figlio che sarebbe
nato da Lei («il Signore Dio gli darà il trono di Davide») … … … .
E) A sinistra dell'albero, in simmetria con Davide e Salomone, due volti barbati,
con la corona regale, o con un turbante orientale. Un terzo volto, sotto una pesante
copertura del capo (sembra una tiara), è scomparso per l'abrasione subita dalla tela:
anche qui, come a destra, i segni della regalità dei potenti.
Uno di essi fa pensare a un re assiro o babilonese (Sargon o Nabucodonosor?)
che ha voluto farsi "uguale all'altissimo e invece è stato precipitato
nelle profondità dell'abisso» (Isaia 14, 14-15). … … … .
La figura più in basso a sinistra, ai margini della tela, è anche quella di un condottiero:
Mosè. Condottiero carismatico degli Ebrei verso la Terra promessa e iniziatore della teocrazia di Israele.
Ma a Mosè i committenti di questa grande tela hanno voluto conferire un significato tutto particolare.
Anch'egli come gli altri condottieri, ha una mano legata dalla nera catena,
ma regge con la destra una grande tavola. È la Legge: per gli Israeliti Mosè ne era l'estensore;
e il popolo ebraico riconobbe nel Jahveh predicato da Mosè il suo Dio,
e nella Torah una religione che non viene dagli uomini ma da Dio stesso e di cui Mosè
non fu che il portavoce e il profeta.
Nel nostro dipinto, la tavola di Mosè rappresenta non soltanto la legislazione del Sinai,
ma tutta la mentalità, la economia dell'Antico Testamento che era fondata sulla Legge:
una economia però che Cristo è venuto non per abolire, ma per completare. … … … .
Il pittore esprime con una sola immagine questi pensieri: incidendo,
sulla tavola di Mosè, alcune lettere dell'alfabeto greco.
In alto: ΩX. Significa:
O(μέγα) Χ(ριστός), cioè «O grande (è) Cristo».
La «O grande» (Ω,) era, per i Greci, la ventiquattresima e ultima lettera dell'alfabeto.
Perciò qui ΩX significa: Ultimo [è] Cristo.
X è la iniziale di Χριστός che è poi
la traduzione visiva di Apocalisse 1,8: «Ego sum Alpha et Omega, principium et finis»:
«Io sono la prima e l'ultima lettera»: cioè principio e fine di ogni cosa
(Cfr. Isaia, 44,6: Ego primus et ergo novissimus).
Ma il pittore-teologo ha voluto essere ancora più chiaro: lapidario.
Infatti ha dipinto la mano di Mosè che, mentre sostiene la Legge, indica con il pollice quattro lettere:
IXΘΣ. Esse sono le iniziali della parola greca Ίχδύς
le quali si identificano con le iniziali del nome di Cristo:
Ίησούς Χριστός Θεοϋ Υιός Σωτήρ:
«Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore». Sulle quattro lettere poi ha inciso proprio
l'ultima lettera dell'alfabeto greco: ω.
Sopra aveva scritto che Cristo è l'Ultimo: qui in fondo alla Tavola, suggerisce che Cristo è
«fine della Legge», ma rimandandoci questa volta alla espressione originale
di Paolo (Ai Romani, 10,4) che in greco suona così:
Tέλος Nόμου Χριστός.
E vuole rammentarci, con Paolo, che Cristo-telos significa che Cristo, mentre segna
la fine cronologica della Legge mosaica ne costituisce, nello stesso tempo il completamento,
secondo il significato del termine telos. … … … .
[il testo e le immagini della pagina sono di Sabino Di Tommaso
(se non diversamente indicato)]