
[Il presbiterio dopo l'apertura al culto operata da Don Francesco Di Corato e da premurosi laici devoti - foto Sabino Di Tommaso, 05/2021]

Il presbiterio è a pianta quadrata e la volta presenta una cupola affrescata
impostata su quattro pennacchi e su quattro archi a tutto sesto, retti dai lapidei pilastri angolari.
Presenta due finestre sulle pareti laterali, di cui una murata e quattro nella cupola, delle quali tre murate;
altre due finestre tonde si aprono sulle pareti laterali dell'abside-coro
dietro l'altare.
Il pavimento è lastricato di settecentesche mattonelle maiolicate, dette "riggiole",
quasi certamente poste in opera nel 1738 durante l'episcopato di mons. Cherubino Tommaso Nobilione.
Infatti il vescovo nella sua
Visita Pastorale del 5 settembre 1738 scrive:
Nel 2020, ripulendo gli ambienti della Chiesa, sono emersi due affreschi sui pennacchi che sotto la cupola del presbiterio insistono sui pilastri presso l'altare.
Descrizione di quanto ancora appare leggibile nell'affresco del pennacchio di sinistra (foto qui a sinistra).
Entro un cielo blu-notte Papa Gregorio, con la tiara sul capo, sta scrivendo il suo commento al 1° versicolo del salmo 37
[1],
ispirato dallo Spirito Santo che, librato presso l’orecchio destro, gli suggerisce il testo;
intanto un angelo a destra gli fa luce con una lucerna e un altro gli regge il grande libro pergamenaceo
in fieri dei suoi “Commentaria … in Psalmos”.
Questo è il testo leggibile sulla pergamena retta dall’angelo davanti a papa Gregorio:
IGNEM PUR
GATORIJ OMNIA
PŒNA PRE
SENTI ÆSTI
MO INTOLE
RABILIOREM
IN PSA. 37
Trascrizione del testo scritto su detta pergamena e sua traduzione:
“Ignem purgatorij omni[a] pœna presenti æstimo intolerabiliorem. In Psa[lmo] 37”.
“Reputo il fuoco del Purgatorio più intollerabile di tutte le sofferenze della presente vita terrena.”
Nell'estrema parte inferiore dello stesso pennacchio è dipinto uno stemma, così decifrabile:
In uno scudo araldico stile francese, a sua volta inserito in un cartiglio,
è raffigurato un arco sostenuto da due colonne e avente all’interno (forse) un calice;
è sormontato da una corona marchesale ed accostato da due alberi (tigli?). Sullo scudo un classico elmo nobiliare.
Lo stemma è a sua volta sormontato da un cartiglio a fascia recante la seguente iscrizione:

R. D. IOANNIS ARCAMONE
GVBER: CONGR: F.F.
Tale iscrizione, senza abbreviazioni, dice:
"R[everendus] D[ominus] Arcamone Guber[nator] Congr[egationis] F[ieri] F[ecit]".
così traducibile: "Il Rev. Sig. Giovanni Arcamone, Governatore della Congrega (del Purgatorio o della Morte) fece realizzare".
Detta iscrisione posta sull'arma nobiliare del governatore della Congrega Giovanni Arcamone
ci consente di risalire all'epoca in cui è stato commissionato e dipinto questo affresco: negli anni Trenta del Settecento,
certamente nel 1738, come scrive mons. Nobilione, nella
citazione su riportata.
Inoltre lo storico locale Michele Agresti
a pag. 297 del 1° volume dell'opera sotto citata, cita un documento
del 1738 (tratto dal "Libro delle Cause" dell'Archivio Capitolare della Cattedrale)
in cui compare l'Arcamone in oggetto Governatore della Congrega del Purgatorio:
“… il Governatore (o Priore) di quella Confraternita, il Sig. Giovanni Arcamone, nel 1738,
propose a quei confratelli di fare un pubblico atto di riparazione verso il Capitolo della Cattedrale …”.
Descrizione di quanto ancora appare leggibile nell'affresco del pennacchio di destra (foto
qui a destra).
Domina l’insieme un vecchio canuto, con lunga barba bianca e parzialmente vestente un panno rosso; è seduto e sembra scriva con la destra su un riquadro (tavoletta?) trattenuto sulle ginocchia; intanto regge con la sinistra un documento il cui testo, per l’elevato deterioramento del dipinto, è da decifrare. Da interpretare sono anche altri elementi grafici interposti e appena visibili.
Alla sua sinistra un angelo sembra che gli porga una ciotola (calice?) con sopra un’ostia ed altri elementi di forma tondeggiante, mentre quello alla sua destra porta alla bocca uno strumento a fiato (zufolo?).
A sinistra dei suoi piedi sporge il capo di un mansueto leone accovacciato a zampe incrociate.
È coerente considerare questo personaggio un San Girolamo, dottore della Chiesa come San Gregorio, sia perché il leone ai suoi piedi è un suo simbolo iconografico, sia perché la composizione di un vecchio parzialmente svestito, con barba bianca, che scrive su una tavoletta mentre con la sinistra regge un documento, può benissimo interpretarsi come tale santo che traduce in latino e scrive su una tavoletta quanto in ebraico o greco (la Bibbia) è scritto nel testo retto con l'altra mano.
I dati iconografici avrebbero potuto far supporre che si trattasse di Sant’Onofrio,
a ricordo dell'eremo e chiesa rupestre un tempo (affermano gli storici
dell'Ottocento) qui esistenti,
in quanto l’abate Pafnuzio nella sua “Vita Sancti Onuphrii Eremitæ” racconta che,
come egli stesso personalmente poté constatare nelle sue visite,
un angelo provvedeva quotidianamente al suo nutrimento e lo stesso angelo la domenica gli portava la santa Comunione.
Anche il leone potrebbe essere simbolo del deserto nel quale Sant’Onofrio era eremita, nonostante l’iconografia classica gli affianchi invece un cammello,
in quanto un manoscritto lodiense racconta di leoni che con le loro unghie abbiano scavato il suo sepolcro.
Sarebbe tuttavia una forzatura interpretarlo come Sant'Onofrio;
questo santo eremita è comunque affrescato in un'altra nostra chiesa rupestre:
Santa Croce ai lagnoni.
Nell’estrema parte inferiore del dipinto, analogamente all’altro, è affrescato uno stemma, praticamente indecifrabile. Sembra che sia raffigurato uno scudo attraversato da una fascia orizzontale, sormontato da una corona ducale.
Infine è molto probabile che sui due pennacchi opposti a quelli di San Gregorio Magno e a San Girolamo
fossero affrescati gli altri due Santi considerati principali Dottori della Chiesa: Sant'Agostino e Sant'Ambrogio.
Che in essi, oggi imbiancati, fossero affrescati gli altri detti due Dottori della Chiesa,
lo scrive anche il Borsella a pag. 252 del testo citato,
“eminente cupola, costrutta sopra l’altare, istoriata a fresco coi
dottori della Chiesa ai quattro fianchi”.
Attualmente tuttavia, e stando ad alcune documentazioni grafiche e fotografiche da circa un secolo,
su questi altri due pennacchi opposti a quelli esaminati esiste soltanto una stesura uniforme di colore chiaro;
sotto tale strato di tempera può esistere ancora qualche traccia di antico affresco?
Di seguito un po' di annotazioni degli storici locali, con due immagini di come si presentava il presbiterio nel 1962, e nel 2008 fino al 2019.
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[Il presbiterio nella festa di S. Sebastiano del 20/01/1962 (foto
Malgherini-Attimonelli) - IL presbiterio nel 2008- elab. elettr. su foto Michele Monterisi]
Anche per illustrare il presbiterio premettiamo alcune annotazioni del Borsella e dell'Agresti:
Ai primi dell'Ottocento il Borsella scrive:
... Ai fianchi [dell'altare] sono infissi due credenze. ... Nei muri opposti del presbitero, chiuso da decente balaustre di marmo osservansi due quadri di mediocre pennello. Nel primo Gesù viene dai perfidi Giudei tratto a viva forza sulla croce presente l’augusta Genitrice, S. Giovanni con una delle Marie e la peccatrice di Maddalo prostrata a pié del patibolo, con fazzoletto sugli occhi, onde asciugare quel pianto che le ottenero salute. Quadro fatto a divozione di Vito Favano in cui vi è il di lui stemma, che mette in campo un fagiano sorvolante il mare. Nel secondo Cristo chiodato sull’infame legno con la vergine trafitta dalla spada del dolore in unione del prediletto discepolo con anche la Maddalena. Fatto a divozione di Croce Zingarelli che altri ne fece dipingere come vedremo.
Ci glorieremo quindi delle quattro statue esprimenti i misteri della passione, riposte ai fianchi dell’altare, a dritta e a sinistra; come pure di un’urna tutta in nicchie di cristalli, quest’ultima portatile fregiata ai quattro lati con cornici rabescate in oro fino, che chiude la mortal salma di Gesù disteso sopra soffici cuscini, opere prestanti dei nostri egregi statuarii.
[tratto da “Chiesa di San Sebastiano o della morte”, in “Andria sacra”, di Giacinto Borsella, Andria, tip. F. Rossignoli, 1918, p. 250].
Altre informazioni di quanto poi esisteva nel Novecento ce le fornisce (s'è detto) l'Agresti:
Pregevole è l’altare maggiore di marmo, ed il Presbiterio, chiuso da balaustra pure di marmo. In questa Chiesa conservansi quattro pregevoli statue rappresentanti i misteri della Passione di Cristo, ed una grandissima urna, chiusa da cristalli, e fregiata ai quattro lati con cornici rabescate in oro fino, contenente la salma del Divin Redentore, scolpita in legno.
Dietro l’altare maggiore vi è un Coro tutto di noce, in cima al quale si ammira una grandiosa tela della Vergine del Carmelo, ai di cui piedi si vede S. Riccardo e S. Sebastiano. La grande cornice, che chiude questa tela, è tutta rabescata a rosoni in oro, e nel mezzo di essa si vedono due quadretti contenenti, da un lato l’immagine di S. Antonio, dall’altro quella di S. Domenico.
Di quanto documentato dai due scrittori su citati, attualmente sui due pilastri che fiancheggiano il pregevole altare maggiore in marmi policromi realizzato da Marino Palmieri nel 1773 esistono le due semplici mensole-credenze su cui era posta la suppellettile per la messa.
-
la Discesa dalla croce o Deposizione, firmata G. R. F. P., con stemma e nastro indicante l'offerente e la data
"VITUS FASANELLI F.[ieri] F.[ecit] AD 1760",
erroneamente vista dal Borsella come momento della Crocifissione
"Gesù viene dai perfidi Giudei tratto a viva forza sulla croce", si
trovava probabilmente, in quanto descritto per primo, sulla parete lato
evangelo.
Un'accurata ricerca dell'arch. Vincenzo Zito nel Catasto Onciario andriese del 1798 ha permesso di decifrare
la firma del quadro:
G[iuseppe] R[iccardo] F[risardi]
P[inxit], dove le iniziali dei due nomi sono intrecciate
[2].
Ho trovato che detta tela “Discesa dalla Croce” del nostro Frisardi, un tempo affissa
in questa Chiesa di San Sebastiano
ed oggi nel Museo Diocesano “San Riccardo” di Andria, appare essere una
copia speculare realizzata sulla base di alcuni degli oltre 21 disegni preparatori alla grande tela
della
“Descente de Croix” di Charles Le Brun, da questi dipinta
tra il 1679 ed il 1684 ed oggi esposta
nel Musée Des Beeaux Arts De Rennes
Le parti laterali sono leggermente diverse da quelle originali, forse perché
lasciate da Le Brun incompiute e terminate solo successivamente dal suo
allievo René-Antoine Houasse; il nostro Frisardi potrebbe averla vista negli
anni Cinquanta del Settecento, quanto la “Descente de Croix” fu esposta al
Louvre nella Galleria dell'Apollo accanto alle Battaglie di Alessandro,
posizione che la rese popolare tra gli artisti.
- la Crocifissione, avente in calce anch'esso uno stemma ed un nastro indicante l'offerente e la data "A SPESA DI CROCE ZINGARIELLO CONF[FRATELL]O DI Q[UES]TA CONF[RATERNITA] 1700", era affisso di fronte alla Deposizione, sulla parete lato epistola.
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[La deposizione del 1760 e la Crocifissione del 1700, due quadri attualmente esposti nel
Museo Diocesano "San Riccardo" di Andria]
L'elegante balaustra marmorea, realizzata nel 1793 da Andrea Scala [3], negli anni Sessanta del Novecento fu smontata ed una parte della stessa utilizzata per erigere un nuovo altare richiesto dal rituale dal Concilio Ecumenico Vaticano II da poco concluso.

[i due lati del nuovo altare, formato dalla antica balaustra - elaborazione elettronica su foto Michele Monterisi, 2008]
Le quattro statue della Processione
dei misteri, viste sia dal Borsella che dall'Agresti nelle quattro nicchie cavate nelle due pareti laterali, sono:
l'Orazione nell'orto del Getsemani, la Flagellazione alla colonna,
l'Incoronazione di spine, la Salita al Calvario con la croce
(ovviamente nelle nicchie senza l'ulivo, per la prima, e senza la croce, per l'ultima).
Erano invece esposte nell'Oratorio Gesù Crocifisso, eretto sull'altare, e il Cristo morto nel sepolcro, in "un’urna tutta in nicchie di cristalli, quest’ultima portatile fregiata ai quattro lati con cornici rabescate in oro fino, che chiude la mortal salma di Gesù disteso sopra soffici cuscini", urna che era inserita in una nicchia retrostante il paliotto dello stesso altare dell'Oratorio.
Ai fini della datazione si tenga presente quanto segue:
- Gesù Crocifisso
(che dallo stile utilizzato lo si attribuisce all'artista andriese
Nicolantonio Brudaglio)
[4]
è datato sul retro 1725
["1725" / stemma della Confraternita avente l'abbreviazione del nome greco di Gesù "IHS" / "ASSOCIAZIONE / NOME DI GESÙ"]
[5];
questo manufatto quindi non può essere quello visto dai vescovi nel Seicento
- l'urna attuale di Gesù nel sepolcro reca sulla base di appoggio e trasporto un cartiglio con la data “A.D. / 1928”;
quest'urna fu realizzata nel 1928, quando la Confraternita donò la precedente antica urna alla Cattedrale,
perché vi fossero esposti i resti di San Riccardo; attualmente (come s'è detto sopra)
tale antica e pregevole urna è esposta nel Museo Diocesano.

[Foto dell'antica urna con i resti di S.Riccardo nel 1928 - testo manoscritto di Mons. A. Macchi del 6 Apr 1928 - l'antica urna del Cristo morto (nel museo diocesano), con mitra e maschera di S.Riccardo del 1928]
La nuova urna del Cristo morto realizzata nel 1928 (illustrata descrivendo l'oratorio, dove è attualmente esposta) fu portata in processione per la prima volta il venerdì santo 6 aprile di detto 1928, seguita dalla reliquia della Sacra Spina portata da mons. Alessandro Macchi; di tale evento è testimonianza anche lo scritto autografo di detto vescovo, nel quale egli, nel giorno della benedizione della nuova artistica urna del Cristo morto, ringrazia la Confraternità del Purgatorio per aver donato l'antica urna in cui contenere le ossa di S. Riccardo (foto sopra); vi si legge:
Dell'avvenimento ne parla nel 1928 anche il Can. Giacomo Ciciriello nel suo opuscolo "La Chiesa di S. Andrea Apostolo in Andria ..."; parlando della nuova urna di S. Riccardo a pag. 26 scrive:
Delle statue attuali (tutte insieme visibili nella pagina dedicata alla Processione dei Misteri) mancano l'Addolorata, che era custodita nella nicchia di sinistra del presbiterio dell'annesso Oratorio (ed ora nella sua cappella nella Chiesa di San Francesco), e le Pie Donne, in quanto scultura fatta realizzare a fine Novecento da mons. Giuseppe Lanave.

[Le statue dei Misteri di Gesù nelle 4 nicchie del presbiterio: ... In
preghiera nel Getsemani, Flagellato, Coronato di spine, Salendo al Calvario con la croce - elab. elettr. su foto Michele Monterisi, 2008]
Queste quattro statue potrebbero essere quelle viste a fine Seicento da mons. Triveri nella sua Visita Pastorale del 7 dicembre 1694 (se nel frattempo non sono state anch'esse rifatte, come per alcuni manufatti su detti); scrive il vescovo:
Alla Processione dedi Misteri è dedicata un'altra pagina di approfondimento.
Al centro del pavimento del presbiterio è fissata la lapide del 1794 che chiude l'accesso al sepolcreto della Confraternita della Morte; tale ambiente sotterraneo da circa metà Ottocento non è più utilizzato e nel Novecento fu svuotato dei resti umani. Sulla lapide si legge:
A Ω.
HOC IN REQVIETORIVM,
AD NOVISSIMAM VSQVE TVBAM
PIORVM SVB MORTIS TVTELA FRATR.[VM] SOSORVMQ.[VE]
HVIVS ARCHISODALITII
EXVVIAE INFERVNTVR
VT QVOS CARITAS VIVENTES CONIVNCTISSIMOS DEVINXIT
VRNA POST FATA HAVD DIVELLERET
HAVETE ANIMAE PIENTISSIMAE
IPSI VOS QVO NATURA IVSSERIT ORDINE
SEQVEMVR
A. D. MDCCXCIV
ΊΧΘΎΣ [= Ίησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ]
Tale elegante epigrafe può così tradursi:
Grazie a Dio inizio e fine d’ogni cosa.
In questo sepolcreto,
fino alla fine dei tempi
custodia dopo la morte dei pii fratelli e sorelle
di questa arciconfraternita
si ripongono le spoglie,
perché quelli che la Carità vincolò molto sodali da vivi
il sepolcro non separi dopo morte.
Addio, piissime anime,
e quando il corso della natura lo comanderà
vi seguiremo.
Nell’anno del Signore 1794,
Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
[tratto da [“Biblia Gregoriana seu Commentaria Textuum Scripturæ Sacræ, S. Gregorii papæ I. cognomento Magni, collecta ex omnibus ejusdem operibus, anno MDCCV, Parisiis impressis, …” … Anno M,DCC.XXXI, In Psalmos, p. 463.]
(3) Una preziosa ricerca dell'arch. Gabriella Di Gennaro, documentata nella sua tesi di laurea del 1994-95 intitolata "Altari marmorei settecenteschi ad Andria" (pubblicato a stampa nel suo studio "Altari policromi marmorei del Settecento ad Andria ed altri arredi sacri", Schena Editore, 2020, pp. 178,213), ci permette di riconoscere autore della balaustra l'artista Andrea Scala; ella infatti ha reperito il dato nell'Archivio di Stato di Trani, precisamente nell'atto notarile del 1 aprile 1793 del notaio Francesco Paolo Marchio, prot. 352.
[tratto da Riccardo Antolini, "Nicolantonio Brudaglio, la vita e le opere di uno scultore andriese del '700", Fasano, Schena editore, 2015, pp.64-65, 195-197.]
(5) Si noti che il committente e proprietario del Crocifisso non è la Confraternita della Morte operante nell'Oratorio annesso alla Chiesa di San Sebastiano, ma la Confraternita del Nome di Gesù, operante nella chiesa di Santa Maria in Porta Santa, sua consorella; una ulteriore conferma: sui pilastri della scalinata di accesso alla Chiesa di Porta Santa è scolpito lo stemma della Confraternita del Nome di Gesù, lo stesso dipinto sul retro di questo Crocifisso.
[il testo e le immagini della pagina sono di Sabino Di Tommaso (se non diversamente indicato)]